La propaganda ai tempi dell’Internet
Uno dice propaganda e subito pensi a qualche dittatore o stato totalitario. E invece, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, il fenomeno caratterizza anche i paesi democratici. E non riguarda solo l’uso dei media pro domo sua che può fare un singolo individuo o un gruppo industriale. No, esiste anche una propaganda più sottile, strutturale possiamo dire?, che deriva dalla natura stessa di un regime e dalle caratteristiche del suo sistema mediatico.
Il merito di Noam Chomsky ed Edward Herman e del loro Manufaturing consent (La fabbrica del consenso), pubblicato per la prima volta nel 1988, è di avere mostrato, attraverso un’estesa analisi empirica, in che modo la rappresentazione degli eventi da parte dei principali media statunitensi sia condizionata da alcuni macro-filtri che influenzano pesantemente l’informazione e la piegano a più generali esigenze ideologiche. Questi filtri, 5 in tutto, compongono quello che i due autori chiamano il propaganda model, e fanno sì che, senza che ci sia bisogno di un apparato autoritario che decide cosa va pubblicato o meno, anche nel libero gioco di un’economia di mercato la propaganda sia viva, vegeta e, spesso, di successo.
L’analisi dei due studiosi dissidenti, tuttavia, risale a quasi 20 anni fa. E non c’è dubbio che, nel frattempo, il panorama mediatico sia molto mutato grazie all’avvento di Internet. I nuovi media che si appoggiano sulla Rete e sulla rivoluzione digitale, hanno allargato a dismisura il numero di coloro che hanno accesso ai mezzi di produzione dell’informazione e introdotto nuove pratiche e nuovi meccanismi di creazione e diffusione di notizie e idee. Può essere dunque stimolate chiedersi quanto, a due decenni di distanza dalla sua creazione, il modello di Herman e Chomsky sia ancora valido e e in che modo la Rete abbia modificato la situazione descritta in Manufactoring consent.
Uno che si è preso la briga di cominciare a farlo è Shledon Rampton, co-autore di due libri sul ruolo dei media nel “vendere” la guerra in Iraq - Weapons of Mass Deception e The Best War Ever - in un convegno organizzato per celebrare il ventennale del libro (via NewsTrust). La risposta è preliminare, piena di cautele e animata dalla consapevolezza che, come dimostra proprio il conflitto iracheno, la propaganda gioca ancora un ruolo determinante nel creare consenso intorno a determinate decisioni politiche. Ma il giudizio dell’analisi è, nel complesso, moderatamente (meglio: molto moderatamente) ottimista. Analizzando uno a uno i 5 filtri del modello propaganda (proprietà dei media, dipendenza dalla pubblicità, fiducia nelle fonti ufficiali, paura delle proteste, anti-comunismo), Rampton ritiene infatti di poter individuare un effetto (moderatamente, ripeto) positivo giocato dall’avvento della Rete.
In sostanza, rispetto a ciascuno dei filtri, la Rete giocherebbe un ruolo liberatorio. Abbassa, infatti, i costi di produzione dell’informazione, rende possibili imprese informative non dipendenti dal ruolo della pubblicità o tende a restringere questo ruolo in forme meno invasive che non costringono i gestori di un sito a confezionare il tipo di contenuto desiderato dai pubblicitari, allarga lo spettro delle fonti possibili rispetto a quelle ufficiali, rende più arduo per il potere il ricorrere a forme di protesta rispetto a contenuti ritenuti sconvenienti.
Insomma, rispetto al modello propaganda di Chomsky e Herman, l’ingresso della Rete nel panorama mediatico, secondo Rampton, costituisce un progresso. Ma questo non deve indurci a nessun ottimismo ingiustificato. Nonostante Internet, la distribuzione del potere continua ad essere spropositatamente assimmetrica. E in un simile contesto, la propaganda, attraverso i grandi media, un ruolo non da poco continua a giocarlo. Non resta, insomma, che continuare a lavorare per esaltare le potenzialità liberatorie rese possibili dai nuovi media.
The trends I described above may seem to contradict some of the analysis presented in Manufacturing Consent, but thus far things haven’t changed all that much. Far from it. Any serious contemplation of the process by which the United States went to war in Iraq tells us that propaganda is still a powerful force in shaping public opinion. As the growing public unrest with the war demonstrates, propaganda is not all-powerful, but it has been powerful enough to create war hysteria against a country that posed no threat to the American people and to keep Americans mired in that war for four years and counting.

