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27 Aprile , 2007

La ricchezza della rete dipende da noi. Intervista a Yochai Benkler

Archiviato in: articoli, il manifesto — raffaele @ 1:56 pm

testpg.gifLe reti portano ricchezza. Non solo economica ma anche sociale e culturale. Le reti generano autonomia e libertà. Le reti ci regalano una sfera pubblica più inclusiva, articolata e meno soggetta all’influenza del potere statale ed economico. Le reti, insomma, offrono la possibilità di una società migliore. Ma appunto, è bene ripeterlo, si tratta solo di una possibilità. Perché il compito di realizzare la promessa spetta poi, concretamente, a noi. La storia, si sa, è un campo di battaglia, dove non c’è nulla di inevitabile e molto dipende dalle azioni degli individui, meglio se organizzati. I quali, per sapere come comportarsi, devono conoscere i concetti che regolano una questione, e avere degli strumenti per valutarlo in termini di bene, male, meglio, peggio.

The wealth of networks (La ricchezza della Rete) di Yochai Benkler, in uscita anche in Italia per le Università Bocconi Editore, vuole offrire questi strumenti. E lo fa scegliendo la strada del rigore e dell’analisi , anche a scapito della piacevolezza della lettura, in un testo in cui la qualità dell’argomentazione e la mole di dati che si chiedono all’accademico si sposano felicemente alla passione dell’attivista. Qui di seguito un’intervista che ho fatto a Benkler uscita giovedì scorso sul manifesto.

Stato e mercato non sono più soli. I due grandi rivali del Novecento hanno trovato in questo inizio di millennio dei nuovi enigmatici avversari. Sono milioni di individui interconnessi grazie alle nuove tecnologie che operano oltre il governo e fuori dall’impresa lasciando perplesso più di un economista. Non agiscono per motivazioni esclusivamente pecuniarie, eppure sono capaci di dare vita a nuovi business (si pensi al software open source). Sono mossi per lo più da passione, eppure in grado di offrire beni e servizi a milioni di persone (per esempio, Wikipedia). Non posseggono rotative, televisioni e studi di posa, ma stanno trasformando il mondo dei media (accade con i blog e varie forme di giornalismo dal basso).

Fino a poco tempo fa, nessuno si era preso la briga di dare una spiegazione teorica soddisfacente a questa “terza via”, che non ha niente a che fare con Tony Blair ma è caratterizzata dalla cooperazione diffusa. Mancava uno sguardo d’insieme che analizzasse in modo rigoroso le ricadute economiche, sociali e culturali dell’azione di queste masse. A colmare la lacuna ci ha pensato Yochai Benkler, giurista della Yale University con un libro di 500 pagine intitolato The wealth of networks (La ricchezza della Rete). Un tomo ricco di argomenti filosofici, economici e giuridici dove i cooperanti digitali diventano i protagonisti delleconomia dell’informazione a rete. (continua…)

26 Aprile , 2007

Comunisti di ieri, giudizi di oggi

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 2:15 pm

Una settimana di ferie (benché forzata) può essere utile. Per esempio per leggere due libri, molto diversi, ma sullo stesso tema: La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda e L’ultimo viaggio a Mosca di Massimo D’Alema. Molto diversi perché il primo, come è noto, è una biografia politica che si ferma all’alba degli anni ‘70, quando Rossanda e gli altri reprobi del manifesto furono espulsi dal Partito. L’altro è la cronaca di un viaggio, l’ultimo appunto, compiuto a Mosca da Enrico Berlinguer, accompagnato nell’occasione dall’attuale ministro degli Esteri. (continua…)

25 Aprile , 2007

Missione impossibile: controllare le recensioni

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 11:30 am

Bernardo Parrella racconta un caso interessante. Un grande editore italiano ha acquistato i diritti dell’ultimo libro di David Weinberger, a giorni in uscita in USA, Everything Is Miscellaneous: The Power of the New Digital Disorder. Bene, a quanto pare, questo grande editore cerca in tutti i modi di scoraggiare recensioni in italiano del volume, anche in Rete, fino a che questo non sarà pubblicato nella nostra lingua.

In soldoni: se Bernardo si impegna a recensirlo in inglese, può ricevere una copia del testo “per recensione” dall’editore americano. Ma se pensasse di scriverne in lingua italiana, no, niente da fare: gli accordi con l’Italia vietano alla casa editrice a stelle e strisce di dargli copie del libro.

