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27 Giugno , 2007

Il ritorno delle Telco

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 6:23 pm

testata_fem_180.gifGuarda un po’ chi si rivede: le Telco. E’ proprio il caso di dirlo. Soprattutto per chi pensava che fossero ancora bloccate nel pantano seguito alla scoppio della bolla del 2001, una deflagrazione che in 3 anni portò alla bancarotta 655 società del ramo per un valore di 749 miliardi. E invece, almeno in America, eccole di nuovo in piena forma, tornate in soli sei anni uno dei settori più “caldi” del mercato. Se ne è accorto (non unico per altro) BusinessWeek che ha significativamente salutato l’exploit come un ritorno “dalla tomba”, un ciclo di morte e rinascita che ha riproposto sulla scena soggetti profondamente trasformati, più solidi nei fondamentali e proiettati verso nuovi modelli di business e nuove sfide. (continua…)

15 Giugno , 2007

Dispositivi alla conquista della terra di mezzo

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 6:31 pm

testata_fem_180.gifAgli estremi, il pianeta della tecnologia mobile è semplice. Da un lato ci sono i telefonini. Dall’altro i computer portatili. Due categorie di prodotti con funzionalità sempre più complesse, ma dalle finalità ancora chiaramente riconoscibili. I problemi sorgono quando si comincia a esplorare la terra di mezzo, una giungla dove proliferano specie ibride che giocano con funzioni e dimensioni alla ricerca di nuove nicchie per sfuggire ai margini declinanti dei segmenti più saturi. Smartphone, palmari, Ultra Mobile Pc (UMPC), Mobile Internet Devices (MID) sono solo alcune delle specie non troppo definite che abitano questo mondo. Una gran confusione in cui è facile perdersi. Eppure è proprio in questo territorio dai confini incerti, dove i tassonomi hi-tech sono sempre al lavoro, che bisogna guardare per vedere alcune delle più interessanti evoluzioni della tecnologia di consumo nel suo inseguimento della mobilità. (continua…)

I ribelli del primo maggio digitale

Archiviato in: Linus, articoli — raffaele @ 6:17 pm

logolinus.gifdigg.jpgIl primo maggio in America si lavora. La data deriverà anche dalla rivolta di Haymarket (Chicago 1886), ma per gli americani il Labour day è il primo lunedì di settembre. E così, mentre tutto il mondo festeggiava, Kevin Rose si trovava, come sempre, nel suo ufficio di San Francisco, istituzionalmente autorizzato a ignorare l’evento.

Dopo tutto, se c’è uno che dello spirito del primo maggio può allegramente sbattersene le palle, quello è proprio Rose. Primo, perché ha trent’anni, un look tardoadolescenziale ed è una star della Silicon Valley. Secondo, perché, da un certo punto di vista, l’azienda da lui fondata si basa su principi opposti a quelli promossi dalla ricorrenza… continua

9 Giugno , 2007

Battaglie culturali e sane discussioni

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 1:19 pm

Giovedì scorso Nicola Bruno ha pubblicato sul manifesto un’interessante intervista a Andrew Keen, autore del pamphlet The cult of the amateur.

Da oggi l’intervista integrale è disponibile su VisionPost.

Vale la pena di darci una letta, mi sembra, perché, come spiega lo stesso Bruno, le tesi di Keen possono apparire trite, reazionarie, pretestuose e bigotte, ma sono allo stesso tempo un salutare contraltare all’esaltazione acritica delle virtù progressive dell’internet partecipativa in cui spesso capita di inciampare. Insomma, se prese con la dovuta cautela le affermazioni di Keen possono stimolare una più proficua discussione (come sta già accadendo: per esempio, Lawrence Lessig, segnala Bernardo Parrella, ha messo su un wiki per confutare gli errori di Keen).

Quanto all’invito alla cautela, pur non avendo ancora letto il libro (l’ho ordinato via Amazon, sta arrivando), deriva dalla vaga impressione che il testo possa essere un altro esempio di quel tipo di polemica culturale nella quale la destra americana negli ultimi 20 anni si è rivelata maestra. Mi riferisco ai molti dei libri che hanno determinato per periodi più o meno lunghi il contesto in cui si è svolto il dibattito pubblico statunitense e poi, di riflesso, quello europeo. Penso a The bell curve di Richard Herrnstein, La chiusura della mente americana di Allan Blloom, La fine della storia di Francis Fukuyama (già allievo di Bloom), The clash of civilization di Samuel Huntington, che provengono tutti da ambienti conservatori.

Certo, il libro di Keen non avrà il risalto pubblico che hanno avuto i titoli appena citati, anche perché l’oggetto della discussione è decisamente meno popolare. Ma con alcuni di questi testi, da quel che leggo, sembra condividere qualche caratteristica. Prende un fenomeno, ne ingigantisce eccessi ed esagerazioni fino a ridurlo a questi, ne amplifica l’influenza sulla cultura nel suo complesso, lancia l’allarme sulle loro conseguenze a lungo termine e propone le proprie tesi come un antidoto salutare a una deriva che minaccia tradizionali istituzioni e consolidate opinioni.

