Raffaele Mastrolonardo\'s

Archive for maggio 2007|Monthly archive page

Sun vara il data center portatile

Inarticoli, Finanza & Mercati su 31 maggio , 2007 a 10:16 pm

testata_fem_180.gifQualcuno lo ha definito un data center in scatola. Altri il più grande computer portatile del mondo. Ma c’è anche chi preferisce vederlo come il più piccolo supercomputer esistente. Il bello è che tutti hanno un po’ di ragione. Da qualunque lato lo si guardi Project Blackbox, l’ultima e più visionaria creatura di Sun Microsystems, rivela un po’ di sé, senza piegarsi a una definizione precisa. E non potrebbe essere diversamente visto che, di fatto, unisce un oggetto nato nel 1956 con la tecnologia di ultima generazione.

La più recente proposta della società di Santa Clara, infatti, non è altro che container standard da 20 piedi (6 x 2,5 x 2 metri circa), ma configurato in modo tale da ospitare la potenza di calcolo e la capacità di immagazzinare informazioni di un centro di elaborazione dati grande quattro volte tanto. Un enorme scatolone nero che può accogliere al proprio interno fino a 250 server, qualcosa come 2.000 processori, e offrire fino a 2 petabyte di spazio (circa 100 volte la quantità di informazione contenuta nei libri della Library Of Congress di Washington, per intenderci). Per funzionare, dall’esterno chiede solo energia elettrica, acqua per favorire il raffreddamento e una connessione alla rete. Leggi il seguito di questo post »

Cosa danno stasera in video sul web?

Inarticoli, il manifesto su 20 maggio , 2007 a 9:53 pm

testpg.gifL’ Operazione sedia a dondolo è partita. Obiettivo: convincere milioni di “patate da divano” che guardano la televisione spaparanzati su una poltrona ad abbandonare di tanto in tanto la posizione reclinata, farli sporgere in avanti per svolgere attività che richiedono un tasso di attività superiore alla pressione di un tasto del telecomando. Come commentare, costruirsi il proprio palinsesto, raccomandare un programma agli amici. Già questa sarebbe una bella rivoluzione.

Ma non è finita qui. L’operazione prevede infatti di agire anche in direzione opposta e persuadere altrettanti utenti, abituati a stare protesi sul Pc per lavorare di mouse e tastiera, che ci si può anche rilassare e godere di quanto passa sul monitor con la schiena reclinata all’indietro. Questa sfida si chiama Internet Tv, televisione via Web. E visto che mira a scardinare abitudini consolidate ha un coefficiente di difficoltà altissimo: non c’è nulla di più arduo, come è noto, che far cambiare a qualcuno il modo in cui sta seduto. Ma proprio per questo è affascinante, e proprio per questo vale la pena di provare sul campo i primi esperimenti di questa nuova frontiera e iniziare ad abituarsi a guardare la tv oscillando avanti e indietro (v. box a corredo dell’articolo).

Leggi il seguito di questo post »

Pronti via, è rivolta digitale

Inarticoli, Finanza & Mercati su 16 maggio , 2007 a 1:38 pm

testata_fem_180.gif“Se perderemo, almeno, moriremo provandoci”. Parole da finale di partita. Nel secolo scorso le avrebbe pronunciate il protagonista di un film western. In questo inizio di millennio escono dalla bocca di Kevin Rose, fondatore di Digg, uno dei più popolari siti di news partecipative, quelli in cui sono gli utenti a scegliere gli argomenti e a decidere, attraverso votazioni, quali notizie meritano di arrivare in prima pagina.

E se la frase fa pensare all’orgogliosa accettazione di un destino da combattente, da un altro punto di vista parla invece di capitolazione. Con questa declamazione Rose ha infatti sancito la vittoria della comunità dei diggers, gli utenti del sito, a spese del management di cui lui stesso è parte. Una vittoria che ha sollevato il coperchio sull’interrogativo fondamentale del cosiddetto Web 2.0, l’Internet sociale costruita grazie al contributo degli utenti: a chi appartengono i servizi partecipativi? Leggi il seguito di questo post »

Provaci ancora, Jimbo

Inarticoli, Linus, ritratti su 15 maggio , 2007 a 6:53 pm

jimbo.jpglogolinus.gifLui le ha dato la vita. Lei gli ha restituito celebrità. Lui l’ha donata al mondo. Lei gli ha regalato l’accesso ai quartieri alti. Lui è Jimmy “Jimbo” Wales, ex esperto di finanza di Huntsville, Alabama. Lei è Wikipedia, l’enciclopedia più conosciuta della rete. Sono una coppia. Di successo.

La signora, grazie al contributo di centinaia di migliaia di utenti, è diventata il sesto sito più visitato della terra, 40 volte più grande dell’Enciclopedia Britannica. Il suo cavaliere, invece, si scambia messaggi e-mail con Peter Gabriel e Bono, mentre Richard Branson, il magnate della Virgin, lo invita alle feste sulla sua isola privata insieme a Larry Page, fondatore di Google, e a Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti. Niente male per uno che nel 2000, dopo avere fatto un po’ di soldi in borsa, decise di prendersi qualche anno di pausa per esplorare opportunità imprenditoriali sul Web. Niente male, ma non abbastanza. Perché c’è una differenza tra Jimbo e i personaggi che ormai si è abituato a frequentare: loro sono miliardari, lui no… continua

Il capitalismo 3.0 scopre i commons

Inarticoli, Finanza & Mercati su 12 maggio , 2007 a 1:37 pm

testata_fem_180.gifChe il capitalismo vada riformato ormai lo pensano in molti. Non solo gli attivisti del movimento contro la globalizzazione. L’allarme sul riscaldamento della terra ha convinto anche parecchi scettici: ci sono risorse come l’ambiente e la natura che devono essere protette dalle conseguenze del libero dispiegamento degli spiriti animali capitalistici. Facile a dirsi, più difficile da tradurre in pratica. Dopo il fallimento del socialismo reale che ha segnato il Novecento indicare la direzione della riforma non è agevole.

