Le tecno-illusioni dei liberali dell’iPod

Eserciti di blogger al soldo di governi repressivi. Facebook e Twitter come immensi database di informazioni personali ad uso dei dittatori. Una rete che diventa sempre più terreno di manipolazione dall’alto fino a trasformarsi in una piattaforma di indottrinamento, una «Spinternet» (crasi tra spin, l’arte della propaganda in inglese, e internet). Se a questo quadro si aggiunge l’acritica tendenza dei media occidentali a esaltare sempre e comunque il web come strumento di democrazia, non c’è molto da stare allegri. Eppure Evgney Morozov, studioso del rapporto tra internet e politica e autore di questo quadro fosco, difficilmente perde il buon umore e il gusto della provocazione.

Nel luglio scorso, di fronte alla platea di tecnofili che affollava l’edizione europea della prestigiosa TED Conference, si è divertito a prendere in giro il «liberalismo dell’iPod», ovvero l’idea che basta riempire un Paese di connessioni internet e gadget e la democrazia seguirà. Nato in Bielorussia, Morozov svolge attività di ricerca presso l’Università di Georgetown a Washington. Ma soprattutto cura il blog NetEffect, ospitato dal sito della rivista Foreign Policy, in cui libera il suo ironico realismo ogni qualvolta sente odore di illusioni cyber-utopiste. A cominciare dal caso più clamoroso degli ultimi tempi, la rivoluzione verde iraniana. «Il ruolo di Twitter è stato ampiamente esagerato», spiega al manifesto con cui ha accettato di condividere le sue analisi sull’evoluzione delle tecniche di propaganda governativa in rete. «Prima delle elezioni in Iran gli utenti del servizio erano solo 20 mila e molti di questi erano iraniani che stavano fuori dal Paese».

Vuol dire che Twitter non serve come strumento di azione politica?
E’ una questione di mezzi e obiettivi. Se devi informare 5 mila persone istantaneamente Twitter è lo strumento giusto. Sono più scettico sul fatto che serva per organizzare proteste, soprattutto perché è una piattaforma aperta che può essere letta da chiunque, anche dal governo. Fino ad ora non ho trovato alcuna evidenza che le rivolte iraniane siano state gestite via Twitter. Dietro c’era una struttura. Gli entourage di Mousavi e di Karroubi son ben consapevoli di come si organizza e coordina una dimostrazione. La mia sensazione è che si riunivano, si organizzavano, pubblicavano informazioni sui loro siti e infine, ma solo alla fine, arrivava Twitter. E’ un quadro molto diverso da quello, raccontato in occidente: gruppi spontanei di iraniani che scendevano in piazza dopo avere discusso le azioni sui media sociali online.

Ma perché i media occidentali sempre pronti a celebrare il ruolo democratizzante della rete?
Internet è un medium molto visibile e dunque è facile estendere singoli casi di successo alla società intera. Vediamo un gruppo di giovani studenti iraniani che usano Twitter e tendiamo a pensare che questo valga per tutti i giovani del Paese dimenticando che si tratta di una società complessa. Per i media occidentali raccontare storie di questo tipo è come raccontare il secondo tempo della caduta del muro di Berlino. Si pensa al ruolo che allora hanno avuto i fax e le fotocopiatrici nel disseminare informazioni e aiutare la gente a mobilitarsi e si pensa lo stesso della rete. Ma, a differenza di fax e fotocopiatrici, internet può fare tante altre cose ed essere usata in vari modi: per esempio per migliorare la propria carriera, per sfuggire ad un ambiente familiare o religioso oppressivo, o semplicemente per svago. Non tutti la usano a fini politici. Anche perché può aiutare i governi a individuare i dissidenti e restringere il dissenso.

