Raffaele Mastrolonardo's

Archivio per 2009

Il guru di Internet che scopre la gratuità

In articoli, il manifesto on 22 Novembre , 2009 at 2:50 pm

Nel regno dell’abbondanza le merci digitali hanno costi di produzione che tendono a zero. Così nel web la gratuità tende a diventare la norma e non l’eccezione. È la tesi che lo studioso e direttore di «Wired» Chris Anderson propone in «Gratis», il suo nuovo libro pubblicato da Rizzoli

C’è l’economia della scarsità fisica, quella in cui gli esseri umani hanno trascorso la gran parte della loro storia. E poi c’è quella dell’abbondanza digitale nella quale abbiamo cominciato a vivere solo da qualche anno. La prima funziona seguendo la teoria economica classica; la seconda si muove secondo regole in gran parte ancora da scrivere che poco hanno a che fare con i testi sacri della «scienza triste». Per capire lo scarto basta andare in edicola, sfogliare quintali di carta pieni di informazioni a pagamento e poi farsi un giro online per trovare la stessa informazione (e anche di più), solo gratis.

La differenza non è da poco e non è casuale. È anzi la caratteristica distintiva della «rivoluzione» innescata dalla rete che trasforma tutto quello che può in bit, immateriali e facili da trasportare, e rende abbondanti beni che prima erano scarsi. A pensarla così, fra gli altri, è Chris Anderson, direttore del mensile Wired e acclamato guru della rete, sbarcato in Italia con la sua ultima fatica, Gratis (Rizzoli, 19,50 euro). Nel precedente e fortunato saggio, La coda lunga, raccontava come cambia il business nell’era dell’abbondanza immateriale quando, senza le costrizioni dello spazio e degli scaffali fisici, prodotti che si rivolgono a pochi possono essere economicamente attraenti come quelli di massa.

In Gratis Anderson fa un passo ulteriore. Il futuro della maggior parte dei beni digitali, dice, è marchiato da una sola cifra: lo zero. Il cuore dell’argomento del nuovo libro è puro materialismo tecnologico. A portarci nel regno della gratuità saranno quei processi in virtù dei quali il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l’architrave di ogni erogazione di servizi web, si dimezza in un periodo compreso tra i 9 e i 18 mesi. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero e le aziende più aggressive si comportano di conseguenza, dando via beni digitali senza chiedere nulla in cambio… Read the rest of this entry »

L’Europa? Non è unita nemmeno sul web

In Corriere della sera.it, articoli on 21 Novembre , 2009 at 12:58 pm

Una mappa fotografa la discussione politica europea online. Ancora pochi i contatti tra le varie comunità. Italia la più isolata

BARCELLONA – L’Europa sarà anche unita a livello istituzionale, ma per quanto riguarda la percezione politica dei cittadini, c’è ancora molto lavoro da fare. Nella realtà, ma anche sul web. Almeno questo è il verdetto emesso da una ricerca condotta su un campione selezionato di 10 mila siti politici in Francia, Germania, Italia e Olanda. Il risultato dell’indagine, realizzata da linkfluence, azienda specializzata in ricerche di mercato sui media sociali, è una mappa che fotografa le comunità politiche sul web del continente costruita analizzando la rete di collegamenti tra i vari siti.

UNITI MA DIVISI - Il quadro che emerge descrive un dibattito politico sull’Europa che continua a crescere, ma riproduce sul web i tradizionali confini fisici. Le aggregazioni di siti si compongono seguendo linee linguistiche, con poche intersezioni tra le varie comunità, che continuano, per lo più, a parlare a se stesse: i francesi con i francesi, i tedeschi con i tedeschi. Nella generale tendenza alla separazione, la sorpresa viene proprio dai soggetti che non ti aspetti, i gruppi di euroscettici, quelli che, per ideologia, sembrerebbero meno inclini alla contaminazione. E invece, secondo la ricerca, sono proprio i siti e i blog che esprimono posizioni contro l’Unione europea ad avere maggiori legami transnazionali attraverso reti parallele a quelle degli altri gruppi.

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La rete? Attendere prego

In articoli, il manifesto on 6 Novembre , 2009 at 12:16 pm

Berlusconi blocca gli investimenti per lo sviluppo della banda larga

Scusate tantomanifesto, avevamo scherzato. Dopo mesi di rinvii, tentennamenti, dichiarazioni imbarazzate e rassicurazioni poco credibili, finalmente l’ammissione: i soldi promessi dal governo nel giugno scorso per lo sviluppo della banda larga nel nostro Paese non arriveranno. Con tanti saluti  all’obiettivo di garantire una connessione da 2 megabit al secondo a tutti gli italiani entro il 2012.

A togliere ogni dubbio residuo è stato Gianni Letta in persona: gli 800 milioni che l’esecutivo aveva stanziato a giugno nell’ambito del cosiddetto “Piano Romani” (dal viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani) sono rimandati a data da destinarsi. «Lo stanziamento – ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio – era stato previsto prima dell’avvento della crisi». Dopodiché il governo «ha dovuto riconsiderare le cose dando la precedenza a questioni come gli ammortizzatori sociali».

I soldi – ha precisato Letta – arriveranno «una volta usciti dalla crisi». Un orizzonte temporale che mette la parola fine ad un “giallo” che sempre più appariva come un segreto di Pulcinella. Tra gli addetti ai lavori, infatti, lo scetticismo serpeggiava da tempo. «Purtroppo lo prevedevo», è stato il commento del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Corrado Calabrò.

A fugare le perplessità del numero uno dell’Agcom non erano evidentemente bastate le dichiarazioni del ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta che poco più due settimane fa scommetteva su una svolta positiva a breve: «Il piano è già pronto. Ho parlato con il viceministro Paolo Romani. E’ un problema di investimenti, ma manca ormai solo l’ultima spinta. Nell’arco di ottobre-novembre possiamo avere il via libera dal Cipe», aveva detto.

Bisognerà, invece, aspettare tempi economici migliori. Contattato dal manifesto ilministro Brunetta ha declinato ogni commento. Ma certo la notizia non deve avergli fatto piacere visto che gli 800 milioni previsti erano un puntello importante per il suo piano di e-government che prevede una pubblica amministrazione più digitale e informatizzata…. Read the rest of this entry »

I neuroni delle celebrità

In Corriere della sera.it, articoli on 27 Luglio , 2009 at 9:49 am

Nel nostro cervello alcuni gruppi di neuroni si attivano in relazione al «richiamo» dei personaggi famosi

MILANO - Nel cervello di molti americani c’è il neurone di Oprlogo_home_corriereah Winfrey e quello di Halle Berry. Nella materia grigia degli italiani, chissà, saranno probabilmente presenti neuroni dedicati a Belen Rodriguez, Sabrina Ferilli, Raoul Bova (più probabile nelle donne) e, fra i meno giovani, Sofia Loren. Potenza della celebrità e o stranezza della natura umana? Difficile a dirsi, fatto sta che, a quanto pare, i protagonisti del mondo dello spettacolo hanno la capacità di penetrare molto in profondità nel nostro cervello e di rimanerci. Tanto che alla loro immagine o al loro nome tende ad associarsi l’attività di specifiche aree cerebrali.

CELEBRITÀ CEREBRALI - A dirlo è un esperimento condotto da un team di neuroscienziati dell’Università di Leicester in Gran Bretagna che non ha nessuna pretesa di indagare le conseguenze neurologiche della cultura ossessionata dalle celebrità nella quale viviamo. Obiettivo dello studio era capire in che modo il suono o l’immagine di una determinata persona sono in grado di stimolare nel cervello un concetto astratto riferito ad esse e quindi capire meglio come funziona la nostra memoria. A questo scopo gli scienziati inglesi hanno studiato le reazioni di sette pazienti affetti da epilessia ai quali erano stati impiantati degli elettrodi nel cervello. Nel corso dello studio, ai pazienti sono state mostrate le immagini di celebrità, monumenti e luoghi famosi. Il risultato è che determinati neuroni, particolarmente nell’ippocampo, si sono accesi in relazioni a specifici concetti, persone o edifici che fossero. «È importante avere neuroni in grado di fare questo. È così che registriamo i ricordi», ha spiegato al sito del New Scientist Quian Quiroga, autore della ricerca.

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Attenti alle nuvole

In VisionPost, articoli on 27 Luglio , 2009 at 9:44 am

Un editoriale del New York Times mette in guardia da rischi del cloud computing, la tendenza a trasferire le applicazioni fuori dal Pc e dentro la rete. A rischio privacy e innovazione.