Il caso è interessante e non solo perché Parrella promette: “non finisce qui”. Personalmente, sono curioso di vedere quanto efficiente sarà la tattica dell’editore nostrano nel “difendere” il suo recinto e scoraggiare la conversazione nella nostra lingua prima che il libro arrivi sugli scaffali italici. Oppure se il nostro libraio scoprirà che ci sono altri modi, più efficaci, per valorizzare i suoi diritti sul libro nell’era Internet. E, chissa’, forse qualche spunto gli verrà proprio dallo stesso libro di Weinberger, il quale, nel frattempo, commenta in modo inequivocabile la situazione: “ridicolo!”

Passo ad altro, e poco dopo riecco David Weinberger. Si dice imbarazzato e dispiaciuto, ma per motivi contrattuali non può più spedirmi la review copy promessa. Perché mai? Be’, “believe it or not”, per i vincoli contrattuali tra l’editore italiano (nome grosso, grosso, pubblica cose mainstream, non avvezzo al digitale) e quello USA, chiunque lo recensisca su siti-spazi italiani e in italiano deve per forza passare per quel nome grosso grosso. Se faccio la recensione in english, invece, no problem. Questa mega-corporation editoriale, insomma, vorrebbe pianificare le recensioni in occasione dell’uscita italiana, controllare a chi spedisce le copie-saggio, tampinare dove e cosa se ne scrive. Una sorta di veto sulle recensioni.

24 Aprile , 2007

C’è partecipante e partecipante

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:28 pm

images.jpgSempre in tema di partecipazione e contenuti generati dagli utenti, Nicola Bruno segnala una ricerca di Forrester Research che prova a classificare i vari livelli di partecipazioni possibili in rete.

I partecipanti, in effetti, non sono tutti uguali. E, come ha già ricordato KatyLoghia, inserire un video su YouTube è più complesso tecnicamente e richiede più tempo che modificare una voce di Wikipedia o lasciare un commento su un blog. Giusto distinguere, dunque, tra chi crea, critica, colleziona (cioè tagga o usa gli Rss), è membro di un social network, o fa da semplice spettatore.

Giusto. Anche se poi, come nota Nicola, si può appartenere profili diversi in momenti diversi. E anche se poi è meglio non dimenticare che il fine ultimo di questi servizi è offrire qualcosa di interessante a qualcuno: la partecipazione, invece, è solo il mezzo con cui si pensa di farlo. Lo scopo primario per cui è concepita Wikipedia è regalare a chi ne abbia bisogno degli strumenti di conoscenza. Il fine ultimo di YouTube è mettere a disposizione a degli spettatori dei video interessanti.

Dunque, non ci si può sorprendere che chi frequenta questi siti lo faccia soprattutto per questo. Personalmente, mi capita di contribuire a Wikipedia. Ma la stragrande maggioranza delle volte che vado su quel sito è per lo scopo per cui è stata pensata: trovare delle informazioni.

Insomma, forse non c’è da stupirsi che il 95 per cento delle persone la usi in questo modo. E che faccia lo stesso con YouTube. Semmai, come nota Bruno, fa più riflettere il fatto che, secondo la ricerca Forrester, il 52 per cento del campione non frequenta affatto siti partecipativi. Nemmeno come semplice spettatore.

18 Aprile , 2007

Un web poco partecipativo? Dipende dai punti di vista

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 6:09 pm

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:

  • YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
  • Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
  • Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto

Di qui il commento di Poggiali:

Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?

Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.

Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.

In questo senso, se le percentuali di cui sopra (0.16%, 4,6%, 0,2%) fossero confrontate anche con analoghe percentuali che illustrano il rapporto produttori/meri consumatori sui i media tradizionali, ho l’impressione che farebbero tutt’altra impressione. E racconterebbero dunque un’altra storia. Che non è quella di una serie di costrutti filosofici-economici-sociologici distrutti dal confronto con i fatti (avvenimento da salutare comunque con favore), ma di una progressiva diffusione dei mezzi di produzione della creatività tra coloro che fino a un lustro addietro erano solo audience passiva.

Insomma, le storie possibili rispetto a questa notizia sono (almeno) due, mi pare. E ciascuno può scegliere quella che ritiene più adeguata. Oppure utilizzarle entrambe contro avversari differenti per sostenere una visione più bilanciata delle trasformazioni a cui stiamo assistendo.

17 Aprile , 2007

La ricerca dell’identità

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:59 pm

spock1.jpgAll’interno del suo ragionamento sull’importanza dei dati per comprendere il fenomeno del Web 2.0, Tim O’Reilly ha fatto esplicitamente il nome di Spock, un servizio ancora in fase di beta “riservata”, sul quale tuttavia non si è dilungato.

Per fortuna, ieri VentureBeat ne ha parlato diffusamente offrendo anche alcuni screenshot del progetto. Si tratta, dunque, di un search engine che punta a specializzarsi sulla ricerca di informazioni sulle persone, permettendo poi di classificarle all’interno di un profilo individuale.