Vuol dire il carattere aperto di internet la rende poco funzionale in una rivoluzione?
Non dubito che internet possa essere utile, ma è chiaro che nell’organizzare un evento si lasciano anche molte tracce che, per esempio, possono essere usate dalle autorità per scovare legami tra dissidenti e gruppi esteri. Tehran può controllare quali attivisti e quali gruppi stranieri hanno contattato cittadini iraniani. Anche quando questi non hanno risposto a un messaggio su Twitter o Facebook il solo fatto che qualcuno negli Usa li abbia raggiunti è abbastanza perché le autorità denuncino un complotto occidentale. Queste piattaforme offrono alle autorità informazioni che un tempo i servizi segreti facevano molta fatica a reperire. Per capire chi erano le persone nella tua agenda ci volevano anni, ora basta guardare su Facebook e su Twitter.

Un altro fenomeno che lei descrive è la cosiddetta «Spinternet», ovvero la presenza occulta della propaganda governativa in rete.
C’è stato un radicale cambiamento nel modo in cui i governi autoritari esercitano il controllo in rete. Fino a qualche anno fa le soluzioni più frequenti erano la censura e i filtri. Con la crescita dei blog e degli strumenti che permettono a tutti di pubblicare è diventato impossibile controllare la diffusione dei contenuti sgraditi. Quando viene chiesta la rimozione di un post basta che il blogger attivi la sua cerchia di amici e questo verrà ripreso e ripubblicato altrove. I governi autoritari hanno capito il meccanismo e cominciato ad adottare tecniche più sofisticate.

Per esempio?
Diffamano il blogger, lo screditano dal punto di vista personale, lo accusano di avere complicità con servizi segreti stranieri, minano la sua credibilità personale e professionale. E’ un sistema più efficace. L’obiettivo è seminare dubbi tra quella parte dell’opinione pubblica digitale che non ha ancora preso posizioni nette sulle questioni. Ma c’è di più: Russia, Cina e Iran hanno cominciato a mettere insieme eserciti di blogger e commentatori online. Lo scorso anno le forze Basij iraniane hanno annunciato che avrebbero creato un battaglione di 10 mila blogger.

Ma, in ultima analisi, quanto sono efficaci questi blogger al servizio del governo?
Dipende. Anche se 10 mila blogger producessero 100 mila post non è detto che riuscirebbero ad avere l’influenza sperata. Nella blogosfera per avere attenzione devi essere brillante e provocatorio. Il governo cinese è più sofisticato. Ha assoldato dei blogger, il cosiddetto «Esercito dei 50 centesimi», che interviene nelle discussioni già in corso. Non pretende di crearle dal nulla, si limita ad indirizzarle e deviarle. Hanno imparato dalle aziende americane che fanno «astroturfing»,: pagano blogger o gruppi fintamente indipendenti per scrivere cose favorevoli. Ma anche in Iran provano soluzioni diverse. A Qom, la città iraniana che ospita i più autorevoli centri di studio dell’Islam sciita, il clero organizza seminari per blogger dal 2006: cercano di indottrinare le persone, di instillare delle regole prima che diventino parte attiva della blogosfera.

Il mensile Wired ha proposto di dare il premio Nobel per la pace a Internet. Cosa ne pensa?
Trovo l’idea del Nobel per la Pace a Internet ancora più atroce che darlo a Obama. É determinismo tecnologico allo stato puro. Secondo lo stesso metro dovremmo darlo alla Tv (dopo tutto alcune persone la guardano per imparare). Internet non ha solo lati oscuri, certo, ma questo premio sarebbe prematuro e puerile. Invece di impegnarci in una simile campagna dovremmo studiare bene l’impatto della rete sulla memoria, l’apprendimento,la privacy, la formazione del carattere. Wired sembra avere già risposto in modo positivo a tutte queste domande. O forse non se le è nemmeno poste.

Raffaele Mastrolonardo

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 5 dicembre 2009

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  1. Spinternet, quando la politica usa il Web 2.0 | Telcoeye di Massimo Cavazzini

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