Se il terremoto cinguetta tra le maglie della rete

«Terremoto». Alle 3 e 35 del 6 aprile 2009 il laconico messaggio di Vincenzo Di Biaggio compare su Twitter. Sono passati appena 3 minuti dalla grande scossa che ha devastato L’Aquila e decine di paesini dell’Abruzzo. Da San Salvo in provincia di Chieti, Di Biaggio, programmatore di 28 anni, lancia il suo allarme. Le agenzie di stampa non hanno ancora battuto la notizia e comunicazioni ufficiali non se ne trovano.

Sulla piattaforma che permette agli utenti di pubblicare in tempo reale frammenti di 140 caratteri il rimpallo di informazioni e sensazioni come quelle di Vincenzo è già cominciato e proseguirà ininterrotto, messaggio dopo messaggio, tutta la notte.
Immediate, cariche di emozioni e non verificabili, simili comunicazioni cominciano oggi ad essere considerate utili da chi studia i terremoti. Almeno così la pensano alcuni ricercatori, europei e americani, convinti che Internet e i media sociali possano aiutare a raccogliere dati in tempo quasi reale su un sisma o per gestire in modo più immediato la comunicazione con la popolazione.

Tra i pionieri di questa che qualcuno ha già ribattezzato “citizen seismology”, sismologia dal basso, ci sono gli scienziati dello Us Geological Survey (USGS), l’ente americano che si occupa di scienze della terra. In uno studio apparso sul numero di marzo-aprile 2010 della rivista Seismological Research Letters hanno analizzato le reazioni su Twitter nei primi 6 minuti seguiti al sisma verificatosi a Morgan Hill in California nel marzo 2009. Utilizzando come chiave di ricerca la parola “terremoto” e isolando le comunicazioni che provenivano da luoghi distanti non più di 200 km dall’epicentro, hanno rilevato che la media dei messaggi dall’area interessata è passata, dopo l’evento, da 1 all’ora a 150 al minuto: nei primi 60 secondi le reazioni erano già 66. Per dare un’idea della rapidità, il primo avviso ufficiale (non ancora in grado di rivelare la magnitudo) dalla rete di rilevamento sismico della California del Nord è giunto 22 secondi sopo l’evento; il primo messaggio su Twitter (“omfg, earthquake!”) dopo 19. Senza contare, fanno notare gli autori della ricerca, che la maggior parte delle reti regionali Usa aspetta la definizione della magnitudo per dare notizia della localizzazione di un sisma e questo fa salire l’attesa, in media, a due minuti e mezzo. In aree dove i sistemi di monitoraggio non sono capillari, si arriva a 8. Per i terremoti fuori dai confini americani, la localizzazione può attendere un quarto d’ora.

“Il tempo di risposta di un potenziale rilevatore basato su Twitter è impressionante”, concludono i ricercatori. E se la velocità va a scapito di informazioni importanti (precisa localizzazione, intensità  e profondità), anche con queste limitazioni, dicono gli scienziati, “in certi casi il monitoraggio dei ‘cinguettii’ (così si chiamano in gergo i messaggini su Twitter, ndr) può essere usato per capire che si è verificato un terremoto”. Per questa ragione allo USGS lavorano a un Twitter Earthquake Detector, un sistema automatico di analisi dei messaggi. Un meccanismo simile, spiega ad Alias Michelle Guy, informatica dello USGS e co-autrice dello studio, “può essere molto utile in aree in cui la rete di rilevazione sismica è poco densa e la diffusione di Internet e di strumenti come Twitter ampia”. A cosa può servire? “In certi casi per dare una rapida conferma alla popolazione in attesa che arrivino informazioni più accurate, in altri per allertare le ambasciate”.

Che la rete abbia già modificato la gestione di un terremoto è assodato. Il primo questionario online che chiedeva aiuto alla popolazione per determinare l’impatto di un sisma risale al 1999. Da allora tutti i siti dei grandi istituti ricorrono a questa soluzione. Tuttavia, la crescente diffusione di Internet permette ora di raccogliere informazioni senza chiedere all’utente specifiche azioni: basta analizzare i dati aggregati del comportamento spontaneo dei navigatori. Google, per esempio, utilizza la frequenza con cui sono effettuate ricerche in rete su certi temi per estrarre indicazioni sulla diffusione dell’influenza in varie aree del mondo.

Sulla base di ragionamenti analoghi, il Centre Sismologique Euro-Méditerranéen (CSEM) lavora ad un sofisticato sistema di monitoraggio degli accessi al proprio sito web. Identificando la provenienza degli indirizzi Ip (il numero associato a una connessione), il meccanismo fa scattare l’allerta quando, rispetto alla media, registra un aumento significativo di visite da un’area geografica. “Un’impennata di accessi da una regione è quasi sempre il segnale che quella zona è stata colpita da un terremoto e che la popolazione si rivolge al sito per trovare informazioni”, spiega Rémy Bossu, ricercatore dello CSEM.

Anche in questo caso la velocità è il punto di forza. Nel caso del sisma de l’Aquila il grafico degli accessi mostra un picco circa 3 minuti e mezzo dopo l’evento. “Ma ora abbiamo raffinato il sistema e possiamo ottenere risposte in meno di un minuto”, precisa Bossu. Nel giro di 5 minuti, inoltre, il sistema dello CSEM realizza automaticamente mappe della percezione dell’intensità del terremoto in un territorio sulla base degli accessi al sito. Queste visualizzazioni hanno mostrato un’eccellente corrispondenza con quelle ufficiali realizzate sulla base dei questionari online ma disponibili, in media, solo 60 minuti dopo che la terra ha tremato.

In Italia, complice forse una diffusione di Internet inferiore ad altri Paesi, progetti che puntano ad analisi sistematiche delle informazioni prodotte dagli utenti online non esistono ancora (a parte i questionari). Tuttavia, qualcosa comincia a muoversi sul fronte della comunicazione. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) ha da poco aperto uno spazio YouTube, una pagina su Facebook e, soprattutto, sperimenta il rilascio di informazioni sui terremoti su Twitter. Si tratta però di un account “semi-ufficiale”, fanno sapere dall’Istituto, lanciato pochi giorni dopo il terremoto de L’Aquila e ancora poco pubblicizzato. “Dobbiamo ancora darci un’organizzazione per gestire richieste e reazioni; allora potremo partire a pieno regime”, precisa Alessandro Amato, ricercatore dell’INGV.

Di certo, un incoraggiamento a proseguire su questa strada arriva da Vincenzo Di Biaggio: con una sponda virtuale ufficiale su Twitter nei concitati minuti dopo il sisma de L’Aquila si sarebbe sentito meno solo. “In quei momenti – ci dice ricordando quella notte – in cui cercavamo notizie su ciò che stava succedendo e sulla sorte degli amici, una fonte autorevole che aggiornasse in tempo reale sarebbe stata di grande aiuto e conforto”.

Raffaele Mastrolonardo

Articolo originariamente pubblicato su Alias / il manifesto del 3 aprile 2010

About these ads

Un pensiero su “Se il terremoto cinguetta tra le maglie della rete

  1. Recomenza Domà | Vincenzo Di Biaggio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...