Atvisionposttenzione alle nuvole. Non quelle fisiche che portano pioggia ma quelle virtuali che ospitano una parte sempre più grande della nostra vita online man mano che le aplicazioni escono dal Pc per essere utilizzate direttamente dal web. Saranno anche belli e seducenti questi addensamenti di bit ma portano con sé rischi consistenti. A dirlo è Joanathan Zittrain, membro del prestigioso Berkman Center for Internet & Society dell’università di Harvard che ha appena lanciato l’allarme dalle non meno autorevoli pagine degli editoriali del New York Times.

Il fenomeno contro cui Zittrain invita a tenere alta la guardia è chiamato, in gergo, cloud computing, dove “cloud” (nuvola, appunto) indica gli agglomerati di server che i grandi colossi del web come Goolge, Microsoft e Amazon stanno ammassando in data center sparsi in tutto il mondo per offrire via internet servizi, come quelli per la produttività in ufficio per esempio, che fino a poco tempo fa riposavano nei dischi fissi dei nostri computer. La stessa Microsoft ha annunciato che metterà online una versione del suo Office, mossa pensata anche per contrastare Google Docs, la suite tutta online dell’arcirivale Google.

Il problema è che questa tendenza apparentemente inarrestabile e spesso spacciata come manna per gli utenti presenta anche molti rischi. Quali? Zittrain, che lo scorso anno ha pubblicato il saggio The Future of the Internet and How to Stop It per mettere in guardia contro alcune pericolose strade imboccate dalla rete contemporanea, ne individua almeno tre. Vediamoli.

Controllo dei dati
Chi ci assicura, si chiede e ci chiede, che ciò che acquistiamo online, per esempio un mp3 o un libro elettronico è veramente nostro? Domandatelo a quei possessori di Kindle, il lettore di e-book targato Amazon, che hanno visto le loro copie digitali del romanzo 1984 di George Orwell cancellate improvvisamente, una possibilità sancita nel contratto di servizio, che probabilmente pochi avevano letto. “Se tu affidi i tuoi dati ad altri, questi possono anche tradirti”, è l’ammonimento di Zittrain..

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I pirati diventano predatori e lanciano la rete anonima

In Corriere della sera.it, articoli on 24 Luglio , 2009 at 2:29 pm

I creatori di The Pirate Bay lanciano «iPredator» per poter navigare senza essere idelogo_home_corrierentificati

MILANO – Da pirati a predatori. I creatori di The Pirate Bay, il popolare e controverso sito svedese che permette lo scaricamento di contenuti digitali, ne hanno pensata un’altra che rischia di creare nuovi grattacapi all’industria dell’intrattenimento. I bucanieri scandinavi, condannati in primo grado al pagamento di 3 milioni e 600 mila euro di danni alle major del video, si sono lanciati in una nuova impresa che permetterà agli utenti di navigare in rete in totale anonimato. IPREDator, questo il nome del servizio, ha già raccolto l’adesione di circa 180 mila utenti che hanno cominciato in questi giorni a testare il sito. A regime, per garantirsi la navigazione lontana da occhi indiscreti dovranno sborsare circa 5 euro al mese.

FATTA LA LEGGE…. - L’obiettivo è chiaro: consentire agli utenti di navigare in rete senza essere identificati e dunque senza correre il rischio di essere incriminati per le attività svolte online. Il nome stesso del sito è un esplicito riferimento a Ipred, la direttiva europea sulla proprietà intellettuale del 2004, recepita dalla Svezia con una legge entrata in vigore all’inizio di aprile. Il provvedimento permette ai detentori dei diritti d’autore di rivolgersi direttamente ai fornitori di accesso a Internet per ottenere dettagli sugli utenti sospettati di attività che violano la normativa sul copyright. Secondo alcune stime, nei giorni successivi alla promulgazione della legge il traffico dei servizi di file sharing sarebbe calato di un terzo. Allo stesso tempo, però, proprio l’inasprimento delle norme sembra avere fatto aumentare il numero di utenti che ricorrono a sistemi che permettono di navigare in rete senza essere identificati come Dold.se o Relakks. I 180 mila utenti che hanno richiesto di provare IPREDator sembrano dare ragione a queste impressioni.

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I creatori di The Pirate Bay lanciano «iPredator» per poter navigare senza essere identificati

Gratis. Ad ogni costo

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 21 Luglio , 2009 at 9:30 am

manifestoDalla California è in arrivo l’ultima grande narrazione tecno-ideologica: un mondo di beni e servizi a costo zero. In nome del business. Lo dice Free, l’ultimo saggio di Chris Anderson, direttore di Wired e teorico della Coda lunga. Ma le aziende in crisi lo seguiranno?

Che cosa hanno in comune un’azienda multimiliardaria come Google e i venditori ambulanti brasiliani che offrono cd per le strade di San Paolo? L’esclusiva conferenza TED che chiede fino 6 mila dollari per un biglietto di ingresso e Wikipedia, l’enciclopedia online che regala conoscenza grazie a migliaia di volontari? Se diamo retta all’ultima grande narrazione tecno-ideologica che arriva dalla California sono tutti esempi di «un modello economico completamente nuovo» che, grazie alla diffusione delle tecnologie di rete, promette di rivoluzionare interi settori di business e caratterizzare l’economia del prossimo futuro: l’offerta gratuita di beni e servizi.

Teorico, cantore e ideologo di questa rivoluzione “a costo zero” è Chris Anderson, direttore del mensile Wired. Il testo in cui descrive i fondamenti del paradigma “no-cost” è approdato a inizio di luglio nelle librerie di Stati Uniti e Gran Bretagna e si candida a diventare il punto di riferimento di un’intellighenzia digital-globale affamata di visioni d’insieme e suggestioni di business.

A suon di esempi di aziende che prosperano regalando qualcosa, «Free. The future of a radical price», questo il titolo del libro, descrive l’irresistibile e progressiva prevalenza del «gratis» nell’era digitale. Tra excursus storici e incursioni nella psicologia del consumatore attratta dallo zero, il cuore dell’argomento di Anderson è tutto tecnologico. A portarci nel regno della gratuità fatta business saranno infatti, secondo il direttore di Wired, quei processi di innovazione che fanno sì che il prezzo dei supporti di memoria, della banda di trasmissione e dei processori, vale a dire l’architrave di ogni erogazione di servizi via web, si dimezzi in un periodo compreso tra i 9 e i 18 mesi. A questi ritmi il costo marginale della distribuzione di bit scivola verso lo zero… Read the rest of this entry »

Solo un dato ci può salvare

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 13 Luglio , 2009 at 9:25 pm

manifestoLe nuove frontiere del giornalismo (e il futuro dei quotidiani) passano anche dalla capacità di impiegare le nuove tecnologie per aiutare il lettore a dare un senso al diluvio di dati che lo inonda. Qualche esempio pionieristico.

La storia principale la sanno tutti: gli utenti trovano le notizie in rete gratis e la pubblicità si trasferisce online dove le inserzioni, a parità di lettori, costano meno. Risultato: i quotidiani sono in declino, il giornalismo è in pericolo e anche la democrazia non sta tanto bene. Quello che non tutti conoscono è il racconto laterale: i germi del futuro dell’informazione sono già all’opera. Bisogna andarli a cercare nelle divisioni online dei media più innovativi o nei dipartimenti più visionari di certe università. È lì che si tentano esperimenti che, con l’aiuto della tecnologia, provano a immaginare le vie delle news che verranno. Con un’idea a fare da collante: l’eccesso di informazione può essere piegato a vantaggio di quei soggetti che, per tradizione e risorse, possono usare la massa enorme di dati che ci assale ogni giorno per fornire contesto, interpretazioni della realtà, basi per nuovi business. Se le cose stanno così, chi meglio dei quotidiani?

Copiando Google
L’americano New York Times e l’inglese The Guardian sono tra i più decisi a battere la nuova strada. Per farlo hanno scelto un esempio non da poco: Google. Esattamente come il motore di ricerca ha agito per i suoi servizi più popolari (le mappe, per esempio) i due quotidiani hanno aperto ai programmatori le tecnologie (in gergo API, acronimo per Application programming interface) necessarie per “giocare” con i loro archivi di dati e notizie e creare servizi. In questo modo tale Taylor Barstow ha lanciato Nytexplorer.com per effettuare ricerche avanzatissime nel database del quotidiano. Altri hanno preferito impiegare le informazioni sul Congresso prese dal New York Times per tenere sotto controllo l’attività dei parlamentari dell’Oregon: è il caso di YourGovernment. Uno sviluppatore italo-olandese, Cristiano Betta, infine, ha utilizzato l’archivio del Guardian per aggiungere informazioni di contesto al suo ShouldIBackupMy.com, che fornisce consigli su come non perdere i propri dati.

