Il prezzo della denuncia

Le frontiere delle notizie non sono tutte uguali. Ci sono quelle virtuali, raccontatequi sopraa fianco, e ce ne sono di reali e pericolosamente concrete: macchine bruciate, minacce di morte, pallottole inviate in busta o recapitate direttamente nell’auto. Il giornalismo contemporaneo cambia pelle, soffre l’avvento delle nuove tecnologie che sgretolano modelli di business consolidati e aprono opportunità ancora non del tutto esplorate. Alla fine però, rete o carta, il principio resta (o dovrebbe restare) sempre quello: raccogliere fatti e farli diventare notizia, costi quel che costi.

Il punto è che – quotidiano o sito Internet – ci sono luoghi dove costa di più, come certe aree del nostro Mezzogiorno. Taci infame. Vite di cronisti dal fronte del sud (il Saggiatore, 2010) di Walter Molino racconta del sovrapprezzo di rischio e solitudine che sborsa chi fa il giornalista in Sicilia, Calabria, Campania e tratta di argomenti che toccano gli interessi della criminalità organizzata.

E’ un’imposta indiretta che interessa tanto reporter di lungo corso quanto giovani alle prime armi. C’è chi la paga da trent’anni, come Rosaria Capacchione, cronista di giudiziaria del Mattino di Napoli e chi ha appena cominciato a versare il tributo, come Angela Corica, collaboratrice del quotidianoCalabria Ora.

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Una legge 2.0 che fa bene anche a noi

«L’idea è stimolante visto che si tratta dell’iniziativa di un Paese sovrano che decide di fasi carico del problema della libertà di stampa ai tempi della rete». A Guido Scorza, avvocato, sempre in prima linea per la difesa della libertà di espressione la Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) piace. La apprezza nel merito, nel metodo e per le possibili ripercussioni in un’Italia sempre a rischio bavaglio. «E’ bello che abbiano deciso di non inventare di nuovo la ruota ma di prendere il meglio delle varie legislazioni già in essere nel mondo. E’ una modalità 2.0».

Tra i Paesi citati come modello noi non ci siamo…

E questo è sintomatico. Dopo tutto, l’attuale orientamento italiano diverge molto dai principi espressi nella proposta.

Un paradiso contro i bavagli

Una proposta in discussione in parlamento potrebbe trasformare l’isola artica nella terra promessa della libertà di stampa: un luogo dove editori e giornalisti vorrebbero trasferirsi per sfuggire alla censura

L’isola che non c’è ma potrebbe esserci è lontana (in particolare dall’Italia), piena di vulcani e, soprattutto, senza bavagli che limitino il desiderio di informare di giornalisti e blogger. Ai suoi abitanti garantisce le più sofisticate protezioni giuridiche alla libertà di espressione. Ai poteri di tutti i tipi impone per legge il massimo rispetto del diritto di parola e l’estrema trasparenza. Al resto del mondo offre un esempio virtuoso da seguire, agli editori un rifugio, a chiunque un computer dove ospitare documenti che si vogliono far conoscere al pubblico, senza rischi di vederli sequestrati.

Un’isola così non c’è ancora ma potrebbe materializzarsi molto presto nel caso una proposta di legge in discussione nel parlamento islandese ricevesse il via libera dall’assemblea. Si chiama Icelandic Modern Media Initiative (IMMI) e, se approvata, trasformerebbe l’Islanda nella terra promessa della libertà di stampa, un luogo dove editori e reporter avrebbero grande interesse a stabilirsi e operare.

«E’ un po’ quello che accade con i paradisi fiscali», dice Smari McCarthy, dell’associazione Icelandic Digital Freedoms Society tra i sostenitori dell’iniziativa. «Solo che qui le aziende editoriali non verrebbero per pagare meno tasse ma per godere di norme che tutelano al meglio la loro attività».

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Leggiamolo sul telefonino

Se il quotidiano di carta è la preghiera mattutina dell’uomo moderno cosa succede quando va sul telefonino? Per trovare una risposta abbiamo escluso tutte le altre fonti e per una settimana ci siamo informati solo sul piccolissimo schermo. Tra stupore e claustrofobia, diario di una cavia delle news mobili

Niente tv, niente giornali, radio manco a parlarne. Quanto al web, non è così facile, ma alla fine anche quello, con alcune eccezioni, è stato escluso. Nessun dubbio invece per le riviste (assolutamente no), mentre sul fronte locandine un po’ di tolleranza si è rivelata necessaria: tapparsi gli occhi nelle vicinanze di ogni edicola è difficile se si è distratti e pericoloso se si cammina sul marciapiede stretto di una strada trafficata. Discorso analogo per le radio nei supermercati: talvolta trasmettono giornali radio e che si fa, ci si tappa le orecchie? Improbabile, soprattutto se è il tuo turno alla cassa. Via libera infine a qualche segnalazione arrivata da email (come si fa ad ignorarle?). Per il resto, solo telefonino.

