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31 Maggio , 2007

Sun vara il data center portatile

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 10:16 pm

testata_fem_180.gifQualcuno lo ha definito un data center in scatola. Altri il più grande computer portatile del mondo. Ma c’è anche chi preferisce vederlo come il più piccolo supercomputer esistente. Il bello è che tutti hanno un po’ di ragione. Da qualunque lato lo si guardi Project Blackbox, l’ultima e più visionaria creatura di Sun Microsystems, rivela un po’ di sé, senza piegarsi a una definizione precisa. E non potrebbe essere diversamente visto che, di fatto, unisce un oggetto nato nel 1956 con la tecnologia di ultima generazione.

La più recente proposta della società di Santa Clara, infatti, non è altro che container standard da 20 piedi (6 x 2,5 x 2 metri circa), ma configurato in modo tale da ospitare la potenza di calcolo e la capacità di immagazzinare informazioni di un centro di elaborazione dati grande quattro volte tanto. Un enorme scatolone nero che può accogliere al proprio interno fino a 250 server, qualcosa come 2.000 processori, e offrire fino a 2 petabyte di spazio (circa 100 volte la quantità di informazione contenuta nei libri della Library Of Congress di Washington, per intenderci). Per funzionare, dall’esterno chiede solo energia elettrica, acqua per favorire il raffreddamento e una connessione alla rete. (continua…)

29 Maggio , 2007

La propaganda ai tempi dell’Internet

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 3:43 pm

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Uno dice propaganda e subito pensi a qualche dittatore o stato totalitario. E invece, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, il fenomeno caratterizza anche i paesi democratici. E non riguarda solo l’uso dei media pro domo sua che può fare un singolo individuo o un gruppo industriale. No, esiste anche una propaganda più sottile, strutturale possiamo dire?, che deriva dalla natura stessa di un regime e dalle caratteristiche del suo sistema mediatico.

Il merito di Noam Chomsky ed Edward Herman e del loro Manufaturing consent (La fabbrica del consenso), pubblicato per la prima volta nel 1988, è di avere mostrato, attraverso un’estesa analisi empirica, in che modo la rappresentazione degli eventi da parte dei principali media statunitensi sia condizionata da alcuni macro-filtri che influenzano pesantemente l’informazione e la piegano a più generali esigenze ideologiche. Questi filtri, 5 in tutto, compongono quello che i due autori chiamano il propaganda model,  e fanno sì che, senza che ci sia bisogno di un apparato autoritario che decide cosa va pubblicato o meno, anche nel libero gioco di un’economia di mercato la propaganda sia viva, vegeta e, spesso, di successo.

L’analisi dei due studiosi dissidenti, tuttavia, risale a quasi 20 anni fa. E non c’è dubbio che, nel frattempo, il panorama mediatico sia molto mutato grazie all’avvento di Internet. I nuovi media che si appoggiano sulla Rete e sulla rivoluzione digitale, hanno allargato a dismisura il numero di coloro che hanno accesso ai mezzi di produzione dell’informazione e introdotto nuove pratiche e nuovi meccanismi di creazione e diffusione di notizie e idee. Può essere dunque stimolate chiedersi quanto, a due decenni di distanza dalla sua creazione, il modello di Herman e Chomsky sia ancora valido e e in che modo la Rete abbia modificato la situazione descritta in Manufactoring consent.

Uno che si è preso la briga di cominciare a farlo è Shledon Rampton, co-autore di due libri sul ruolo dei media nel “vendere” la guerra in Iraq - Weapons of Mass Deception e The Best War Ever - in un convegno organizzato per celebrare il ventennale del libro (via NewsTrust). La risposta è preliminare, piena di cautele e animata dalla consapevolezza che, come dimostra proprio il conflitto iracheno, la propaganda gioca ancora un ruolo determinante nel creare consenso intorno a determinate decisioni politiche. Ma il giudizio dell’analisi è, nel complesso, moderatamente (meglio: molto moderatamente) ottimista. Analizzando uno a uno i 5 filtri del modello propaganda (proprietà dei media, dipendenza dalla pubblicità, fiducia nelle fonti ufficiali, paura delle proteste, anti-comunismo), Rampton ritiene infatti di poter individuare un effetto (moderatamente, ripeto) positivo giocato dall’avvento della Rete.