L’esempio di Spock permette di dare maggiore concretezza alla posizione di O’Reilly. In questo caso, se utilizziamo la prospettiva suggerita dall’editore, l’iniziativa punta a rendere disponibile, o almeno più facilmente accessibile, una classe di informazioni sempre più richiesta in Rete: quella che riguarda i singoli individui, la loro vita, le loro imprese. L’obiettivo è soddisfare un bisogno crescente degli utenti attraverso ciò che, in ultima analisi, altro non è che un’ulteriore base di dati. Rispetto a questa Spock tenta di accreditarsi come il punto di riferimento della Rete. Esattamente come eBay lo è per il mercato dei beni di seconda mano.

Una sfida tanto ambiziosa quanto di non facile realizzazione tecnica. Come è dimostrato implicitamente dal ricorso al crowdsourcing per la messa a punto di un sistema che aiuti il motore di ricerca a distinguere le identità laddove ci siano omonimie. In palio ci sono 50 mila euro.

15 Aprile , 2007

Il peccato di Craig

Archiviato in: Linus, articoli — raffaele @ 6:56 pm

craigslist_1.jpglogolinus.gifC’è chi dice che sta seduto su una montagna di denaro e non lo sa. C’è chi lo chiama scemo, e chi pensa sia un ipocrita. Quelli che ci vanno giù più duri di tutti però lo definiscono “quasi-socialista”. Come la rivista Fortune, bastione del capitalismo globale, che ha rispolverato l’epiteto novecentesco per rendere ragione del suo vero grande peccato: non fare tutti i soldi che potrebbe.

Il destinatario di tante attenzioni si chiama Craig Newmark, 54 anni, originario del New Jersey, californiano d’adozione. Ex programmatore Ibm, con tanto di pancetta, occhiali e pelata di ordinanza, Craig è il fondatore di cragslist.org, il più importante sito di annunci degli Stati Uniti (e non solo). Appartamenti, box per auto, biciclette, ammenicoli vari, offerte e ricerche di lavoro, anime gemelle e sesso estremo.

Non c’è richiesta che non trovi posto nelle 450 spartanissime comunità (dedicate ad altrettante città o regioni d’America e del mondo) della galassia craigslist. Un coacervo di cose e persone che suscita ogni mese l’interesse di 10 milioni di utenti che cliccano su 5 miliardi di pagine rendendolo l’ottavo sito più popolare degli Stati Uniti e il 34esimo del mondo… continua

13 Aprile , 2007

Il Web 2.0? E’ tutta una questione di dati

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 6:31 pm

Prima di tutto, i dati. Il resto, applicazioni comprese, viene dopo. Dopo il controllo, il possesso e la capacità di fornire il miglior accesso possibile a una determinata classe di informazioni. Come fanno eBay, Amazon, Google nei loro rispettivi domini. E’ questo il nocciolo, poco esplorato, del Web 2.0. Lo dice Tim O’Reilly. E dunque, visto che il termine l’ha inventato lui, prestiamo attenzione. Anche perché - la cosa non guasta di tanto in tanto - ci offre un punto di vista realistico e per nulla retorico, quasi freddo sulle tendenze dell’internet.

That goes back to a major theme of web 2.0 that people haven’t yet tweaked to. It’s really about data and who owns and controls, or gives the best access to, a class of data. Amazon is now the definitive source for data about whole sets of products — fungible consumer products. EBay is the authoritative source for the secondary market of those products. Google is the authority for information about facts, but they’re relatively undifferentiated.

Dati, dati, dati, dunque. Una visione, questa di O’Reilly, che può apparire molto poco umanistica. Non c’è, almeno in questa intervista, quell’enfasi sulle persone che caratterizza molti dei (nostri) discorsi sul web di seconda generazione. Forse è una questione di destinatari. Lo spostamento di prospettiva operato dall’editore sembra rivolto infatti a chi con il Web 2.0 vuole fare dei soldi (l’occasione dell’intervista, d’altronde, è l’apertura del Web 2.0 Expo). A questi O’Reilly offre una speranza: siamo ancora agli inizi della rivoluzione , afferma, e non tutti tipi i dati possibili sono già sotto il controllo di qualcuno. C’è dunque ancora spazio per chi ha delle idee e delle intuizioni. A patto però di mettere a fuoco il vero problema (quello suggerito da lui) e di fare in fretta. Lo stesso effetto-rete che regala opportunità di rapida crescita alza barriere all’entrata di nuovi soggetti creando una situazione in cui chi vince piglia tutto. Trasformando - anche qui O’Reilly è tutt’altro che romantico - una piattaforma aperta in un castello in cui è molto difficile entrare.