Come le mappe di Google sono il punto di riferimento per chi realizza servizi di georeferenziazione sul web così, condividendo il patrimonio informativo e tecnologico, i giornali sperano di diventare la fermata obbligata per chi sperimenta con l’informazione. A che pro? Lo spiega l’influente blog americano GigaOm: simili iniziative «trasformano il giornale in una piattaforma per altri servizi e funzionalità. Questo rende il quotidiano e il suo contenuto più preziosi e apre le porte ad ogni tipo di partnership o forma di licenza commerciale»… Read the rest of this entry »

Il volto intelligente della semantica

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 7 Luglio , 2009 at 10:21 am

manifestoA volte ritornano. Potrebbe intitolarsi così, come un famoso racconto di Stephen King, il film di una delle più controverse promesse dell’universo tecnologico: la semantica. Sì, proprio la scienza dei significati. Da un buon lustro viene periodicamente indicata come la rivoluzione che ci darà motori di ricerca intelligenti in grado di comprendere il linguaggio naturale e di capire le relazioni tra i concetti (utilizzando soltanto algoritmi automatizzati), di interrogare Google & C. come faremmo con un nostro amico al bar ricevendo risposte pertinenti (a differenza di quelle che, spesso, riceviamo al bar).

Peccato che le grandi aspettative vadano regolarmente deluse e la semantica torni ogni volta ad essere quello che è sempre stata, disciplina da umanisti. Almeno fino alla prossima occasione. Come quella che stiamo vivendo oggi. Il mondo dei motori di ricerca, come si racconta nel pezzo a fianco, torna a regalare novità (Bing di Microsoft in primis) e subito qualcuno ricomincia a parlare di tecnologie che comprendono i significati. Per capire se in questo caso c’è un po’ di grano in mezzo al solito loglio ci siamo rivolti a Luca Scagliarini che cura l’espansione internazionale di Expert System, azienda modenese che da anni prospera grazie Cogito, tecnologia (veramente) semantica sviluppata in un’area che più che per il software si è sempre distinta per la meccanica e la ceramica. Scagliarini è reduce dalla Semantic Conference 2009, uno dei più importanti eventi mondiali dedicati alle tecnologie semantiche che si è tenuto in California dal 14 al 18 giugno scorso.

Di semantica in ambito tecnologico si parla da così tanto tempo che il termine ha fatto a tempo a diventare di moda e scomparire almeno un paio di volte negli ultimi 5 anni. A che punto siamo oggi, a tuo parere, dopo l’edizione 2009 della Semantic Technology Conference?

Diciamo che sta tornando interesse intorno al tema. Anche con la crisi economica c’è stato un cospicuo aumento di partecipanti alla manifestazione e, soprattutto, non si è trattato dei soliti noti.

Per la prima volta, tutti i grandi, da Google a Yahoo a Oracle, sono stati coinvolti in presentazioni. Come interpreti questo segnale?

E’ l’indicazione che si sta uscendo dalla fase di laboratorio. Google stessa ha cambiato idea. Ancora l’anno scorso snobbava apertamente la semantica. Un mese fa ha annunciato che inizierà ad inserire degli aspetti semantici nella sua indicizzazione dei siti web. Yahoo! lo fa già. Detto questo, non ci sono ancora evidenze chiare che la semantica farà quel salto che molti da tempo auspicano. C’è qualche indizio in più rispetto allo scorso anno ma prove non se ne vedono ancora.

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La favola? Meglio parlare con i genitori

In Corriere della sera.it, articoli on 1 Luglio , 2009 at 1:14 pm

logo_home_corriereMILANO – Una buona conversazione vale più di una favola. Leggere storie ai bambini è buona pratica, certo, ma ad influire in modo decisivo sullo sviluppo linguistico nei primi anni di vita sono soprattutto le parole scambiate nell’ambito di un dialogo con gli adulti. Genitori, armatevi di pazienza dunque: parlare ai figli non basta, bisogna soprattutto discutere con loro. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sul numero di luglio di Pediatrics, la rivista dell’Accademia americana di Pediatria. Secondo i ricercatori della Scuola di salute pubblica dell’Università della California – Los Angeles che hanno realizzato la ricerca, uno scambio di parole che coinvolge piccoli e grandi ha un effetto positivo sul linguaggio dei bimbi 6 volte superiore alla semplice lettura di un testo. Quanto all’esposizione alla televisione, dicono gli studiosi americani, non ha nessun impatto diretto, positivo o negativo, sulle capacità linguistiche dei bambini. A meno che, fanno notare, i momenti trascorsi davanti allo schermo non costituiscano tempo sottratto a possibili interazioni con mamma e papà.

SBAGLIANDO SI IMPARA – Sì perché non c’è nulla che faccia fiorire le abilità oratorie dei figli come un bel dialogo con i grandi. Il maggiore beneficio di queste conversazioni deriva dalle possibilità offerte ai bambini di sperimentare il linguaggio, ingrandire il proprio vocabolario e ricevere correzioni e indicazioni su un più adeguato impiego della lingua. “Ai bambini piace ascoltare ma migliorano quando sono loro a provare a parlare”, spiega Frederick J. Zimmerman, autore dello studio. “Dategli la possibilità di esprimere quello che hanno in testa anche se è soltanto ‘guu gaa’ o qualcosa di simile”. Per arrivare a simili conclusioni la ricerca ha coinvolto 275 famiglie con bambini di età compresa tra i due mesi e i 4 anni. Nell’arco di sei mesi, ogni famiglia ha fornito le registrazioni di 5 giornate complete dei propri figli consentendo così ai ricercatori di valutare i vari tipi di stimoli linguistici a cui essi erano sottoposti. Dall’analisi delle registrazioni, gli studiosi hanno scoperto che, in media, i bambini ascoltano circa 13 mila parole da parte degli adulti e partecipano più o meno a 400 conversazioni al giorno.

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La morte di “Jacko” manda in tilt Wikipedia

In Corriere della sera.it, articoli on 26 Giugno , 2009 at 1:38 pm

logo_home_corriereL’eccesso di emozione e di partecipazione seguita al decesso del cantante ha causato difficoltà anche alla celebre enciclopedia online e al popolare social network

MILANO - Che fatica star dietro alle notizie ai tempi della rete. Se il ciclo continuo delle news sul web è un rebus per le testate tradizionali che hanno redazioni dedicate a seguire i fatti nella loro evoluzione, anche i media sociali (e i loro milioni di collaboratori) possono soffrire nella rincorsa all’incessante istantaneità. La notizia della morte di Michael Jackson, dalle prime voci fino alla definitiva conferma, è stata in questo senso un banco di prova impegnativo per i principali siti partecipativi. A cominciare dalla regina del genere, Wikipedia dove, a partire dai primi rumors che davano la pop star ricoverata in ospedale, è scattata la guerra delle modifiche alla «voce» in lingua inglese dedicata al cantante.

LA BATTAGLIA DELLE REVISIONI – Tra chi lo spacciava già per deceduto, chi parlava di arresto cardiaco, o di semplice ricovero, c’era anche chi gettava acqua sul fuoco appellandosi a minimi criteri di attendibilità: «Non è morto fino a che una fonte degna di fiducia non lo conferma». Nel mezzo di modifiche, revisioni, restaurazioni e discussioni il sito partecipativo è andato in tilt: «Scusate – recitava ad un certo punto un messaggio che accoglieva i visitatori – questo sito ha delle difficoltà tecniche». Ad un certo punto, per porre fine alla contesa, qualcuno dei redattori di Wikipedia ha aumentato i livelli di protezione inibendo ulteriori modifiche fino a quando la situazione non fosse stata chiarita. Questa mattina, ad acque più calme, l’enciclopedia recita: «Michael Jackson è morto il 25 giugno 2009 all’età di 50 anni, a causa di un sospetto arresto cardiaco o di un attacco di cuore. La causa specifica del decesso deve ancora essere determinata»…

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Gentili commissari, ma se scrivo “pokare” mi capite?

In articoli, il manifesto on 26 Giugno , 2009 at 10:05 am

manifesto

I social network e la scuola dei millennials, il tema di maturità di una giovane collaboratrice di Totem e de il manifesto..

Ci chiamano nativi digitali, generazione always-on, millennials ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle «intelligenze connettive» e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa traccia molti di noi devono ancora provare l’ebbrezza del «potere di connessione». Sì perché è bello quello che scrive Manuel Castells quando ammonisce che viviamo nella «galassia internet» e non possiamo sentirci soli anche se lo vogliamo.

Però dovrebbe dirlo a quelli di di Telecom Italia. Io, per esempio, sto in una cosiddetta area rurale e Internet non ce l’ho, o meglio possiedo una connessione lenta e traballante che non raggiunge 1 megabit al secondo di velocità. Nella mia condizione ci sono altri 7,5 milioni di italiani i quali, nella galassia, più che a pianeti o stelle assomigliano a buchi neri. Lo afferma anche un rapporto riservato che però si può leggere su Wikileaks.org, sito dove si pubblicano cose che i governi censurano. Forse anche questa è la «trasparenza radicale» di cui si parla nella traccia. Comunque sia, qualcuno dovrebbe dirglielo a Castells che se vuole prendersi un po’ di riposo dallo stressante mondo interconnesso può venire a farsi un vacanza qui da me, in provincia, dove di «reti» che si «occupano» di noi anche se non vogliamo se ne vedono poche.