La stessa operazione, se uno ci pensa un secondo, è stata fatta all’inizio degli anni ‘90 con quella cosa chiamata politically correct, la quale è infine approdata nel dibattito pubblico (ed è ancora largamente percepita come tale) come un insieme di bigotte proibizione da parte di alcuni fanatici di sinistra che attaccano vecchi e sani costumi e ci impediscono di esprimerci come ci pare e come abbiamo sempre fatto.

Non si può che rimanere ammirati quando si osserva come la destra americana sia stata in grado di ingaggiare con successo simili battaglie culturali e di dettare l’agenda dei dibattito pubblico costringendo gli avversari a combatte nel ring dialettico da lei preparato. E lo ha fatto individuando con sagacia i temi di attualità su cui giocare, piegando questi ai propri fini strategici, maneggiando splendidamente i mass media e dimostrando una dedizione all’obiettivo encomiabile. Non c’è niente di complottistico in questo ragionamento. Semmai, a voler fare gli pseudo-dotti, la constatazione che le idee di Gramsci sulla necessità di costruire un’egemonia in campo culturale per poi vincere la battaglia politica sono state prese molto sul serio dall’altra parte dell’Atlantico.

Per concludere, se i conservatori USA fossero arrivati anche ad occuparsi di nuove tecnologie, Internet e Web 2.0 non mi sorprenderei più di tanto. Il fatto che Keen scriva anche per il The Weekly Standard, settimanale dei neoconservatori, alimenta questo sospetto. Ma ne riparleremo dopo che avrò letto i libro. E se avrò qualche fatto in più che corrobori la mia sensazione.

5 Giugno , 2007

Le news me le leggo offline

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:02 pm

Oggi, in treno, prima prova sul campo di Google Gears, l’estensione di Mountain View che permette di utilizzare via browser alcune applicazioni Google anche offline. Per ora, come è noto, funziona solo con Google Reader, l’aggregatore Rss del motore di ricerca.

Tutto quello che è necessario fare è scaricare Google Gears. Dopodiché, ogni qualvolta si voglia utilizzare Google Reader quando si è disconnessi, basta dire all’applicazione di effettuare il download dei feed fino quel momento scaricati (massimo 2000). Da lì in poi quelle news saranno disponibili sul browser anche senza bisogno di connessione internet.

I feed sono offerti esattamente come sono stati scaricati, sistemati nelle cartelle a cui sono stati originariamente assegnati, come se si fosse attaccati alla rete. Possono essere re-taggati e classificati in varie “categorie” . Quello che non si può fare, visto che nella modalità offline alcune funzionalità sono disattivate, è cancellare abbonamenti o cambiare le cartelle di destinazione dei feed di una determinata testata. Non è nemmeno possibile utilizzare la funzione “mark all as read”, che consente di segnare come “letti” tutti i feed in una cartella. Nonostante queste limitazioni, il sistema funziona e sembra davvero prezioso.

Il passo avanti dal punto di vista del servizio all’utente è dunque chiaro: l’informazione a portata di mano, sempre. Anche se proprio questo passaggio rende ancora più dolente un antico tasto che riguarda gli Rss. Come è noto, molti feed, per scelta degli autori, non presentano l’articolo intero, ma solo il titolo e le prime righe. Per leggere tutto il pezzo è necessario andare sul sito. Operazione che offline, ovviamente, non si può fare. Risultato: bisogna accontentarsi di quel poco che spesso viene offerto.

Molti autori, comprensibilmente, non desiderano vedere il sito “cannibalizzato” dai propri Rss. I click portano pubblicità e fino a che le testate non avranno un incentivo economico a pubblicare tutto il contenuto nel feed, evidentemente, non lo faranno. Fino a che gli inserzionisti non pagheranno adeguatamente la presenza di un logo, di un banner, di una pubblicità testuale (e contestuale) all’interno del feed le testate non si risolveranno a regalare tutto il contenuto e continueranno a vedere l Rss come un flash per allettare il lettore piuttosto che come una effettiva distribuzione di contenuto.

Dopo tutto, la presenza del proprio brand all’interno di un feed dovrebbe essere considerata un premium dal momento che permette di raggiungere, a casa sua, un abbonato, cioè un lettore fidelizzato e sicuramente interessato all’argomento. Ma evidentemente i meccanismi di monitoraggio degli Rss non sono ancora abbastanza sofisticati da offrire agli inserzionisti adeguate garanzie.

Anche se, a ben pensarci, quel giorno potrebbe non essere troppo lontano. I 100 milioni di dollari spesi da Google per acquistare Feedburner, dopo tutto, vanno considerati un investimento in quella direzione.

 

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