Solo un dato ci può salvare

manifestoLe nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.

La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce online dove le inserzioni, a parità di lettori, costano meno. Risultato: i quotidiani sono in declino, il giornalismo è in pericolo e anche la democrazia non sta tanto bene. Quello che non tutti conoscono è il racconto laterale: i germi del futuro dell’informazione sono già all’opera. Bisogna andarli a cercare nelle divisioni online dei media più innovativi o nei dipartimenti più visionari di certe università. È lì che si tentano esperimenti che, con l’aiuto della tecnologia, provano a immaginare le vie delle news che verranno. Con un’idea a fare da collante: l’eccesso di informazione può essere piegato a vantaggio di quei soggetti che, per tradizione e risorse, possono usare la massa enorme di dati che ci assale ogni giorno per fornire contesto, interpretazioni della realtà, basi per nuovi business. Se le cose stanno così, chi meglio dei quotidiani?

Copiando Google
L’americano New York Times e l’inglese The Guardian sono tra i più decisi a battere la nuova strada. Per farlo hanno scelto un esempio non da poco: Google. Esattamente come il motore di ricerca ha agito per i suoi servizi più popolari (le mappe, per esempio) i due quotidiani hanno aperto ai programmatori le tecnologie (in gergo API, acronimo per Application programming interface) necessarie per “giocare” con i loro archivi di dati e notizie e creare servizi. In questo modo tale Taylor Barstow ha lanciato Nytexplorer.com per effettuare ricerche avanzatissime nel database del quotidiano. Altri hanno preferito impiegare le informazioni sul Congresso prese dal New York Times per tenere sotto controllo l’attività dei parlamentari dell’Oregon: è il caso di YourGovernment. Uno sviluppatore italo-olandese, Cristiano Betta, infine, ha utilizzato l’archivio del Guardian per aggiungere informazioni di contesto al suo ShouldIBackupMy.com, che fornisce consigli su come non perdere i propri dati.

Come le mappe di Google sono il punto di riferimento per chi realizza servizi di georeferenziazione sul web così, condividendo il patrimonio informativo e tecnologico, i giornali sperano di diventare la fermata obbligata per chi sperimenta con l’informazione. A che pro? Lo spiega l’influente blog americano GigaOm: simili iniziative «trasformano il giornale in una piattaforma per altri servizi e funzionalità. Questo rende il quotidiano e il suo contenuto più preziosi e apre le porte ad ogni tipo di partnership o forma di licenza commerciale»…

Numeri per la comunità
Una volta presa coscienza del salto di paradigma imposto dall’ambiente virtuale, alcuni giornali iniziano a individuare i loro punti di forza in rete. Anche ai tempi in cui si sfogliavano e basta non erano solo fornitori di articoli ma anche di servizi (si pensi agli annunci commerciali o funebri) e ora possono offrire, oltre a notizie, strumenti online al servizio della comunità. «Oggi circolano più dati che in qualsiasi altro momento della storia», dice Irfan Essa, professore presso la School of interactive computing del Georgia Institute of Technology. «In quest’epoca, i giornalisti non hanno solo il compito di mostrare valide ipotesi su quanto questi dati dimostrano, ma devono anche fornire ai lettori gli strumenti interattivi per vedere che impatto hanno su di loro».

Tra quelli che hanno capito la lezione c’è il Los Angeles Times. Il suo “Data Desk” offre accesso ad una serie di database tematici. C’è la possibilità di cercare i nomi dei soldati californiani deceduti in Afganistan e Iraq o di esplorare i risultati delle ispezioni sanitarie nei ristoranti della Contea. Ancora, si può scoprire, sulla base di dati ufficiali, quali piscine pubbliche non brillano per igiene oppure, per il genere informazioni amene, investigare la frequenza dei nomi più popolari dei cani quartiere per quartiere.

Reporter e database

In fondo, la capacità di scavare tra i dati è sempre stata una delle virtù del giornalismo di ogni epoca. Bisogna solo adattarla al web. Ad aiutare le redazioni in questa transizione ci pensano, in America, istituzioni come l’Investigative reporters and editors, associazione no profit dedita al sostegno del giornalismo d’inchiesta che ha sede presso la scuola di giornalismo dell’Università del Missouri. Da anni organizza corsi di formazione nei media del Paese per diffondere il verbo del “giornalismo aiutato dal computer”, ovvero l’applicazione di tecniche computazionali all’analisi dei dati per l’attività dei reporter investigativi. I Bob Woodward e Carl Bernstein di domani, insomma, non indosseranno camicie con lunghi colletti a punta, semmai magliette e occhialoni da nerd.

“La prima competenza che il pubblico vuole dai giornalisti sta progressivamente spostandosi dalla scrittura di buone storie alla capacità di aiutare il lettore a navigare attraverso tutta questa informazione”, spiega Clyde Bentley, professore all’Università del Missouri. “I giornalisti devono raffinare la loro capacità di setacciare storie in modo da dare alla gente quello che potrebbe massimamente interessarla. Questo siginfica che devon avere l’abilità di cercare in fretta tra una serie di fornitori di informazione, dalla blogosfera all’Associated Press. Dare un senso alla poltiglia sarà il nostro primo dovere”.

Al Georgia Institute of Technology ne sono così convinti che insegnano i rudimenti del “giornalismo computazionale”, disciplina che coniuga informatica e giornalismo. L’obiettivo, spiega Essa, è formare figure ibride: «I giornalisti-computazionali sanno costruire strumenti per fare in modo che i giornalisti diventino più efficaci nella condivisione di informazioni e che i cittadini possano fruirne in modo efficace. Oppure sviluppano algoritmi per aiutare a garantire la qualità dell’informazione». Esempio di questo connubio è EveryBlock.com. Realizzato da Adrian Holovaty, reporter-informatico già capo dell’innovazione al sito del Washington Post, aggrega e georeferenzia informazioni (dalle recensioni di ristoranti ai fatti di cronaca nera) sui quartieri di 15 città americane.

Lettore, aiutaci tu
Se poi le tecnologie in dotazione sono antiquate e i giornalisti tecnologizzati scarseggiano, i quotidiani in cerca di futuro possono affidarsi alla rete di raccogliere abbastanza occhi per lavori che nessun reporter da solo riuscirebbe a portare a termine. Lo ha fatto il Guardian qualche settimana fa. Ha messo sul web migliaia di pagine di note spese dei parlamentari britannici e chiesto agli utenti di leggerle e segnalare voci sospette.

In attesa dei risultati la morale è chiara: computer o esseri umani, la salvezza del giornalismo passa dalla capacità di dare un senso ai dati.

Articolo pubblicato su Chips&Salsa/Il Manifesto del 11 luglio 2009

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2 pensieri su “Solo un dato ci può salvare

  1. Il futuro delle notizie « Il Giornalaio

  2. Editorial Games « Il Giornalaio

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