Genova-Roma, 5 ore 20 di treno (sorprendentemente in orario). Tempo per leggere i giornali, qualche articolo arretrato e partorire modeste riflessioni su finanziaria e dintorni.
Livorno
Tutti parlano di ceto medio ma io non capisco. Secondo Scalfari il ceto medio “designa realtà diverse”. Si va dai 15 mila euro di reddito annuo a 60 mila: l’80 per cento dei contribuenti. Bene dunque ha fatto il governo a fissare “la linea di discrimine a 40 mila euro di reddito”. Domanda: ma se le realtà, come dice Scalfari, sono così diverse perché accorparle tutte sotto la stessa categoria, tanto che poi bisogna dividerle?
Grosseto
Mi viene in mente un libro di Benjamin Demott intitolato The imperial middle, un’analisi della cultura di massa americana e della sua rimozione del concetto di “classe”. Quello che l’industria dell’intrattenimento televisiva propone, secondo Demott, è un mondo senza classi in cui domina un unico pervasivo blob, il ceto medio, che tutti ci accomuna e a tutti dà l’illusione di poter fluttuare verso l’alto. Un concetto ideologico, funzionale a coprire le differenze di ricchezza. Un’idea, mi vien da pensare, diffusa così tanto anche da noi da far sì che qualcuno possa chiedersi se chi denuncia 70 mila euro appartenga al ceto medio e che quasi tutti i miei amici si stupiscano scoprendo che in Italia chi supera questa soglia è poco più dell’1 per cento della popolazione. La percezione che i benestanti siano molti di più di quanto non siano in realtà è forse uno degli effetti dell’estensione abnorme dell’imperial middle (oltre che, ovviamente, dell’evasione fiscale).
Civitavecchia
Meno male che sul Corriere mi giunge in soccorso l’economista Luigi Campiglio della Cattolica. L’italiano appartenente al ceto medio, dice, è “quello che non è abbastanza ricco da potersi permettere cure dignitose in un istituto per un genitore anziano e allo stesso tempo un’istruzione adeguata per il figlio, ma non è abbastanza povero da affidarsi all’assistenza pubblica”.
Dopo tutto, a sentire la Banca d’Italia, il reddito mediano del nostro Paese nel 2004 era di 24 mila euro a famiglia. Insomma, in questa versione più precisa, il ceto medio è fatto anche e soprattutto di operai specializzati e impiegati” che dal 2000 al 2004 “hanno subito un calo del proprio potere di acquisito” mentre, come accade negli Stati Uniti, “i compensi di dirigenti e altri lavoratori della fascia superiore di reddito possono comprare sempre più beni e servizi”. Il tutto a causa della “concorrenza asiatica a basso costo” che “riduce i posti di lavoro non specializzati, congela i salari dei colletti blu e erode il ceto medio” mentre “le grandi imprese approfittano dei nuovi mercati e del lavoro meno caro per aumentare i profitti e arricchire più dirigenti, azionisti e professionisti molto qualificati”.
Roma Tuscolana
La conferma della riflessione di Campiglio arriva dall’Economist della settimana scorsa in un servizio sull’avanzata delle economia emergenti. Il settimanale è come sempre chiaro e cristallino.
“In particolare la nuova influenza delle economie emergenti ha cambiato i rapporti tra capitale e lavoro. Dal momento che l’integrazione globale di queste economie ha reso il lavoro più abbondante, i lavoratori nei Paesi sviluppati hanno perso un po’ del loro potere contrattuale, il che ha portato una pressione al ribasso sui salari reali. La percentuale della ricchezza che va al lavoro è scesa ai suoi punti più bassi da decenni, mentre la quota dei profitti è aumentata. Sembra che i lavoratori occidentali non stiano ricevendo la loro quota di frutti della globalizzazione. [...]
La sfida - conclude l’Economist – per i governi nelle economie avanzate è di trovare modi per diffondere i benefici della globalizzazione più equamente senza ridurre la dimensione di quei guadagni”.
Roma Termini
Se tutto questo è vero (e mi sembra che lo sia), beh, allora una finanziaria moderatamente redistributiva è il minimo che ci si poteva attendere da un governo moderatamente di sinistra.