Pubblicato l’ultimo rapporto del Committee to Protect Journalists: la crescita di freelance e giornalisti online sta rendendo più vulnerabile la stampa, soprattutto nei paesi oppressivi. Ma la rete si conferma anche l’antidoto migliore per limitare i danni della censura.
Novantanove giornalisti e operatori dell’informazione uccisi e 136 imprigionati in tutto il mondo nel 2009. Questo il bilancio stilato dall’associazione newyorchese Committee to protect journalists (Cpj) nel suo ultimo rapporto Attacks on the press 2009. Numeri che parlano chiaro e che fanno dell’anno appena concluso il più nero dal 1992, da quando cioè l’organizzazione ha cominciato a tenere il conto delle uccisioni.
Quella del reporter, soprattutto quando al governo ci sono regimi repressivi, continua a essere una professione pericolosa. Un mestiere, spiega l’indagine, ancora più rischioso se si è giornalisti freelance o online e non si po’ contare sulla protezione di organizzazioni strutturate e influenti. Tuttavia, il ruolo di chi cerca di fare informazione su Internet e per conto proprio, dice lo studio, “è più importante che mai” in un contesto in cui “la tecnologia sta cambiando il modo in cui la gente nel mondo raccoglie e riceve l’informazione” e le “testate internazionali tagliano gli staff e chiudono gli uffici all’estero”.
ah Winfrey e quello di Halle Berry. Nella materia grigia degli italiani, chissà, saranno probabilmente presenti neuroni dedicati a Belen Rodriguez, Sabrina Ferilli, Raoul Bova (più probabile nelle donne) e, fra i meno giovani, Sofia Loren. Potenza della celebrità e o stranezza della natura umana? Difficile a dirsi, fatto sta che, a quanto pare, i protagonisti del mondo dello spettacolo hanno la capacità di penetrare molto in profondità nel nostro cervello e di rimanerci. Tanto che alla loro immagine o al loro nome tende ad associarsi l’attività di specifiche aree cerebrali.
«Quanti soldi abbiamo perso con l’edizione online? E quanti ne avremmo persi se non l’avessimo avuta?». Se lo chiedeva qualche anno fa il