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12 Maggio , 2007

Il capitalismo 3.0 scopre i commons

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli, economia — raffaele @ 1:37 pm

testata_fem_180.gifChe il capitalismo vada riformato ormai lo pensano in molti. Non solo gli attivisti del movimento contro la globalizzazione. L’allarme sul riscaldamento della terra ha convinto anche parecchi scettici: ci sono risorse come l’ambiente e la natura che devono essere protette dalle conseguenze del libero dispiegamento degli spiriti animali capitalistici. Facile a dirsi, più difficile da tradurre in pratica. Dopo il fallimento del socialismo reale che ha segnato il Novecento indicare la direzione della riforma non è agevole.

Il liberismo mostra la corda ma il ritorno alla collettivizzazione dei mezzi di produzione è un’opzione decisamente improbabile. Sopravvissuti al comunismo, dobbiamo dunque rassegnarci a morire di laissez-faire? Proprio per evitare questa prospettiva disperante Peter Barnes, imprenditore californiano, ha deciso di lanciare al mondo del business una proposta ardita: passare a una nuova versione del capitalismo, ribattezzata, prendendo a prestito il linguaggio del software, 3.0. Come a dire, un upgrade del sistema operativo che permetta al computer (il nostro pianeta) di continuare a funzionare. Come tutti gli aggiornamenti che si rispettino la versione 3.0 riparerà le falle della release precedente, quel 2.0 che si è dimostrato incapace di risolvere problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse energetiche o la povertà. (continua…)

3 Gennaio , 2007

Grandi domande

Archiviato in: economia — raffaele @ 12:30 pm

1101051107_400.jpgQualche grande domanda per cominciare l’anno nuovo:

Perché in Giappone la speranza di vita è di 48 anni più lunga che in Sierra Leone?

Perché ogni anno muoiono 11 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni e quasi tutti nascono nei paesi a scarso sviluppo?

Perché in Inghilterra un manovale vive in media 7 anni in meno rispetto a un professionista?

Perché in Italia le persone con livello di istruzione superiore hanno una probabilità doppia di ricevere un trapianto di rene rispetto a quelle con un livello di istruzione inferiore?

Questioni a cui cerca di dare risposta il secondo rapporto dell’Osservatorio italiano sulla salute globale (Oisg) di cui parla questo pezzo di PeaceReporter. Le risposte ruotano tutte intorno al rapporto stretto che lega condizioni economiche e salute. Un ambito, quello dell’accesso alle cure e ai farmaci, in cui il concetto di diseguaglianza perde i suoi conottati ideologici e retorici per diventare un problema drammaticamente concreto.

Nel frattempo questo lungo articolo di Foreign Affairs (via NewsTrust) spiega perché, nonostante l’esplosione dell’era della generosità non c’è molto da essere ottimisti.

Tra le questioni messe in luce dall’articolo:

- gli sforzi non sono coordinati e per lo più sono rivolti verso malattie specifiche e famose invce che verso la salute pubblica in generale;

- i soldi non bastano: per migliorare le condizioni di salute nei paesi in via di sviluppo ci vogliono stati, sistemi sanitari e infrastrutture locali passabili;

- proprio perché a lungo le condizioni di ospedali, cliniche, facoltà di medicina e laboratori sono state trascurate molti dei soldi che arrivano sotto forma di donazioni non hanno effetti significativi;

- in molti casi l’aiuto è legato a obiettivi numerici a breve termine: molti donatori non comprendono che ci vuole almeno un’intera generazione per avere dei miglioramenti sostanziali nella salute generale;

- il mondo avrebbe bisogno di oltre 4 milioni di operatori sanitari;

- il personale medico dei paesi poveri si sta progressivamente spostando nelle nazioni più ricche alla ricerca di salari più adeguati e per sfuggire a un senso di impotenza e di frustrazione causato dalla mancanzadi strutture e medicinali.