In sostanza, rispetto a ciascuno dei filtri, la Rete giocherebbe un ruolo liberatorio. Abbassa, infatti, i costi di produzione dell’informazione, rende possibili imprese informative non dipendenti dal ruolo della pubblicità o tende a restringere questo ruolo in forme meno invasive che non costringono i gestori di un sito a confezionare il tipo di contenuto desiderato dai pubblicitari, allarga lo spettro delle fonti possibili rispetto a quelle ufficiali, rende più arduo per il potere il ricorrere a forme di protesta rispetto a contenuti ritenuti sconvenienti.

Insomma, rispetto al modello propaganda di Chomsky e Herman, l’ingresso della Rete nel panorama mediatico, secondo Rampton, costituisce un progresso. Ma questo non deve indurci a nessun ottimismo ingiustificato. Nonostante Internet, la distribuzione del potere continua ad essere spropositatamente assimmetrica. E in un simile contesto, la propaganda, attraverso i grandi media, un ruolo non da poco continua a giocarlo. Non resta, insomma, che continuare a lavorare per esaltare le potenzialità liberatorie rese possibili dai nuovi media. 

The trends I described above may seem to contradict some of the analysis presented in Manufacturing Consent, but thus far things haven’t changed all that much. Far from it. Any serious contemplation of the process by which the United States went to war in Iraq tells us that propaganda is still a powerful force in shaping public opinion. As the growing public unrest with the war demonstrates, propaganda is not all-powerful, but it has been powerful enough to create war hysteria against a country that posed no threat to the American people and to keep Americans mired in that war for four years and counting.

20 Maggio , 2007

Cosa danno stasera in video sul web?

Archiviato in: articoli, il manifesto — raffaele @ 9:53 pm

testpg.gifL’ Operazione sedia a dondolo è partita. Obiettivo: convincere milioni di “patate da divano” che guardano la televisione spaparanzati su una poltrona ad abbandonare di tanto in tanto la posizione reclinata, farli sporgere in avanti per svolgere attività che richiedono un tasso di attività superiore alla pressione di un tasto del telecomando. Come commentare, costruirsi il proprio palinsesto, raccomandare un programma agli amici. Già questa sarebbe una bella rivoluzione.

Ma non è finita qui. L’operazione prevede infatti di agire anche in direzione opposta e persuadere altrettanti utenti, abituati a stare protesi sul Pc per lavorare di mouse e tastiera, che ci si può anche rilassare e godere di quanto passa sul monitor con la schiena reclinata all’indietro. Questa sfida si chiama Internet Tv, televisione via Web. E visto che mira a scardinare abitudini consolidate ha un coefficiente di difficoltà altissimo: non c’è nulla di più arduo, come è noto, che far cambiare a qualcuno il modo in cui sta seduto. Ma proprio per questo è affascinante, e proprio per questo vale la pena di provare sul campo i primi esperimenti di questa nuova frontiera e iniziare ad abituarsi a guardare la tv oscillando avanti e indietro (v. box a corredo dell’articolo).

(continua…)

17 Maggio , 2007

Cogliere l’occasione

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 7:20 pm

Quando si dice prendere la palla al balzo.

Immaginate di essere un’azienda chiamata Universal Tube & Rollform Equipment Corp il cui business ruota intorno alla compravendita di tubi. Immaginate poi di scoprire un giorno che - complice la scarsa corrispondenza tra grafia e pronuncia della lingua inglese - il vostro oscuro e non troppo popolare sito, utube.com, è foneticamente identico a uno dei siti del momento, YouTube.com e che questo vi garantisce un bel po’ di accessi involontari (già segnalato qui). Che cosa fareste?utube.jpg

Beh, se siete americani, per prima cosa tentereste le vie legali citando YouTube per danni visto che il vostro sito viene spesso messo Ko da troppe visite (già segnalato qui). Ma le cause, si sa, richiedono tempo per arrivare a conclusione, e poi non c’è certezza che si vincano. Meglio dunque, nel frattempo, trovare altri modi per monetizzare la fortunata circostanza.