L’altro giorno, poi, ho letto che meno della metà delle famiglie italiane ha un Pc e che più del 60 % degli adulti non ha usato internet negli ultimi 3 mesi. Sono dunque un po’ restia a discutere dei «social network» menzionati nel titolo e nel passo di Daniel Goleman. Statistiche alla mano, ho paura che l’argomento potrebbe risultare oscuro alla maggior parte dei membri della commissione d’esame. E se parlare di «pokare», uno di quei gesti di amicizia che si fanno su Facebook, venisse considerata una divagazione? Soffermarmi su Twitter, di cui in questi giorni parlano tutti i giornali in relazione agli eventi iraniani, potrebbe essere altrettanto rischioso. Non so quanto gli esaminatori possano stimare degna di un tema di maturità la sfumatura tra blogging e micro-blogging. Di sicuro, qui da noi, durante l’anno scolastico non se ne è mai parlato. [...] Read the rest of this entry »

L’azienda è in crisi? Te lo dice l’e-mail

In Corriere della sera.it, articoli on 23 Giugno , 2009 at 1:08 pm

logo_home_corriereIndagine sulla Enron: nei momenti di difficoltà i dipendenti usano la posta elettronica in modo diverso.

MILANO – Ci si chiude in gruppi ristretti, si parla solo con persone fidate, le informazioni restano all’interno di una cerchia selezionata. Se questo è quello che sta accadendo nella vostra azienda, forse fareste bene a preoccuparvi: grossi guai potrebbe essere in vista. Il suggerimento arriva da una ricerca americana che ha analizzato i percorsi dei messaggi di posta elettronica inviati dai dipendenti della Enron durante gli ultimi 18 mesi di vita del colosso energetico americano fallito alla fine del 2001. Lo studio, realizzato dal Florida Institute of Technology di Melbourne, rivela come nel mese precedente la fine i modelli di comunicazione elettronica tra i dipendenti abbiano subito un brusco mutamento ispirato da diffidenza e paura. Le persone hanno cominciato a scambiarsi messaggi soprattutto all’interno di gruppi ridotti e a non condividere le informazioni con il resto dell’organizzazione. La ricerca è stata presentata alla fine di maggio a Catania in occasione di un simposio internazionale sulle reti complesse.

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Il sito che fa i raggi x ai parlamentari

In Corriere della sera.it, articoli on 16 Giugno , 2009 at 9:55 am

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Debutta OpenParlamento. Presenze, assenze, attività in Aula, leggi presentate: tutte le statistiche con un click

ROMA – Il più ribelle, tra i deputati, è Furio Colombo. Da quando è iniziata la legislatura, dicono i numeri, ha votato il 16,5 per cento delle volte (circa un voto su sei) in contrasto con il suo gruppo, il Pd. Il senatore più presente, invece, è Cristiano De Eccher (Pdl) che divide la prima piazza con il leghista Mandell Valli: entrambi hanno preso parte a 2114 sedute, tutte tranne una. Alla Camera, invece, si distingue per assiduità Gaetano Nastri (Pdl) che si è seduto in aula 3674 volte (su un totale di 3682) per una percentuale del 99,78 per cento. A offrire questi dettagli sull’attività dei nostri rappresentanti a chiunque sia interessato e a rendere più trasparente l’attività legislativa è un sito lanciato oggi: OpenParlamento.

I PIÙ E I MENO – Non c’è più bisogno di essere dei cronisti politici o di imbarcarsi in esplorazioni (sempre un po’ faticose) dei siti istituzionali per sapere cosa accade nelle aule legislative del Belpaese. Basta un clic e, in modo affidabile e chiaro, l’attività degli eletti diventa meno arcana e assume nuove forme. Ecco materializzarsi i ribelli, gli assenteisti, gli assidui ma anche gli stakanovisti, identificati sulla base di un indice dell’attività parlamentare che non tiene conto solo dei voti espressi ma anche degli atti presentati. Per la cronaca, nella contesa della solerzia, l’esito è bipartisan. Angela Napoli del Pdl primeggia tra i deputati più attivi mentre Donatella Poretti del Pd si afferma tra i senatori. Dai singoli ai gruppi, per quanto riguarda le presenze in aula a farla da padrona è la maggioranza. Alla Camera i primi 20 posti sono tutti appannaggio di Pdl e Lega. Mentre al Senato, i rappresentanti dei partiti di governo occupano 18 delle prime 20 posizioni. Un’assiduità, non mancheranno di far notare gli esperti, merito anche dei tanti voti di fiducia che costringono i parlamentari filogovernativi alla presenza.

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La depressione si cura anche online

In Corriere della sera.it, articoli on 8 Giugno , 2009 at 8:22 pm

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Una ricerca dice che per le forme lievi le terapie web possono funzionare

MILANO - La depressione? Si combatte anche su Internet. A dirlo è uno studio appena pubblicato dalla rivista scientifica Australian and New Zealand Journal of Psychiatry: per le forme depressive più lievi – sostiene l’articolo – i programmi di trattamento basati sul web risultano efficaci quanto gli interventi incentrati sul classico faccia a faccia psichiatra-paziente.

SADNESS – A spingere verso l’impiego dei nuovi media nella cura della tristezza patologica è una ricerca che ha monitorato 45 pazienti affetti da forme moderate di depressione sottoposti a un programma virtuale di cura denominato Sadness. Messo a punto dal Centro di ricerca su ansia e depressione del St Vincent’s Hospital di Sydney in Australia, il percorso terapeutico prevede sei lezioni online, una serie di compiti da assolvere a casa propria, contatti settimanali via e-mail con uno specialista e la partecipazione ad un forum virtuale. Risultato: al termine del trattamento, più di un terzo di pazienti coinvolti non presentava più sintomi di depressione; un’efficacia, a detta dei ricercatori australiani, paragonabile a quella dei metodi tradizionali. Con in più, si fa notare, vantaggi logistici e pecuniari. «I trattamenti via Internet possono essere seguiti da casa e sono più economici», ha spiegato al sito dell’emittente australiana Abc Gavin Andrews, direttore del Centro e co-autore dell’articolo. Fra i punti di forza dell’approccio virtuale, secondo Andrews, va inclusa anche la responsabilizzazione dei soggetti depressi: «Il trattamento costringe i pazienti a pensare e a contare su se stessi dal momento che devono documentare i loro progressi sul web». Nel complesso, gli individui sottoposti al test hanno ricevuto in media 8 e-mail dagli specialisti pari a 111 minuti di lavoro dello psichiatra. Un percorso terapeutico tradizionale avrebbe comportato dalle 12 alle 15 ore di contatto faccia a faccia…

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Il socialismo dal volto web

In articoli, il manifesto on 4 Giugno , 2009 at 9:50 am

manifesto«Samo tutti socialisti» proclamava nel febbraio scorso il settimanale Newsweek. Nazionalizzazione delle banche e piani di stimolo dell’economia stavano trasformando gli Usa in un «moderno stato europeo», simile a quella Francia tutta sofisticherie e welfare state così odiata nell’era Bush. 4 mesi più tardi la crisi è ancora in mezzo a noi e l’America che gira le spalle al liberismo è sempre oggetto di discussione, questa volta su internet.

Ad accendere la miccia è il mensile Wired (edizione americana) con un saggio disponibile anche sul web di Kevin Kelly, fondatore della rivista e storico guru della rete. Il titolo è tutto un programma: «The new socialism: global collectivist society is coming online». Per la bibbia della tecnologia Usa a rendere popolare «la parola che comincia con la “S”», oltre alla recessione e al collasso del capitalismo selvaggio, sono alcuni agenti che non ti aspetti, poco rossi e molto virtuali: Wikipedia, YouTube, o ancora le licenze Creative Commons e i progetti open source. Tutte iniziative che, grazie al successo della collaborazione in rete, costituiscono una via digitale alla collettivizzazione della cultura e dell’economia americane.