15 Dicembre , 2006

Era un dittatore però…

Archiviato in: economia — raffaele @ 6:13 pm

…il suo Cile è diventato un modello di successo dal punto di vista economico. Milton Friedman, i Chicago Boys, le liberalizzazioni, etc, etc, etc. Beh, in realtà, afferma Greg Palast, a Pinochet non possiamo attribuire nemmeno questo risultato.

6 Dicembre , 2006

2:50-50:1: la regola della ricchezza ineguale

Archiviato in: economia — raffaele @ 11:04 am

bob1.jpgIl 2 per cento degli adulti più ricchi del pianeta possiede la metà della ricchezza globale.

La metà più povera degli abitanti del pianeta si deve accontentare dell’1 per cento della ricchezza complessiva.

Per essere nella metà più ricca basta possedere una ricchezza stimata in 2.200 dollari.

Per rientrare nel 10 per cento più abbiente bisogna possedere beni o risparmi per un equivalente di 61 mila dollari.

All’1 per cento appartengono quelli che possiedono una ricchezza pari a 500 mila dollari (circa 37 milioni di persone)

I dati vengono da uno studio di un istituto di ricerca dell’Onu.

Ne parlano il Financial Times e la Bbc

12 Novembre , 2006

Salari e sindacati, le preoccupazioni del business

Archiviato in: Stati Uniti, economia — raffaele @ 1:29 pm

storyinternetlabor.jpgI democratici conquistano la Camera e il Senato e il mondo del business comincia a preoccuparsi. Dopo un decennio abbondante di profitti in ascesa senza corrispondenti aumenti dei salari, la vittoria al Congresso di un partito , almeno sulla carta, più favorevole ai sindacati spinge le testate economiche più importanti ad interrogarsi sul prossimo futuro del rapporto capitale-lavoro.

Dietro queste riflessioni la preoccupazione, alimentata dal successo delle battaglie sull’innalzamento del salario minimo, che ci possa essere un’inversione di rotta. Comincia BusinessWeek con un servizio significativamente intitolato “The return of workers’ rights?”. Risponde l’Economist con un articolo [a pagamento] su Sarah Horowitz, giovane sindacalista, fondatrice della Freelancers Union, dedicata alla protezione del mondo dei lavoratori mobili, autonomi e precari (37 mila membri nello stato di New York). Al settimanale inglese questa attivista moderna e dinamica, che applica alcuni principi presi dal business alla tutela dei lavoratori sembra piacere molto. Tanto da definirla una “imprenditrice sociale”, una tipa così moderna da applicare “lo spirito innovativo e la disciplina di business di una start-up della Silicon Valley per risovere i più spinosi problemi della società”.

A rassicurare il modo degli affari ci pensa però Patrick Cockburn, codirettore della newsletter radicale Counterpunch, in un’ intervista (online, ahinoi, solo per i prossimi 7 giorni) a Marco D’Eramo sul manifesto di ieri. Sui Democratici al Congresso Cockburn non si fa illusioni: “… porteranno il salario minimo a 7,55 dollari, che comunque è ridicolo: se adesso al vicino di casa adolescente offri 7 dollari l’ora per tagliare l’erba del tuo prato ti sputa in un occhio. Le lavoratrici immigrate clandestinamente dal Messico percepiscono un salario di 15 dollari l’ora per fare le collaboratrici domestiche”.

8 Novembre , 2006

Salari minimi

Archiviato in: Stati Uniti, economia — raffaele @ 8:38 pm

Nel martedì elettorale americano (che ha già portato alle dimissioni di Rumsfeld) in alcuni stati si è votato anche per alzare il salario minimo. E, stando alle proiezioni, in 6 di questi la misura sarebbe passata. Lo segnala, ovviamente, Barbara Ehrenreich.