E dunque, perché non tentare la via dell’intrattenimento? Detto, fatto. Da un po’ sul sito di sito di uTube, segnala WebProNews, campeggia un motore di ricerca specializzato in suonerie, gioco d’azzardo, servizi di dating che, evidentemente, alletta più di un visitatore. A quanto pare, infatti, il motore regala all’azienda circa 1000 euro al giorno. Senza avere minimamente a che fare con i tubi…

16 Maggio , 2007

Pronti via, è rivolta digitale

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 1:38 pm

testata_fem_180.gif“Se perderemo, almeno, moriremo provandoci”. Parole da finale di partita. Nel secolo scorso le avrebbe pronunciate il protagonista di un film western. In questo inizio di millennio escono dalla bocca di Kevin Rose, fondatore di Digg, uno dei più popolari siti di news partecipative, quelli in cui sono gli utenti a scegliere gli argomenti e a decidere, attraverso votazioni, quali notizie meritano di arrivare in prima pagina.

E se la frase fa pensare all’orgogliosa accettazione di un destino da combattente, da un altro punto di vista parla invece di capitolazione. Con questa declamazione Rose ha infatti sancito la vittoria della comunità dei diggers, gli utenti del sito, a spese del management di cui lui stesso è parte. Una vittoria che ha sollevato il coperchio sull’interrogativo fondamentale del cosiddetto Web 2.0, l’Internet sociale costruita grazie al contributo degli utenti: a chi appartengono i servizi partecipativi? (continua…)

15 Maggio , 2007

Provaci ancora, Jimbo

Archiviato in: Linus, articoli — raffaele @ 6:53 pm

jimbo.jpglogolinus.gifLui le ha dato la vita. Lei gli ha restituito celebrità. Lui l’ha donata al mondo. Lei gli ha regalato l’accesso ai quartieri alti. Lui è Jimmy “Jimbo” Wales, ex esperto di finanza di Huntsville, Alabama. Lei è Wikipedia, l’enciclopedia più conosciuta della rete. Sono una coppia. Di successo.

La signora, grazie al contributo di centinaia di migliaia di utenti, è diventata il sesto sito più visitato della terra, 40 volte più grande dell’Enciclopedia Britannica. Il suo cavaliere, invece, si scambia messaggi e-mail con Peter Gabriel e Bono, mentre Richard Branson, il magnate della Virgin, lo invita alle feste sulla sua isola privata insieme a Larry Page, fondatore di Google, e a Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti. Niente male per uno che nel 2000, dopo avere fatto un po’ di soldi in borsa, decise di prendersi qualche anno di pausa per esplorare opportunità imprenditoriali sul Web. Niente male, ma non abbastanza. Perché c’è una differenza tra Jimbo e i personaggi che ormai si è abituato a frequentare: loro sono miliardari, lui no… continua

12 Maggio , 2007

Il capitalismo 3.0 scopre i commons

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli, economia — raffaele @ 1:37 pm

testata_fem_180.gifChe il capitalismo vada riformato ormai lo pensano in molti. Non solo gli attivisti del movimento contro la globalizzazione. L’allarme sul riscaldamento della terra ha convinto anche parecchi scettici: ci sono risorse come l’ambiente e la natura che devono essere protette dalle conseguenze del libero dispiegamento degli spiriti animali capitalistici. Facile a dirsi, più difficile da tradurre in pratica. Dopo il fallimento del socialismo reale che ha segnato il Novecento indicare la direzione della riforma non è agevole.

Il liberismo mostra la corda ma il ritorno alla collettivizzazione dei mezzi di produzione è un’opzione decisamente improbabile. Sopravvissuti al comunismo, dobbiamo dunque rassegnarci a morire di laissez-faire? Proprio per evitare questa prospettiva disperante Peter Barnes, imprenditore californiano, ha deciso di lanciare al mondo del business una proposta ardita: passare a una nuova versione del capitalismo, ribattezzata, prendendo a prestito il linguaggio del software, 3.0. Come a dire, un upgrade del sistema operativo che permetta al computer (il nostro pianeta) di continuare a funzionare. Come tutti gli aggiornamenti che si rispettino la versione 3.0 riparerà le falle della release precedente, quel 2.0 che si è dimostrato incapace di risolvere problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse energetiche o la povertà. (continua…)

10 Maggio , 2007

Ricatto di famiglia

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 2:08 pm

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-17 8)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando - leggo dal volantino preparato dagli organizzatori - che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

7 Maggio , 2007

Dell’utilità o meno degli Erre Esse Esse

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:32 pm

Piccolo dibattito americano sull’utilità degli Rss. E’ vecchio di qualche giorno (da queste parti, ultimamente, si fatica a tenere il passo), ma la mia già dichiarata relazione di amore e odio con lo strumento impone la segnalazione. Tutto comincia da questo video che cerca di spiegare nel modo più semplice possibile che cosa sono gli Rss, come funzionano e perché è utile usarli. Scott Karp applaude lo sforzo ma lo considera allo stesso tempo una chiara dimostrazione del perché, così come è, questa tecnologia non può ambire a una diffusione di massa: “come può - afferma - diventare una killer application una cosa che per spiegarla ci vogliono 3 minuti e mezzo?”. Laconica la conclusione: senza filtro gli Rss non valgono nulla. Non c’è vantaggio a ricevere collezionare l’informazione in un posto solo se il risultato è TROPPA informazione.