«La frenetica corsa a connettere chiunque con chiunque in ogni momento sta dando vita a una versione rivista del socialismo», afferma Kelly. In che cosa consista la mutazione digitale dell’ideale e perché questa dovrebbe piacere agli americani è presto detto: niente lotta di classe, stato, fabbriche o burocrazie. Al posto di questi retaggi del ‘900: cooperative virtuali, produzione tra pari, condivisione di codice e meritocrazia delle comunità online. In fondo, conclude l’autore, «quando masse di persone che posseggono i mezzi di produzione lavorano a un obiettivo comune e mettono in comune i loro prodotti, quando lavorano senza salario e godono gratuitamente dei frutti di questo sforzo, non è irragionevole chiamare tutto ciò socialismo»… Read the rest of this entry »

Vota a sinistra, fallo per la rete

In articoli, il manifesto on 4 Giugno , 2009 at 9:48 am

manifestoUn voto per la rete. Perché no? Se siete a corto di motivazioni per andare ai seggi il 6 e 7 giugno eccone una: il prossimo Parlamento sarà decisivo per il futuro dell’internet europea. Se lo spettacolo di una sinistra che marcia divisa vi induce a restare a casa, pensateci. In tutta probabilità toccherà alla nuova assemblea delineare i principi che regoleranno il diritto di accesso al network e la libertà di espressione online. Una simile posta in gioco merita un piccolo sforzo.

Ma perché il Parlamento che verrà sarà così importante? La ragione è racchiusa in due parole: Pacchetto Telecom. Ovvero un complesso di norme concepito per dare un indirizzo al futuro delle telecomunicazioni continentali. Salvo sorprese dell’ultima ora, saranno i nuovi eletti a decidere sulla sorte del progetto. L’assemblea uscente si è espressa in proposito lo scorso 6 maggio. Anche grazie alla mobilitazione degli attivisti, ha votato un emendamento sui diritti degli utenti (il 138/46) sgradito ai governi nazionali che, in sede di Consiglio dei ministri europei, avevano proposto una versione annacquata della norma.

Tanto per dare un’idea dello sgarbo, il provvedimento impone la decisione di un giudice per la disconnessione forzata di un utente da internet. Principio di buon senso, ma contrario a quanto previsto dalla controversa legge anti-pirateria voluta da Sarkozy e votata dal parlamento francese il 12 maggio. Se il 138/46 diventerà legge sarà un brutto colpo per le aspirazioni punitive del presidente transalpino e dei suoi ammiratori nel resto d’Europa. Per questa ragione il 12 giugno prossimo il Consiglio – che a rigore potrebbe accettare il pacchetto così come è – opterà quasi certamente per un nuovo processo di conciliazione. … Read the rest of this entry »

Anche Obama va in chiaro

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 15 Maggio , 2009 at 10:46 am

manifestoIn nome della trasparenza, accessibilità completa su Recovery.gov: numeri, grafici, statistiche, oltre ai 50 siti dedicati allo stimulus package o ai 27 portali delle agenzie governative federali. E’ l’open government, bellezza

Il 17 aprile le agenzie federali americane avevano già speso 14,2 miliardi di dollari dei 69,3 disponibili nell’ambito del piano di stimolo all’economia varato nel febbraio scorso. Oltre 13 miliardi erano stati erogati dal dipartimento per la Salute ai singoli stati per il Medicaid, il programma di assistenza sanitaria ai poveri. Il dipartimento dell’Agricoltura, invece, aveva pagato 574 milioni dollari, il 90 per cento dei quali in food stamps, buoni per l’acquisto di cibo a favore dei meno abbienti.

Per conoscere i dettagli sul più importante progetto di rilancio dell’economia americana del dopoguerra non è necessario essere giornalisti economici. Basta una minima dimestichezza con mouse e Pc e qualche minuto di tempo. Tutte le informazioni si trovano, infatti, su Recovery.gov, spesso presentate attraverso visualizzazioni a prova di allergici alla matematica. Per gli arditi che vogliono scendere nei particolari, poi, ci sono i 50 siti dedicati allo stimulus package che gli stati americani stanno implementando o i 27 portali messi in piedi dalle agenzie governative federali per rendicontare sull’allocazione dei fondi di competenza.

Grazie a questo dispiego di numeri, grafici e tabelle consegnati al web, il piano americano si candida seriamente a diventare la manovra economica più scrutinata della storia. Mai prima d’ora un tale flusso di denaro pubblico poteva essere monitorato da così tanti occhi. E, per giunta, per volontà dello stesso governo, guidato da un presidente convinto che la trasparenza serva per avvicinare cittadini e governo. Read the rest of this entry »

Usi creativi dei dati pubblici

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 15 Maggio , 2009 at 10:45 am

manifestoMa cosa fanno i cittadini con i dati messi a disposizione dalle amministrazioni publbiche? Una galleria di esempi.

Politici sotto controllo

«I politici sono i nostri dipendenti», ama dire Beppe Grillo. Ma il comico genovese non ha il copyright sulla definizione. Dal 2004 lo ripete un sito anglosassone: They work for you. “Lavorano per te” è il decano dei progetti europei che monitorano, recuperando i dati online, l’attività dei politici di Sua Maestà: voti, discorsi, posizioni, partecipazioni a dibattiti in aula, presenze e chi più ne ha più ne metta. Venendo in casa nostra, OpenPolis, dal 2008, è il suo degno emulo italiano. Per chi preferisce mettere il naso negli affari di Bruxelles è disponibile, fresco di lancio, EPVote, ovvero l’attività dei rappresentanti nazionali in missione europea dettagliata con visualizzazioni grafiche. Dall’altra parte dell’oceano, inarrivabile per quantità di informazioni aggregate, si staglia Watchdog.net. Di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti, ci dice che ha presentato 1.929 disegni di legge, orientato il 52 per cento dei suoi voti a sinistra, parlato in aula 13 volte con una media di 866 parole a discorso.

Chi influenza chi

«Segui i soldi», diceva Gola profonda a Bob Woordward/Robert Redford in Tutti gli uomini del presidente. E tracciare il percorso del denaro in politica è il compito che si sono dati svariati siti americani. Il più noto è OpenSecrets: 13 aprile scorso ha reso disponibili per il download e il riuso non commerciale oltre 200 milioni di dati su finanziamenti delle campagne elettorali. A beneficiare di questa liberalizzazione saranno servizi come Unfluence o WeShowTheMoney.com, che elaborano in mappe interattive le relazioni tra aziende e candidati. Dal livello federale a quello locale c’è FollowTheMoney.org che traccia l’influenza del denaro a livello federale. I suoi grafici raccontano, per esempio, che per essere eletti al Congresso della California ci vogliono almeno 270 mila dollari di contributi (tanti sono bastati a tale Bill Maze). Per essere sicuri, però, bisogna volare più alto: la media dei contributi di chi ha conquistato la poltrona è 651 mila dollari. Ma non ditelo a Lynn Daucher: è riuscita a non farcela pur avendo messo insieme 3 milioni e mezzo di biglietti verdi… Read the rest of this entry »

Sconfitta a Bruxelles la dottrina di Nicolas Sarkozy

In articoli, il manifesto on 7 Maggio , 2009 at 10:38 am

manifestoNell’ambito dell’approvazione del Pacchetto Telecom, l’assembla vota un emendamento che mette in questione la legge francese “tre avvertimenti e sei fuori” voluta dal presidente francese. Ma resta aperta la partita della neutralità della rete

Un pugno politico a Nicolas Sarkozy e ai suoi aspiranti emuli italiani. Il colpo, ben assestato, lo ha messo a segno ieri il Parlamento europeo con un emendamento al Pacchetto Telecom, il disegno di legge che dovrebbe riordinare il settore delle telecomunicazioni in Europa. L’assemblea, a larghissima maggioranza, ha detto sì all’emendamento 138/46, proposto da Sinistra e Verdi, che rafforza i diritti dei cittadini online. Impone infatti il provvedimento esplicito di un tribunale per poter disconnettere un utente da internet. Non basta la decisione di un’autorità amministrativa come previsto invece dalla legge francese Hadopi (“tre avvertimenti e sei fuori”), fortemente voluta da Sarkozy. Bocciata lo scorso mese dall’Assemblea Nazionale francese e riproposta in questi giorni, il provvedimento ha tanti ammiratori nel resto del continente, Italia compresa.