17 Ottobre , 2006

Il microcredito non è…

Archiviato in: economia — raffaele @ 5:43 pm

… la formula magica per vincere la povertà. Lo afferma, con tutto il rispetto dovuto a Muhammad Yunus, appena insignito del Premio Nobel per la pace, Walden Bello (via AngryArab). E’ un’ottima strategia di sopravvivenza ma non può sostituire investimenti statali in infrastrutture e la riduzione delle diseguaglianze, soprattutto nella distribuzione della terra.

Con buona pace di Paul Wolfowitz e della Banca Mondiale che, secondo Bello, sembrano considerare sempre di più il microcredito come una sorta di rete di protezione per le loro fallimentari politiche di riduzione della miseria.

In other words, microcredit is a great tool as a survival strategy, but it is not the key to development, which involves not only massive capital-intensive, state-directed investments to build industries but also an assault on the structures of inequality such as concentrated land ownership that systematically deprive the poor of resources to escape poverty.

12 Ottobre , 2006

Povertà tricolore

Archiviato in: economia — raffaele @ 4:32 pm

Parlando di paghe da fame in giorni di finanziarie più o meno redistributive, capita a fagiuolo la notizia riportata oggi da Repubblica e anche dal manifesto (sarà disponibile online da domani, come di consueto) sulla povertà relativa in Italia. Secondo l’Istat la povertà relativa nel nostro Paese è ferma all’11,5 per cento delle famiglie: non cresce e non diminuisce.

Tuttavia, è sconvolgente apprendere che se si scende al Sud il tasso sale al 25 per cento! 27 per cento in Campania, 33 per cento in Sicilia, ad esempio. Tanto per fare un confronto, la povertà relativa in in Emilia Romagna è del 2,5 per cento.

Ecco, mi piacerebbe tanto assai che qualcuno scrivesse una versione italiana del libro della Ehrenreich. Certo, quel rigore e quella capacità di raccontare sono rari. Ma perché non provarci?

10 anni di paghe da fame

Archiviato in: Stati Uniti, economia — raffaele @ 9:19 am

Tanto per uscire un po’ dalla faticosa (almeno per me) vicenda cazzate (su cui, inevitabilmente, ritornerò nei prossimi giorni), parlo d’altro. Se qualcuno mi chiedesse quale è il mio saggio preferito degli utlimi anni probabilmente risponderei Riti di sangue di Barbara Ehrenreich, un meravigioso libro che va alla ricerca delle origini biologiche, culturali e sociali della guerra.

Se poi la stessa persona mi domandasse quale è il mio secondo saggio preferito risponderei Una paga da fame, sempre della Ehrenreich, che per un anno si è travestita da cameriera, donna delle pulizie, impiegata di Wal Mart per raccontare come è la vita di chi sbarca il lunario con salario minimo e doppi lavori.

Beh, oggi scopro sul blog di Barbara che  sono dieci anni che il libro è nella classifica dei best seller del New York Times. Per celebrare l’anniversario la Ehrenreich pubblica una serie di Faq che chi ha amato il testo non può proprio perdere. Dalle difficoltà di vivere una vita non sua ai rapporti con i colleghi del periodo fino alla destinazione dei soldi guadagnati con l’inaspettato successo.

2 Ottobre , 2006

Discorsi da treno

Archiviato in: economia — raffaele @ 4:27 pm

Genova-Roma, 5 ore 20 di treno (sorprendentemente in orario). Tempo per leggere i giornali, qualche articolo arretrato e partorire modeste riflessioni su finanziaria e dintorni.

Livorno
Tutti parlano di ceto medio ma io non capisco. Secondo Scalfari il ceto medio “designa realtà diverse”. Si va dai 15 mila euro di reddito annuo a 60 mila: l’80 per cento dei contribuenti. Bene dunque ha fatto il governo a fissare “la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito”. Domanda: ma se le realtà, come dice Scalfari, sono così diverse perché accorparle tutte sotto la stessa categoria, tanto che poi bisogna dividerle?