E’ un’affermazione forte alla quale, sulla base, della mie ambivalenze nei confronti dell’oggetto della discussione mi vien da aderire. Dico così ma poi penso che in realtà gli Rss li uso quotidianamente per lavoro e dunque, evidentemente, tanto inutili non sono. Ci penso meglio e scopro che sono diventati pressoché l’unico modo che conosco per provare a gestire il mio aggiornamento quotidiano (109 fonti al momento: blog, testate tecnologiche, sezioni di testate, media tradizionali) , e di per sperimentare (magari solo per qualche giorno) qualche fonte informativa nuova. Rifletto ancora e mi accorgo che Google Reader, l’aggregatore che uso, è stato eletto a mio principale archivio: i tag con cui suddivido i feed mi servono per organizzare spunti, proposte, argomenti da tenere d’occhio e da proporre per eventuali articoli.

Insomma, l’Rss è fondamentale per il mio lavoro. Dovrei dunque essere d’accordo con Aron Wall che risponde a Karp dicendo che no, non è vero, i filtri ci sono: gli aggregatori consentono di dividere le news in varie categorie, molte testate offrono i feed di singole sezioni, Yahoo! Pipes permette ulteriori personalizzazioni. Dovrei essere d’accordo, appunto, ma non lo sono del tutto. Sarà che l’appetito vien mangiando, sarà che la Rete ci ha abituati alla pappa pronta e ad aspettarci sempre di più, senza sforzo e in fretta, ma la verità, secondo me, sta a metà.

Gli Rss non sono inutili (e infatti li uso), ma i filtri di cui parla Wall non sono ancora abbastanza sofisticati: c’è bisogno di poter andare più in profondità, di sfrondare ancora e di poterlo fare semplicemente. Ok, lo so che c’è Pipes e, nonostante la mia imperizia, c’ho pure giocato (qui e qui due esempi), ma proprio Pipes mi fa desiderare ancora di più che funzionalità simili, che consentono di filtrare ulteriormente i contenuti (per parole chiave, autore, data, etc, etc.) dovrebbero siano in qualche modo più facilmente disponibili, per non dire non integrate in un aggregatore. Altrimenti, quelli come Karp continueranno ad avere un po’ di ragione. E io continuerò ad usare uno strumento che, in fondo, odio ma di cui non riesco più a fare a meno.

1 Maggio , 2007

Caccia all’autore di Web 2.0

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 1:24 pm

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La notizia è arrivata proprio durante il Web 2.0 Expo di San Francisco, la kermesse organizzata da Tim O’Reilly, l’uomo che ha “inventato” l’Internet di seconda generazione, e che ora si dedica a promuoverla. Proprio nel bel mezzo di annunci di nuove applicazioni collaborative e di futuristici servizi partecipativi, una ricerca di Hitwise, società specializzata nella misurazione dell’audience in Rete, è arrivata a gettare un’ombra sulla natura effettivamente “aperta” e “dal basso” dell’universo 2.0.

Fatti due conti, afferma lo studio, si scopre che gli utenti che contribuiscono a simili servizi non sono poi così tanti come qualche guru sembra pensare. Si prenda il caso di YouTube (di proprietà di Google), per esempio, il più celebre sito di video online. Bene, solo lo 0,16 per cento dei visitatori risulta attivo nel caricare file. La percentuale cresce, ma solo di poco, su Flickr (proprietà di Yahoo!), sito di foto: 0,2 per cento. Persino Wikipedia, la regina della nuova Internet democratica, risulta nei fatti molto più elitaria di quanto non si pensi: i collaboratori alla fine non vanno oltre il 4,6 per cento di coloro che visitano il sito. Poca roba, insomma. Al punto da spingere a domandarsi se l’enfasi sul Web 2.0 non sia in fondo un grande bluff e se le stelle di questo firmamento non funzionino in maniera molto più tradizionale. (continua…)

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