Il voto dei legislatori europei va contro la volontà dei governi Ue, in particolare Francia e Gran Bretagna, che avevano proposto una formulazione (emendamento Trautmann) che lasciava agli esecutivi nazionali maggiore libertà di manovra. Comprensibile la soddisfazione dei gruppi che si sono attivati in favore del 138/46 invitando i navigatori a fare pressione sui loro rappresentanti. «Una campagna formidabile da parte dei cittadini ha posto la questione delle libertà di internet al centro del dibattito sul Pacchetto Telecom. Questa è una vittoria», ha commentato Jérémie Zimmermann, co-fondatore de La Quadrature du Net, sito che ha guidato la mobilitazione. «Va dato atto al Parlamento di avere ribadito, a fronte di pressioni fortissime da parte dei governi e delle lobby commerciali, il principio che l’accesso alla rete è un diritto fondamentale», dice Juan Carlos De Martin del Centro Nexa del Politecnico di Torino in prima fila nella battaglia. Read the rest of this entry »

34.7°N, 85.7°E: è il luogo più inaccessibile

In Corriere della sera.it, articoli on 21 Aprile , 2009 at 7:05 pm

logo_home_corriereRealizzata la mappa delle aree più e meno raggiungibili del mondo. Per l’Italia in cima alla lista c’è il Monte Rosa

MILANO – Il luogo più inaccessibile del mondo si trova sull’altipiano del Tibet. Non ha un nome ma, se proprio volete raggiungerlo, potete inserire le seguenti coordinate sul vostro navigatore satellitare: 34.7°N, 85.7°E. Dopodiché preparatevi a un lungo viaggio. Da Lhasa o Korla, gli agglomerati più vicini sufficientemente abitati da meritarsi il nome di città, ci vogliono tre settimane. Per la precisione, un giorno di macchina e venti a piedi in un percorso che l’altitudine (5.200 metri) e un terreno non propriamente liscio sconsigliano ai viaggiatori inesperti o poco in forma. Nel caso siate temerari, buona fortuna. Se invece non avete velleità da turisti estremi, potete divertirvi a trovare altri luoghi egualmente difficili da raggiungere sulle mappe messe a punto dai ricercatori del Joint Research Center dell’Unione europea che valutano, appunto, l’accessibilità delle varie aree della terra.

ADDIO ISOLAMENTO – Gli scienziati del centro (che ha sede in Italia, a Ispra in provincia di Varese) hanno infatti elaborato una serie di cartine geografiche che danno un’idea di quanto siano remoti i differenti luoghi del globo sulla base di un concetto molto semplice: quanto ci vuole ad arrivarci a partire dalla più vicina città di almeno 50 mila abitanti? Pubblicate sul World Development Report 2009 della Banca Mondiale e riprese dal «New Scientist», queste rappresentazioni visuali offrono una prospettiva che non stupisce: nel nostro mondo globalizzato di selvaggio e misterioso resta poco. Per esempio, ci dicono le cartine, meno del 10 per cento delle aree del mondo si trova a più di 48 ore di viaggio via terra dalla città più prossima. Due giorni, insomma e addio sudato isolamento. Ma per gli amanti della solitudine le brutte notizie non sono finite qui. Anche i luoghi solitamente ritenuti più inaccessibili non lo sono più così tanto. In Amazzonia, per esempio, l’estesa rete fluviale e il crescente numero di strade ha ridotto al 20 per cento la superficie che dista più di due giornate dal centro urbano più vicino. Tanto vale, se progettate un viaggio lontano dalla civiltà, andare in Quebec, il cui territorio, dal punto di vista dell’accessibilità, offre una proporzione simile e anche meno zanzare. Nel complesso, più di metà della popolazione mondiale vive a meno di un’ora da una città. «L’aspetto più drammatico di questa mappa è che rivela quante poche zone del mondo possono ancora essere considerate remote» ci racconta Andrew Nelson, uno degli autori delle mappe.

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La morbida macchina della traduzioni online

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 20 Aprile , 2009 at 8:57 am

manifestoTre ore dopo la fine di una puntata di Lost negli Usa in rete sono già disponibili i sottotitoli italiani. Come? Grazie al lavoro di un piccolo esercito di appassionati di community come Itasa e Subsfactory. La frontiera dei fan ai tempi della rete.

Alle 4.00 del mattino Curzio e Pierluigi sono svegli da un po’ e già davanti al computer. L’ultima puntata di Lost, appena trasmessa negli Usa, sarà tra poco disponibile in rete e bisogna organizzarsi. E’ necessario mettersi in contatto con le rispettive squadre, controllare le trascrizioni dei dialoghi inglesi appena arrivano sui siti stranieri, dividersi i segmenti dell’episodio, sincronizzare i testi con il video e partire con la traduzione. In capo a tre ore, in tempo per la colazione, i sottotitoli di Lost saranno disponibili su Itasa – Italians subs addicted o Subsfactory, le due community di sotto-titolatori amatoriali a cui, rispettivamente, Curzio e Pierluigi appartengono.

Sì perché essere fan ai tempi della rete significa anche questo. Svegliarsi prima del canto del gallo e impegnarsi in un’impresa collettiva non retribuita per offrire un servizio. A chi? Lo spiega Pierluigi, uno degli amministratori di Subsfactory: «A tutti gli appassionati che non intendono aspettare mesi per vedere le serie in Italia, non sopportano doppiaggi maldestri o serie interrotte senza preavviso».

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Assalto legale a Pirate Bay

In articoli, il manifesto on 18 Aprile , 2009 at 11:29 am

manifesto

La sentenza dei giudici svedesi condanna al carcere i fondatori del popolare sito di peer to peer. Quattro anni di prigione e quasi quattro milioni di risarcimento per «favoreggiamento» del download illegale. Un pericoloso precedente per gli internauti europei…

Un totale di 4 anni di carcere e 3 milioni e 620 mila dollari di multa (2 milioni e 776 mila euro). E’ questa la condanna per i fondatori del popolare sito The Pirate Bay in quello che, dopo la vicenda di Napster nel 2001, è diventato il più celebre processo nella lotta alla cosiddetta pirateria digitale. I giudici svedesi hanno riconosciuto i quattro imputati colpevoli di «assistenza nel rendere disponibili contenuti protetti da copyright». In pratica “favoreggiamento” del download illegale. La decisione della corte accoglie di fatto le richieste dell’accusa, un consorzio che mette insieme il gotha dell’industria dell’intrattenimento, a cui regala una vittoria molto significativa, almeno dal punto dell’immagine.

Secondo i giudici svedesi, Peter Sunde, Fredrik Neij, Gottfrid Svartholm, Carl Lundström risultano infatti colpevoli di avere agevolato la violazione delle norme sul copyright nonostante i server del sito non ospitino alcun tipo di contenuto digitale. Sì perché The Pirate Bay, funziona come motore di ricerca di “torrents”, file che si prestano ad essere scaricati e condivisi attraverso un efficace protocollo peer-to-peer (p2p) chiamato BitTorrent. In pratica, il servizio fornisce migliaia di link a film, episodi di serie televisive, canzoni e giochi. Questo ruolo di mero intermediario non ha però “salvato” gli imputati, un fatto che rischia di aprire problematiche ripercussioni per tutti i servizi che aiutano gli utenti a trovare risorse online.

«Google potrebbe essere ritenuto responsabile quando fornisce link a contenuti che non sono stati liberati dal copyright?», si è chiesto sul suo blog personale Mark Mulligan, che segue l’evoluzione del business della musica digitale per Forrester Research, società di analisi di mercato. Analoga preoccupazione esprimono altri soggetti dell’ecosistema della rete. «Il rischio è che qualcuno  approfitti di questa sentenza per chiedere ancora più forte che i fornitori di connettività siano considerati responsabili del traffico in transito e potenziali favoreggiatori di attività illegali», spiega  al manifesto Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider, associazione di aziende che forniscono servizi internet. Read the rest of this entry »

Salvare i giornali? Con musica e bellezza

In articoli, il manifesto on 17 Aprile , 2009 at 9:44 am

manifestoLe proposte di Jacek Utko, designer polacco di quotidiani, responsabile del successo di una serie di testate dell’Est europeo. Estetica, ritmo ma, soprattutto, progetto e idee. Così ha incantato la platea della Ted Conference.

Cosa può salvare i giornali? La bellezza. A dirlo, incurante del rischio di passare per pazzo, è un signore polacco di nome Jacek Utko, persuaso che un pizzico di estetica non faccia male all’informazione, anzi. Ha studiato da architetto e, con grande dispetto della famiglia, invece di progettare palazzi è finito a fare il designer di quotidiani. Memore dei suoi trascorsi, è convinto che applicando alla carta stampata i principi base dell’architettura, come l’integrazione di forma e funzione, si possano ottenere prodotti migliori, più facili da leggere, più piacevoli da sfogliare. E, soprattutto, più apprezzati (e comprati) dai lettori.

Nel febbraio scorso, come documenta un video divenuto popolare in rete, ha sedotto la platea californiana della celebre Ted Conference, che ogni anno invita a parlare le più brillanti menti del globo nel campo delle tecnologie, dell’educazione e, appunto, del design. Look giovanilistico, maglietta, occhialini e capelli lunghi di ordinanza ha raccontato al facoltoso uditorio i suoi successi. A cominciare da quelli della testata per cui lavora come art director, il quotidiano economico polacco Puls Biznesu. R idisegnato nel 2004 sotto la sua guida artistica, è stato nominato il giornale meglio disegnato del mondo dalla Society for newspaper design. Quel che più conta, il primo anno dopo l’operazione estetica il foglio ha guadagnato il 13 % in circolazione, l’anno successivo il 22%, il terzo anno il 35%. Non male in tempi di crisi dell’editoria.