Grosseto
Mi viene in mente un libro di Benjamin Demott intitolato The imperial middle, un’analisi della cultura di massa americana e della sua rimozione del concetto di “classe”. Quello che l’industria dell’intrattenimento televisiva propone, secondo Demott, è un mondo senza classi in cui domina un unico pervasivo blob, il ceto medio, che tutti ci accomuna e a tutti dà l’illusione di poter fluttuare verso l’alto. Un concetto ideologico, funzionale a coprire le differenze di ricchezza. Un’idea, mi vien da pensare, diffusa così tanto anche da noi da far sì che qualcuno possa chiedersi se chi denuncia 70 mila euro appartenga al ceto medio e che quasi tutti i miei amici si stupiscano scoprendo che in Italia chi supera questa soglia è poco più dell’1 per cento della popolazione. La percezione che i benestanti siano molti di più di quanto non siano in realtà è forse uno degli effetti dell’estensione abnorme dell’imperial middle (oltre che, ovviamente, dell’evasione fiscale).

Civitavecchia
Meno male che sul Corriere mi giunge in soccorso l’economista Luigi Campiglio della Cattolica. L’italiano appartenente al ceto medio, dice, è “quello che non è abbastanza ricco da potersi permettere cure dignitose in un istituto per un genitore anziano e allo stesso tempo un’istruzione adeguata per il figlio, ma non è abbastanza povero da affidarsi all’assistenza pubblica”.

Dopo tutto, a sentire la Banca d’Italia, il reddito mediano del nostro Paese nel 2004 era di 24 mila euro a famiglia. Insomma, in questa versione più precisa, il ceto medio è fatto anche e soprattutto di operai specializzati e impiegati” che dal 2000 al 2004 “hanno subito un calo del proprio potere di acquisito” mentre, come accade negli Stati Uniti, “i compensi di dirigenti e altri lavoratori della fascia superiore di reddito possono comprare sempre più beni e servizi”. Il tutto a causa della “concorrenza asiatica a basso costo” che “riduce i posti di lavoro non specializzati, congela i salari dei colletti blu e erode il ceto medio” mentre “le grandi imprese approfittano dei nuovi mercati e del lavoro meno caro per aumentare i profitti e arricchire più dirigenti, azionisti e professionisti molto qualificati”.

Roma Tuscolana
La conferma della riflessione di Campiglio arriva dall’Economist della settimana scorsa in un servizio sull’avanzata delle economia emergenti. Il settimanale è come sempre chiaro e cristallino.

“In particolare la nuova influenza delle economie emergenti ha cambiato i rapporti tra capitale e lavoro. Dal momento che l’integrazione globale di queste economie ha reso il lavoro più abbondante, i lavoratori nei Paesi sviluppati hanno perso un po’ del loro potere contrattuale, il che ha portato una pressione al ribasso sui salari reali. La percentuale della ricchezza che va al lavoro è scesa ai suoi punti più bassi da decenni, mentre la quota dei profitti è aumentata. Sembra che i lavoratori occidentali non stiano ricevendo la loro quota di frutti della globalizzazione. [...]

La sfida - conclude l’Economist – per i governi nelle economie avanzate è di trovare modi per diffondere i benefici della globalizzazione più equamente senza ridurre la dimensione di quei guadagni”.

Roma Termini
Se tutto questo è vero (e mi sembra che lo sia), beh, allora una finanziaria moderatamente redistributiva è il minimo che ci si poteva attendere da un governo moderatamente di sinistra.

 

29 Settembre , 2006

Greci più ricchi (anche) grazie alle prostitute

Archiviato in: economia — raffaele @ 11:51 am

cortigiana.jpgCome può il Pil di un Paese aumentare del 25 per cento in un colpo solo? Basta rivedere i meccanismi di conteggio e infilarci dentro anche il sommerso, prostituzione compresa. E’ quello che - lo dice il Financial Times [a pagamento] - hanno fatto i greci. Che si ritrovano così più ricchi, con un debito pubblico improvvisamente sceso all’85 per cento del Pil (contro il 107,5 per cento) e con un deficit saldamente al di sotto dei limiti europei, all’1,9 per cento.

