Comunisti di ieri, giudizi di oggi
Una settimana di ferie (benché forzata) può essere utile. Per esempio per leggere due libri, molto diversi, ma sullo stesso tema: La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda e L’ultimo viaggio a Mosca di Massimo D’Alema. Molto diversi perché il primo, come è noto, è una biografia politica che si ferma all’alba degli anni ‘70, quando Rossanda e gli altri reprobi del manifesto furono espulsi dal Partito. L’altro è la cronaca di un viaggio, l’ultimo appunto, compiuto a Mosca da Enrico Berlinguer, accompagnato nell’occasione dall’attuale ministro degli Esteri.
Un’intellettuale che paga con l’estromissione la propria “dissidenza” e che non si dà pace per averla espressa troppo tardi. E il segretario che ha compiuto tutto il cursus honorum all’interno dell’organizzazione fino alla carica più alta. Molto diversi, dunque, i punti di vista (quello di D’Alema compreso) . Eppure c’è un tratto comune nei due testi. Ed è la sofferenza rispetto al rapporto con Mosca, l’insoddisfazione per il modello sovietico di una parte importante dell’intellighentia comunista, l’incomunicabilità con la nomenklatura russa, la consapevolezza dei limiti di quei regimi.
Per Rossanda la difficoltà è motivo di cruccio e rovello, politico e esistenziale, quasi dall’inizio della militanza. Tanto che l’espulsione finale, nello sviluppo narrativo, diventa quasi una liberazione sia per il gruppo de il manifesto che per la direzione del partito. In Berlinguer - o meglio nel Berlinguer raccontato da D’Alema - la diffidenza verso il socialismo reale si esprime soprattutto nei gesti e negli atteggiamenti. Nella ritrosia ostentata, negli espedienti trovati in quei pochi giorni russi per evitare colloqui con gli esponenti dell’universo comunista. Una barriera psicologica prima ancora che ideologica o politica, e per questo efficacemente sintetizzata nell’ironia della frase sulle tre leggi del socialismo sovietico divenuta simbolo del libro : 1) i gruppi dirigenti dicono sempre bugie, anche quando non è necessario; 2) l’agricoltura va sempre male; 3) le caramelle hanno sempre la carta appiccicata sopra.
La sensazione che resta una volta riposti questi libri negli scaffali è quella di un reale rivolgimento, di un dubbio macerante che ha attraversato per lungo tempo i vertici del Partito. Ma allo stesso tempo l’impressione è che i militanti del Pci e i milioni di persone che votavano il partito fossero protetti da questi rovelli dei capi. Resta l’impressione di un divario tra l’elaborazione sofferta dei dirigenti e quanto, molto più rassicurante, veniva fatto trapelare al mondo esterno.
Se, con un po’ azzardo, molta semplificazione (e forse insufficiente conoscenza della storia), usiamo questi libri come un’indicazione attendibile dello stato della riflessione di parti importanti della dirigenza comunista, la traduzione pubblica e la trasposizione politica di questi dubbi appare parziale. Come se fra l’alto e il basso ci fosse una differenza abissale di consapevolezza rispetto a un tema cruciale della vita del Partito. E come se questi libri recenti fossero delle testimonianze di un conflitto ancora non risolto, e in qualche modo ancora lacerante tra reticenza e ansia di verità che ha segnato la dirigenza comunista. E che probabilmente ancora tormenta gli eredi di quella tradizione, sempre all’inquieta ricerca di un’altra casa, di un altro nome, di un nuovo pantheon.

Tempo fa mi hai additato come causa dei tuoi rigurgiti reazionari, cosa che mi ha reso orgoglioso. In questo momento ti trovo però, e con mio disappunto, piuttosto pacato. Rimedio subito con una sparata destrorsa, che spero ti ridesterà: ma davvero credi a queste pagliacciate? Passi per la Rossanda, ai cui tormenti di coscienza mi sento incline a prestar fede, ma D’Alema…
La realtà è che un tempo ’sti soggetti erano tutti degli stalinisti all’italiana: adesso si definiscono clintonkennedyobamiani. E si son specializzati nella diplomazia col ‘gigante cinese’, haw haw.
Ma poi i Russi hanno cambiato nome a Togliattigrad?
Un salutone
Commento di luca — 27 Aprile , 2007 @ 12:16 am
ti dico la verità, il libro di d’alema che ho letto l’anno scorso mi ha commosso. la spigolosità del carattere, la grandissima purezza e le improvvise aperture di quel gigante di berlinguer sono ben raccontate. è la cosa migliore che d’alema abbia mai commissionato.
Commento di zalamort — 27 Aprile , 2007 @ 9:20 am
Non ho capito se il libro di D’Alema è un sincero diario dell’autore scritto in quel periodo e pubblicato solo adesso (ma perchè solo adesso?) oppure se è una memoria di quel viaggio scritta al giorno d’oggi(ma perchè solo adesso?). Nel secondo caso, conoscendo l’autore, credo siano tutte minchiate.
Commento di Chicco Merdez — 2 Giugno , 2007 @ 12:06 pm