E pensare che a Jacek l’illuminazione è venuta a Londra, dopo avere visto una performance del Cirque du soleil. Quel giorno ha deciso di applicare ai giornali quello che il gruppo canadese ha fatto al circo: innestare linfa nuova in una tradizione un po’ in decadenza. Impresa riuscita anche fuori dai confini polacchi. In quanto consulente del gruppo editoriale svedese Bonnier, il nostro ha supervisionato progetti grafici in tutta l’Europa dell’est e nei Paesi baltici. Anche qui, oltre ad aver fatto manbassa di riconoscimenti e aver portato nel 2007 l’estone Äripaev sulla poltrona di giornale più “bello” del globo, ha riempito il portafogli dei suoi datori di lavoro. Read the rest of this entry »

Domino’s Pizza in crisi per colpa di un video

In Corriere della sera.it, articoli on 16 Aprile , 2009 at 2:34 pm

logo_home_corriereLa grande catena di pizzerie fast-food in difficoltà per le immagini di due dipendenti postate su YouTube

STATI UNITI – Non si scherza con il cibo nell’epoca dei media sociali. Soprattutto se sei una multinazionale del fast food. Per informazioni chiedere a Domino’s Pizza, catena americana da 1 miliardo e 400 milioni di dollari di fatturato, presente in 60 paesi del mondo che, dal punto di vista dell’immagine, sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia. Tutta colpa di due dipendenti che hanno pubblicato su YouTube un video con le loro imprese, per così dire, “goliardiche” nella cucina di una pizzeria Domino’s di Conover, cittadina di 7.500 abitanti in North Carolina. Potenza della rete, mercoledì sera, prima che il file venisse rimosso dalla popolare piattaforma, era già stato visto più di un milione di volte. E mentre la notizia rimbalzava su blog, Twitter e magazine online, fa notare il New York Times, una ricerca su Google per il termine “Dominos” restituiva un link alla vicenda in 5 dei primi 12 risultati.

DISGUSTO IN CUCINA – Una crisi di reputazione in piena regola ai tempi dei new media, dunque. Nel video incriminato, infatti, uno dei due dipendenti (Michael Setzer, 32 anni) si infila pezzi di formaggio nel naso prima di guarnire i panini che sta preparando, ripete la stessa operazione con un peperone (che però, magnanimamente, getta nella spazzatura), starnutisce su alcuni alimenti e, dulcis in fundo, emette flatulenze su una fetta di salame. Il tutto accompagnato dai commenti e dalle risate della collega Kristy Hammonds, 31 anni, che registra la sequenza e parla di “ingredienti speciali”. In un altra sequenza, Setzer lava le pentole con una spugna da cucina dopo essersela passata tra le natiche.

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L’Italia in guerra contro Facebook & c.

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 16 Aprile , 2009 at 9:48 am

manifestoEcco come potrebbe apparire la rete tricolore se tre proposte di legge targate Pdl e Udc fossero approvate. Non c’è da stare allegri…

Roma, 11 aprile 2011. Marco, 20 anni, è arrabbiato. Per la terza volta in un mese Facebook è inaccessibile. Tutta colpa di un “gruppo” creato sul social network da un manipolo di goliardi inneggiante alla camorra. Il ministro dell’Interno, in base a una norma del 2009 sui reati di opinione, ha ordinato ai fornitori di connessione di filtrare il sito per tutti i computer italici.

Maria, romana di 27 anni, non è più contenta. Rischia fino a 3 anni di reclusione per diffamazione a mezzo stampa; lei, che non è giornalista. Il problema, le ha spiegato l’avvocato, è che su “Affari studenteschi”, un blog aperto tempo fa e poi dimenticato, qualcuno ha lasciato un commento offensivo nei confronti di un professore universitario, il quale ha sporto querela. Ora che la legislazione italiana estende a ogni contenuto pubblicato su internet «tutte le norme relative alla Stampa» per i reati di diffamazione, Maria è nei guai.

Il suo compagno Luigi, collaboratore di Wikipedia, prova a consolarla ma anche lui ha i suoi dispiaceri telematici. La stessa legge ha bandito l’anonimato dalla rete e l’enciclopedia online (dove basta uno pseudonimo per diventare autori) non è più raggiungibile dallo stivale. Ma forse i più preoccupati sono Sonia e Alberto. Sono stati disconnessi da internet per tre mesi perché il loro figlio sedicenne Antonio scaricava file musicali coperti da diritto d’autore tramite sistemi peer-to-peer.

Come vuole la legge approvata due anni fa, dopo tre avvertimenti la famiglia è stata privata del collegamento per 90 giorni. Ma quello che angustia mamma e papà è un’altra cosa. Tornata internet, Antonio non ha perso l’abitudine di scaricare. Solo che ora lo fa attraverso delle darknet, reti private accessibili solo su invito, dove circolano anche contenuti ben più illegali dei file mp3 di Vasco Rossi.

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I librai online fanno prove di 2.0

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 7 Aprile , 2009 at 11:03 am

manifesto

Accordi con comunità di lettori virtuali e interazione con i social network, i maggiori retailer italiani imboccano la strada del coinvolgimento degli utenti. Per scuotere un mercato che non decolla

Come si comportano di fronte all’attivismo dei lettori i principali rivenditori di libri online italiani? Se il confronto è con il caposcuola Amazon la risposta è: tiepidamente. Le cose però stanno cambiando. Per anni, quando la società di Jeff Bezos già stilava classifiche dei recensori e consentiva di valutare la qualità dei giudizi espressi, da noi, al massimo, si aprivano finestre per i commenti e la storia finiva lì.

Il verbo al passato è però necessario. Accordi, annunci, introduzione di funzionalità da web 2.0: negli ultimi tempi i maggiori operatori si sono mossi verso una gestione più articolata degli interventi dal basso nel tentativo di dar vita ad una vera e propria community. E così provare a ravvivare un mercato che nel 2008, audiovisivi compresi, valeva circa 120 milioni di euro, il 4% del totale del commercio elettronico, una quota dimezzata rispetto agli Stati Uniti e al resto d’Europa, secondo l’Osservatorio sull’e-commerce del Politecnico di Milano.

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I social network professionali sfidano la crisi

In Finanza & Mercati, articoli on 18 Marzo , 2009 at 7:00 am

testata_fem_180.gifNon solo Facebook o MySpace: le comunità del Web 2.0 continuano a crescere anche in ambito professionale, rivoluzionando il recruiting. È il caso di LinkedIn e delle sue declinazioni italiane (da MilanIn a ModenaIn)

“L’unico strumento di business efficace sono i social network. Specialmente in questi tempi di crisi quando tutti sono più diffidenti e il marketing fallisce”. Francesco Cariati, 21 anni, titolare di un’azienda di consulenza informatica a Milano non ha dubbi: le chiavi per sopravvivere alla recessione e magari prosperare sono due, le relazioni e la fiducia. E lui sa di cosa parla. Lo scorso anno l’80% dei suoi clienti se lo è conquistato grazie a MilanIn, il social network professionale nato nel 2005 per iniziativa di un gruppo di utenti milanesi di LinkedIn, il più diffuso servizio di interazione sociale del mondo dedicato al business.

MilanIn (5 mila iscritti), come i suoi 30 omologhi sorti nel frattempo in tutta Italia e raccolti nel network Club-In, unisce virtuale e reale all’insegna dei contatti e dello scambio di informazioni finalizzate agli affari. Parte dal web per organizzare eventi locali diretti alla rete dei partecipanti (oltre 100 in tutta Italia lo scorso anno). “Vai agli incontri – spiega Pierpaolo Pozzati, presidente di MilanIn e ClubIn – offri la tua esperienza e quando hai conquistato la fiducia, sono gli stessi membri che si rivolgono a te o raccomandano i tuoi servizi. In un momento in cui alle brochure non crede più nessuno è l’unica soluzione”.

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“Ecco perché Xing sbarca in Italia”

In Finanza & Mercati, articoli on 18 Marzo , 2009 at 6:37 am

testata_fem_180.gifCipriano Moneta, country manager di Xing, piattaforma di social network professionale appena sbarcata in Italia spiega i vantaggi del networking rivolto al business e i perché della scelta del Belpaese

“Il social networking è solo un mezzo non un fine. La gente lo usa per incontrarsi nel mondo reale”. Per suffragare questa affermazione Cipriano Moneta, Country manager Italia di Xing, piattaforma di social networking rivolto al business, cita un dato: gli oltre 100 mila eventi organizzati nel mondo fisico proprio a partire dalle relazioni instaurate sul servizio nato in Germania che in questi giorni apre i battenti nel nostro paese.

Moneta, 45 anni, una carriera spesa nel recruiting online (prima come fondatore e ad di JobPilot Italia poi in Germania come Vice President Marketing di Monster) è stato chiamato a guidare le operazioni italiche di un servizio che conta 7 milioni di utenti (di cui 550 mila paganti) e nel 2008 ha messo insieme entrate per 35,3 milioni di euro (con un incremento dell’85 % sul 2007).