Greece suddenly found itself 25 per cent richer on Thursday after a surprise upward revision of its gross domestic product, the fruit of a change to national accounts designed to capture better a fast-growing service sector – including parts of the black economy such as prostitution and money laundering.

The country’s newfound wealth raised eyebrows in Brussels, because it means Greece will find it easier to bring its budget deficit below the European Union’s 3 per cent of GDP ceiling.

31 Maggio , 2005

Italians lack confidence, innovation: Report

Archiviato in: articoli, economia, english — raffaele @ 6:50 pm

title_english.gifItalians did not have to wait until May 25 to know what they have felt for months. But now they can back up their feelings with the rigorous statistical data provided by the Italian National Statistics Institute (ISTAT)’s Annual Report released last Wednesday.

It’s a somber picture painted by the Italian statistical bureau: a country experiencing “enduring stagnation” whose “public administrators, entrepreneurs and citizens” were not able to find “measures aimed at eliminating weak points and appreciating strong points.”

Such a situation comes as no surprise as the latest confidence index by research institute ISAE fell to 84.2, the lowest since November 2001, as Bloomberg reported May 25, another sign of the “air of distrust” mentioned in the report.

On the macroeconomic front ISTAT confirms what the Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) and other international organizations have been repeating: Italy is unable to keep up with the rest of Europe. Between 1995 and 2004, Italy experienced slower growth than her neighbors –1.6 percent per year compared to a less-than-excellent 2.2 percent for the EU.

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20 Gennaio , 2005

Italy faces an economic nightmare

Archiviato in: articoli, economia, english — raffaele @ 6:57 pm

title_english.gifROME (Italy) — Three pieces of bad economic news in six days are hard for many prime ministers to take. It is even harder if you are a battered premier who was forced to briefly resign last month after a poor performance by your coalition in regional elections. But if your name is Silvio Berlusconi and you were elected after promising Italians a miracle, it is perhaps too much to absorb.

Let’s recall what happened. On May 12 preliminary data released by the statistics office ISTAT said Italy’s gross domestic product (GDP) shrank 0.5 percent in the first quarter of 2005. That makes two quarters in a row, since Italian GDP shrank by 0.4 percent in the fourth quarter of 2004.

On May 17 Domenico Siniscalco, Italy’s economy minister, says the government is ready to cut the country’s 2005 economic growth, adding that the deficit could violate European Union limits and implicitly admitting government’s forecasts were overly optimistic.

The next day, the OECD publishes its latest economic survey of Italy asking for “further structural measures” in order to “reach budget targets in 2005.” The organization “projects further falls in 2005 and 2006 on the basis of announced policy measures, with the public-sector deficit exceeding 3 percent of GDP in 2005, more so in 2006.”

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12 Luglio , 2001

L’ideologia del modello americano

Archiviato in: Stati Uniti, articoli, economia, gli argomenti umani, media — raffaele @ 12:41 pm

2507668-travel_picture-where_the_stars_and_stripes_and_the_eagles_fly.jpg(Da gli argomenti umani, n. 6/7, giugno/luglio 2001)

Il confronto tra gli Stati Uniti e l’Europa è diventato in questi ultimi anni un topos con cui editorialisti, economisti, imprenditori, politici e grandi istituzioni internazionali hanno cercato di giustificare e promuovere determinate trasformazioni della società europea. In questo confronto da una parte sono esaltati gli Stati Uniti e quelli che vengono individuati come i fattori del loro successo economico, dall’altra sono criticati ritardi e debolezze dell’Europa, attribuiti ad un welfare dispendioso, all’eccessiva spesa per le pensioni e ad una vaga mancanza di flessibilità. Sulla base di questa rappresentazione della realtà, all’Europa è così raccomandato un programma di tagli, privatizzazioni, flessibilità e riforme.

(continua…)

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