Il socialismo dal volto web

manifesto«Samo tutti socialisti» proclamava nel febbraio scorso il settimanale Newsweek. Nazionalizzazione delle banche e piani di stimolo dell’economia stavano trasformando gli Usa in un «moderno stato europeo», simile a quella Francia tutta sofisticherie e welfare state così odiata nell’era Bush. 4 mesi più tardi la crisi è ancora in mezzo a noi e l’America che gira le spalle al liberismo è sempre oggetto di discussione, questa volta su internet.

Ad accendere la miccia è il mensile Wired (edizione americana) con un saggio disponibile anche sul web di Kevin Kelly, fondatore della rivista e storico guru della rete. Il titolo è tutto un programma: «The new socialism: global collectivist society is coming online». Per la bibbia della tecnologia Usa a rendere popolare «la parola che comincia con la “S”», oltre alla recessione e al collasso del capitalismo selvaggio, sono alcuni agenti che non ti aspetti, poco rossi e molto virtuali: Wikipedia, YouTube, o ancora le licenze Creative Commons e i progetti open source. Tutte iniziative che, grazie al successo della collaborazione in rete, costituiscono una via digitale alla collettivizzazione della cultura e dell’economia americane.

«La frenetica corsa a connettere chiunque con chiunque in ogni momento sta dando vita a una versione rivista del socialismo», afferma Kelly. In che cosa consista la mutazione digitale dell’ideale e perché questa dovrebbe piacere agli americani è presto detto: niente lotta di classe, stato, fabbriche o burocrazie. Al posto di questi retaggi del ‘900: cooperative virtuali, produzione tra pari, condivisione di codice e meritocrazia delle comunità online. In fondo, conclude l’autore, «quando masse di persone che posseggono i mezzi di produzione lavorano a un obiettivo comune e mettono in comune i loro prodotti, quando lavorano senza salario e godono gratuitamente dei frutti di questo sforzo, non è irragionevole chiamare tutto ciò socialismo»…

Sarà anche ragionevole, ma il socialismo dal volto web lanciato da Wired non piace a tutti. Per un altro pezzo da novanta di internet, Lawrence Lessig, l’equiparazione proposta è «completamente sbagliata». Via blog, il cyber-giurista di Stanford, fondatore di Creative Commons non le manda a dire al suo amico: «non mi sembra il momento di imbarcarsi in una ridefinizione giocosa di un termine che ha un significato così chiaro e distintivo. Qualunque cosa “socialismo” sarebbe potuto diventare se non fosse stato screditato dalle rivoluzioni dell’est europeo, di sicuro nelle menti del 95% degli americani non è uguale a Wikipedia. Quel termine insulta i creatori e confonde gli altri».

Non tutti i creatori, però. Nei commenti all’intervento di Lessig spunta anche un «wikipediano» che, in nome della «redistribuzione della ricchezza linguistica», dissente dal professore. «Chi sceglie di far parte di Wikipedia – scrive Sage Ross – accetta l’accordo economico alla base del progetto: tutto ciò che scrivi diventa proprietà del gruppo e può essere riscritto e trasformato in funzione di ciò che è meglio per il progetto». Messa così, come negare che l’enciclopedia online sia, se non proprio un kolkhoz, almeno «una forma di socialdemocrazia»?

Intanto, Nancy Scola di TechPresident, popolare blog dedicato a politica e tecnologia, rimprovera Kelly di avere sbagliato “ismo”: la collaborazione di cui parla è più simile «al comunitarismo che al socialismo statale». A mettere d’accordo tutti ci prova Joseph Jackson della P2P Foundation. Per descrivere i fenomeni rivoluzionari in atto nella rete esiste un termine più attuale e meno controverso di «socialismo»: peer to peer, letteralmente da pari a pari. E se fa venire in mente adolescenti che scaricano musica online piuttosto che giustizia sociale, poco male. E’ tempo o no che la sinistra riparta dai giovani?

Articolo pubblicato su il manifesto del 2 giugno 2009

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