Perché proprio ora?

Gli utenti italiani hanno raggiunto una dimensione importante…

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Il grande crack del giornalismo

In articoli, il manifesto on 17 Marzo , 2009 at 8:40 am

manifesto

Crisi profonda dei media americani, incapaci ormai di analizzare e prevedere le trasformazioni sociali. Il settore è al collasso secondo il rapporto annuale sullo stato dell’informazione. Stampa a picco.

Il tempo stringe per il giornalismo americano. Non bastavano le notizie di licenziamenti e ridimensionamenti delle redazioni che si moltiplicano da qualche mese. Ora lo conferma, con dovizia di dettagli e profondità di analisi, lo State of the news Media 2009 del Project for excellence in journalism, autorevole studio dedicato ai media a stelle e strisce. La diagnosi della sesta edizione del rapporto pubblicata ieri («la più tetra», secondo gli stessi estensori) non lascia spazio a incertezze: lettori e spettatori in fuga verso il web, calo di entrate, licenziamenti in massa, incertezza sulla propria missione sono i sintomi di una crisi che va avanti ormai da troppo tempo per non essere considerata strutturale. Altrettanto dura la prognosi: il settore deve reinventare in fretta se stesso oppure rassegnarsi a morire. Con grave danno per l’economia ma, soprattutto, per la democrazia.

Le cifre del malessere

Il 2008 visto attraverso le lenti della ricerca è l’annus horribilis per la professione dei reporter dall’altra parte dell’oceano. Salvo la televisione via cavo, che ha beneficiato di una copertura ossessiva delle elezioni presidenziali, tutti gli altri media si leccano le ferite. Le produzioni giornalistiche delle tv locali hanno visto i propri staff tagliati, l’audience diminuire e le entrate calare del 7 %. Da un supporto all’altro, alla carta stampata non è andata meglio, anzi. I numeri dicono meno 14 % di entrate (un calo del 23 % in due anni) e circolazione in discesa (4,6 %) per i quotidiani… Read the rest of this entry »

Città in cerca di amici – Reggio Emilia

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 16 Marzo , 2009 at 7:00 am

manifestoTra Facebook, MySpace e YouTube i comuni italiani “giocano” con il web sociale. Chi cerca canali di contatto con i cittadini, chi raccoglie la sfida delle organizzazioni reticolari di Manuel Castells, chi usa la rete per sviluppare capitale sociale. E’ il caso di Reggio Emilia.

Ci sono tanti modi per sfruttare le potenzialità dell’economia della conoscenza. E alcuni sono abbastanza inconsueti. Come i social network. Sì, proprio le piattaforme tipo Facebook o MySpace, molto di moda di questi tempi ma spesso considerate roba da adolescenti o passatempi per impiegati annoiati. C’è chi crede, invece, possano diventare un veicolo importante per aiutare una città a proiettarsi nella società dell’immateriale e coglierne le opportunità economiche.

A Reggio Emilia, per esempio, sono convinti che l’interazione online sia uno strumento per creare il cosiddetto “capitale sociale”, quel tessuto di relazioni e fiducia che è il nutrimento di una comunità che funziona, e facilitare lo scambio di relazioni tra i talenti. Due fattori, lo insegna tanta letteratura sociologica recente, indispensabili per un territorio che voglia davvero puntare sulla knowledge economy.

Non a caso, proprio in questi giorni la città del tricolore ha aperto una pagina su Facebook e un canale su YouTube. Il primo per instaurare dei flussi di discussione e confronto con i cittadini su temi specifici (si inizierà con i quartieri, la mobilità, il sociale e i parchi). Il secondo con l’intenzione di raccontare attraverso le immagini in movimento la città e le sue storie, aprendosi nel tempo ai contributi dei cittadini.

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Il nuovo Media Oriente – L’armata dei blog di stato

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 14 Marzo , 2009 at 11:34 am

manifesto10 mila blogger al servizio della rivoluzione islamica. Tanti pensa di crearne il governo iraniano per estendere la propria influenza sul web. Una ricerca americana ci dice se l’operazione sta riuscendo.

10 mila blogger al servizio della rivoluzione islamica. Tanti pensa di crearne il governo iraniano per estendere la propria influenza sul web. L’annuncio è arrivato a fine dicembre quando il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRCG), braccio repressivo del ministero dell’Intelligence, ha annunciato l’intenzione di promuovere la pubblicazione di diari online gestiti da altrettanti membri del Bassij, le forze paramilitari che dipendono dall’IRCG. Uno sforzo senza precedenti da parte dello stato che segnala un salto di qualità nell’impegno propagandistico online degli ayatollah ma anche la crescente importanza assunta dal web nel dibattito pubblico iraniano.

«I movimenti della società civile non sarebbero immaginabili senza internet», ci spiega Hamid Tehrani, Iran editor di Global Voices, progetto che raccoglie le voci più interessanti che emergono dai blog di paesi che spesso non sono captati dai radar dell’informazione mainstream. «Gli attivisti non hanno accesso alla tv, alla radio o ai giornali. Usano quindi il web e i blog per informare la gente e organizzarsi».

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Quel che Google sa di noi

In VisionPost, articoli on 12 Marzo , 2009 at 5:36 pm

visionpost

Il nuovo programma pubblicitario del motore di ricerca rivela quel che l’azienda sa dell’utente e dei suoi interessi. Un risvolto che può aprire le porte a stuzzicanti prospettive psicologiche e, perché no, azioni diaboliche…

Dimmi cosa fai e ti dirò cosa comprare. E se proprio non vuoi dirmelo, lo scoprirò da me. Perché quello che conta è una cosa sola: che tu possa godere, lo voglia o no, della migliore pubblicità possibile, quella più vicina ai tuoi interessi. È questo il motto preferito di quelle grandi aziende internet che hanno adottato il cosiddetto behavioral advertising, espressione orwelliana per una tecnica di réclame online basata sul comportamento dell’utente.

Il principio è semplice: hai la tendenza a frequentare siti di sport? Allora è probabile che nel tuo girovagare online finisca per imbatterti in un maggior numero di banner su questi temi rispetto al tuo vicino di scrivania a cui del football non gliene frega un bel niente. Il miracolo lo fa un piccolo file (“cookie”, letteralmente biscotto) nascosto nel Pc e istruito a tenere traccia di quello che scorre sulle pagine del browser. Al resto ci pensano potenti algoritmi che correlano le tue navigate con la pubblicità. Microsoft e Yahoo! ne fanno uso da tempo.

Ovviamente, nessuno ci ha chiesto preventivamente (opt-in, nel gergo del marketing) se il biscottino impiccione dentro l’hard disk lo vogliamo davvero. E, se è per questo, non ce lo chiederà nemmeno Google, che da ieri si è lanciato nella partita della pubblicità comportamentale.

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Benvenuti a New Media City

In articoli, chips&salsa, il manifesto on 28 Febbraio , 2009 at 6:35 pm

newmediacity

manifesto

Se l’ecosistema dell’informazione digitale fosse una città che aspetto avrebbe?

Avrebbe un quartiere finanziario, sede dei poteri mediatici tradizionali vestiti di bit, uno emergente abitato dai giovani leoni nati e cresciuti sul web, uno trendy dove nascono le nuove tendenze, una piazza per le manifestazioni dal basso, magari un mercatino per lo scambio di informazioni (anche sottobanco) e via dicendo.

Co Nicola e Marina abbiamo provato a tracciare una mappa di questa città.

E’ uscita oggi su Chips&Salsa, come sempre su Alias, supplemento culturale del manifesto ed è disponibile su VisionPost (anche se su carta, va detto, fa tutto un altro effetto…)

Guida turistica semi-seria per orientarsi nel dedalo di vie, mercati, palazzi e persone della città dell’informazione digitale. Un melting-pot di bit sempre sul precario equilibrio tra collasso e rinnovamento. In cui tutti abitiamo da tempo. Anche se non ce ne siamo accorti.

La lezione? Meglio sull’ipod

In Corriere della sera.it on 21 Febbraio , 2009 at 4:35 pm

logo_home_corriereStudio dell’Università di New York: risultati migliori dagli studenti che si avvalgono dei podcast

Saltare le lezioni non danneggia le prestazioni agli esami universitari. A patto però di armarsi di iPod e cuffiette e di ascoltare l’audio della spiegazione del professore sul lettore digitale. La conclusione un po’ sorprendente, e di certo non sgradita alle truppe di «bigiatori», arriva dagli Stati Uniti.

Uno studio significativamente intitolato Can podcasts replace Professors? e condotto dagli psicologi della State University of New York afferma infatti che gli studenti che fruiscono delle lezioni tramite podcast ottengono nei test risultati superiori ai compagni che ascoltano le parole del docente dal vivo.

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