Il liberismo mostra la corda ma il ritorno alla collettivizzazione dei mezzi di produzione è un’opzione decisamente improbabile. Sopravvissuti al comunismo, dobbiamo dunque rassegnarci a morire di laissez-faire? Proprio per evitare questa prospettiva disperante Peter Barnes, imprenditore californiano, ha deciso di lanciare al mondo del business una proposta ardita: passare a una nuova versione del capitalismo, ribattezzata, prendendo a prestito il linguaggio del software, 3.0. Come a dire, un upgrade del sistema operativo che permetta al computer (il nostro pianeta) di continuare a funzionare. Come tutti gli aggiornamenti che si rispettino la versione 3.0 riparerà le falle della release precedente, quel 2.0 che si è dimostrato incapace di risolvere problemi come il cambiamento climatico, l’esaurimento delle risorse energetiche o la povertà. Leggi il seguito di questo post »

Ricatto di famiglia

InUncategorized su 10 maggio , 2007 a 2:08 pm

Credo che siamo sempre troppo indulgenti con chi afferma: “da noi sì che c’è il culto della famiglia”. E’ una sorta di ricatto: io ti dico che la mia particolarità è un tremendo amore parentale e filiale, e tu adesso prova un po’ a criticarmi!

[...]

La gente che afferma queste cose non ha in mente delle graduatorie che forse gli antropologi possono anche fare. Di solito, non ha alcun interesse e nessuna conoscenza di tipo antropologico. Al contrario, ha in mente solo due cose.

In primo luogo ha in mente che l’amore materno è naturale, universale, una pulsione primaria fortissima che ogni essere umano prova o dovrebbe provare.

In secondo luogo, e contemporaneamente, pensa: io, noi, la mia famiglia, la mia tribù, ce lo abbiamo davvero questo amore materno che è naturale e universale, ma gli altri no; gli altri sono tutti, chi più chi meno, depravati.

L’affermazione, spesso urlata, scarmigliata, del proprio speciale amore per i figli è sempre piena di rimprovero per gli altri, è sempre aggressiva, razzista.

[...]

Quando sentiamo esaltare la famiglia, quando siamo di fronte a gente che afferma essere la famiglia una specialità della sua cultura, e che gli altri, in confronto, dei figli se ne fregano, non dovremmo intenerirci; dovremmo scappare.

(Flavio Baroncelli, Viaggio al termine degli Stati Uniti, Donzelli, 2006, pp. 177-178)

Questo passo si riferisce agli usi ed abusi del culto della famiglia nel Sud degli Stati Uniti e ai suoi significati impliciti.

Mi rendo contro che è solo un’intuizione, un’associazione, ma tant’è, anche dopo le dovute contestualizzazioni, il nocciolo di questi ragionamenti mi torna nella testa in questi giorni in cui migliaia di persone si preparano a riempire una piazza per un evento chiamato Family Day affermando – leggo dal volantino preparato dagli organizzatori – che “il nostro è una grande SI’ alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani” e che “la famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale”.

PS: Ovviamente, l’accostamento tra culto della famiglia sudista e Family Day è solo mia e non si può imputare all’autore del libro che certo non ci pensava nemmeno quando lo scriveva.

Caccia all’autore di Web 2.0

Inarticoli, Finanza & Mercati su 1 maggio , 2007 a 1:24 pm

testata_fem_180.gif

La notizia è arrivata proprio durante il Web 2.0 Expo di San Francisco, la kermesse organizzata da Tim O’Reilly, l’uomo che ha “inventato” l’Internet di seconda generazione, e che ora si dedica a promuoverla. Proprio nel bel mezzo di annunci di nuove applicazioni collaborative e di futuristici servizi partecipativi, una ricerca di Hitwise, società specializzata nella misurazione dell’audience in Rete, è arrivata a gettare un’ombra sulla natura effettivamente “aperta” e “dal basso” dell’universo 2.0.

Fatti due conti, afferma lo studio, si scopre che gli utenti che contribuiscono a simili servizi non sono poi così tanti come qualche guru sembra pensare. Si prenda il caso di YouTube (di proprietà di Google), per esempio, il più celebre sito di video online. Bene, solo lo 0,16 per cento dei visitatori risulta attivo nel caricare file. La percentuale cresce, ma solo di poco, su Flickr (proprietà di Yahoo!), sito di foto: 0,2 per cento. Persino Wikipedia, la regina della nuova Internet democratica, risulta nei fatti molto più elitaria di quanto non si pensi: i collaboratori alla fine non vanno oltre il 4,6 per cento di coloro che visitano il sito. Poca roba, insomma. Al punto da spingere a domandarsi se l’enfasi sul Web 2.0 non sia in fondo un grande bluff e se le stelle di questo firmamento non funzionino in maniera molto più tradizionale. Leggi il seguito di questo post »

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.