Scegliere un canale esclusivo di aggiornamento nell’era della sovrabbondanza informativa in cui ricevi notizie quando meno te lo aspetti, è faticoso. Tuttavia, con un po’ di tolleranza, si può fare e alla fine il risultato è, grosso modo, quello atteso: una settimana, dal 12 al 18 aprile, vissuta apprendendo le notizie solo da cellulare. Sette giorni trascorsi a informarsi attraverso un iPhone 3GS, con esclusione (quasi) totale di ogni altra fonte che non fossero le applicazioni di sei testate italiane e straniere: Corriere della sera, Guardian, Le Monde, New York Times, Repubblica, StampaContinua a leggere

I voti alle applicazioni iPhone dei quotidiani

Corriere della sera. L’interfaccia grafica si discosta dalle altre per la presenza di una barra orizzontale per scorrere le sezioni sotto la testata: originale ma un po’ sottile per polpastrelli adulti, soprattutto maschili. Le notizie si adattano allo schermo sia in orizzontale che in verticale, la homepage no. Tra i pregi, il pulsante per gli articoli correlati in alto a destra, che funziona però solo per alcune news, e la possibilità di ascoltare gli articoli. Costa 4,99 per un mese. Voto: 6,5

Repubblica. Convenzionale nelle soluzioni grafiche e di struttura, efficiente nella lettura, aiutata dal fatto che, una volta dentro la notizia, spariscono tutti gli elementi accessori della pagina tranne il testo. Tra i difetti, l’assenza di adattamento in orizzontale delle news e, più grave, il fatto che per spedire gli articoli via email si è costretti ad uscire dall’applicazione. Manca, inoltre, la possibilità di condivisione degli articoli su Facebook. Ottima la funzionalità MyNews: segnalazione e archiviazione di articoli su temi scelti. La pubblicità che emerge da sotto e occupa un piccola frazione della parte bassa dello schermo infastidisce la lettura. Prezzo: 4,99 euro per un mese. Voto: 6,5… Continua a leggere

Se il terremoto cinguetta tra le maglie della rete

«Terremoto». Alle 3 e 35 del 6 aprile 2009 il laconico messaggio di Vincenzo Di Biaggio compare su Twitter. Sono passati appena 3 minuti dalla grande scossa che ha devastato L’Aquila e decine di paesini dell’Abruzzo. Da San Salvo in provincia di Chieti, Di Biaggio, programmatore di 28 anni, lancia il suo allarme. Le agenzie di stampa non hanno ancora battuto la notizia e comunicazioni ufficiali non se ne trovano.

Sulla piattaforma che permette agli utenti di pubblicare in tempo reale frammenti di 140 caratteri il rimpallo di informazioni e sensazioni come quelle di Vincenzo è già cominciato e proseguirà ininterrotto, messaggio dopo messaggio, tutta la notte.
Immediate, cariche di emozioni e non verificabili, simili comunicazioni cominciano oggi ad essere considerate utili da chi studia i terremoti. Almeno così la pensano alcuni ricercatori, europei e americani, convinti che Internet e i media sociali possano aiutare a raccogliere dati in tempo quasi reale su un sisma o per gestire in modo più immediato la comunicazione con la popolazione.

Tra i pionieri di questa che qualcuno ha già ribattezzato “citizen seismology”, sismologia dal basso, ci sono gli scienziati dello Us Geological Survey (USGS), l’ente americano che si occupa di scienze della terra. In uno studio apparso sul numero di marzo-aprile 2010 della rivista Seismological Research Letters hanno analizzato le reazioni su Twitter nei primi 6 minuti seguiti al sisma verificatosi a Morgan Hill in California nel marzo 2009. Utilizzando come chiave di ricerca la parola “terremoto” e isolando le comunicazioni che provenivano da luoghi distanti non più di 200 km dall’epicentro, hanno rilevato che la media dei messaggi dall’area interessata è passata, dopo l’evento, da 1 all’ora a 150 al minuto: nei primi 60 secondi le reazioni erano già 66. Continua a leggere

Trasparenza di governo

Dati, dati, dati. Ispirati da Obama stati e città del mondo anglosassone riversano online fiumi di statistiche e informazioni. Nella speranza che l’intelligenza collettiva della rete li metta frutto.

Il percorso più sicuro per raggiungere un locale di Washington passa per il Web. Non nel senso che è meglio bere una birra davanti al Pc e chattare con gli amici su Skype per evitare il pericolo di brutti incontri nella notte della capitale Usa. Più semplicemente, perché prima di uscire di casa si può dare un’occhiata al sito StumbleSafely e consultare una mappa dei luoghi di ritrovo della città che racconta anche quanti e quali crimini sono stati commessi nell’area scelta nei vari momenti della giornata e offre dettagli utili come le stazioni della metropolitana nelle vicinanze.

StumbleSafely fa parte di quei servizi che l’amministrazione di Washington DC si augurava di stimolare quando tre anni fa ha deciso di mettere online un catalogo di dati pubblici relativi alla città (dagli arresti di minori alle concessioni edilizie). 300 insiemi di numeri e statistiche in formato riusabile a disposizione di aziende e programmatori indipendenti che possono sbizzarrirsi a processarli, mescolarli con altre informazioni (mash-up) e realizzare progetti web utili per i cittadini. Come iLive.at, per esempio, che consente di digitare un indirizzo in una maschera di ricerca e ottenere in risposta indicazioni sulla composizione etnica del quartiere, il tasso di crimini commessi, la percentuale di nuclei familiari con figli, la presenza in zona di ospedali e stazioni di polizia. A Washington sono così convinti di questa via che per stimolare la creatività degli utenti, hanno lanciato Apps4Democracy.org, un concorso per smanettoni che nella prima edizione ha messo in palio 30 mila dollari e ha raccolto 47 applicazioni per il web, l’iPhone o Facebook. Secondo i calcoli della municipalità, i servizi sviluppati hanno prodotto un valore di oltre 2 milioni e mezzo di dollari a fronte di un esborso totale dell’amministrazione di soli 50 mila. Continua a leggere