Why, despite many attempts, have we seen nobody able to dethrone eBay? Well, it’s because there are network effects at work in auctions. You have a critical mass of buyers and sellers. We’re seeing that with Google AdWords — it’s just a bigger and better marketplace. There are these tipping points where these services really become monopolistic.

The network-effects play is about how you get increasing returns by everybody using your stuff, which is really what Microsoft did on the PC. Here we see it again, where these are winner-takes-all games. The internet looks like an open platform in the beginning, but once somebody gets a lead, their service gets better fast enough, if they’ve harnessed all the right levers, until it becomes a real barrier to entry.

11 Aprile , 2007

I due emisferi del Web

Archiviato in: articoli, il manifesto — raffaele @ 1:45 pm

testpg.gifI media di massa? Sono destinati a una nuova giovinezza. I blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Mentre la Rete del futuro funzionerà come il cervello umano: grazie a due emisferi opposti e complementari. Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan program dell’Università di Toronto e già collaboratore di Marshall McLuhan, è così: spiazzante e laterale rispetto alle opinioni dominanti. L’abbiamo incontrato a Roma la scorsa settimana in occasione dell’Idc Innovation Forum 2007 dove è venuto a parlare di Web 2.0.

Ed è proprio dai tratti caratteristici di questa creatura che comincia la chiacchierata. “Il Web 2.0 – spiega – compie il destino dell’Internet. Quando mandiamo un’email, tecnicamente, il messaggio viene spezzettato in tanti pacchetti di bit, ognuno con un suo tag, un’etichetta, che permette ai singoli pezzi di ricongiungersi a destinazione. Allo stesso tempo, in superficie, il Web 2.0 permette agli utenti di fare uso dei tag per etichettare le informazioni. Il secondo aspetto saliente del Web 2.0 sono i contenuti generati dagli utenti e le relazioni tra le persone. E’ più che semplice interazione: è creatività, archiviazione di contenuti, distribuzione, pubblicazione”.

(continua…)

10 Aprile , 2007

Gli architetti dei servizi

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli — raffaele @ 10:46 am

testata_fem_180.gifNon tutti se ne sono accorti ma nel 2006 si è verificato un evento storico nel più ampio senso della parola. L’agricoltura non è più il settore che impiega il maggior numero di esseri umani. A spodestarla non è stato è l’avversario più accanito degli ultimi due secoli, l’industria. Ma un comparto più sfuggente e decisamente più immateriale, i cosiddetti servizi.

Secondo i dati del Global Employment Trends 2007 dell’International labour organization (Ilo) gli individui impegnati nella coltivazione della terra nel mondo sono il 38,7 per cento della forza lavoro globale; quelli impiegati nei servizi il 40 per cento. Quanto all’industria, è ferma al 21,73 per cento. Un’occhiata ai Paesi sviluppati conferma che il futuro viaggia in una direzione precisa: terziario e affini raccolgono il 72,7 per cento dei lavoratori e hanno un’incidenza sul prodotto interno lordo che raggiunge in molti casi l’85 per cento. (continua…)

6 Aprile , 2007

Lo spazio, De Kerckhove e il riscaldamento globale

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 8:33 am

Spazio, maledetto spazio. La carta ha questo difetto: ti costringe a scrivere entro dei limiti. E ha questo pregio: ti costringe a scrivere entro dei limiti. Spesso ti porta a sacrificare qualcosa a cui ti sei molto affezionato. La stragrande maggioranza delle volte ti fa eliminare quello che era ridondante.

Per esempio nell’intervista a Derrick De Kerckhove apparsa ieri sul manifesto ho dovuto lasciar fuori un sacco di materiale. In particolare, un passaggio sulla maturità politica dei blog che, infine, ho lasciato da parte ma che riporto qui:

Sempre Lovnik accusa i blogger di essere incapaci, dal punto di vista politico, di andare oltre la dicotomia liberal-conservatore. Sei d’accordo?

Credo che Lovink abbia ragione. I blogger hanno riprodotto in Rete i pregiudizi della divisione tra liberal e conservatori. E questo perché sono cresciuti in un ambiente che li ha indottrinati in questo modo. Per andare oltre questo schema mentale c’è bisogno di una più forte evoluzione come quella che può derivare deriva dalla paura di alterare il clima del nostro pianeta. A quel punto avremo una politica molto diversa rispetto a quella con cui stiamo ancora giocando in questo momento. La gente comincerà a domandare ai propri governi di comportarsi come persone adulte. YouTube e i blog sono ormai in grado di dettare l’agenda politica. Ed è per questo che ho grande fiducia nel fatto che uno dei grandi impegni delle generazioni più giovani sarà quello di proteggere il pianeta richiedendo regolazione e rispetto del trattato di Kyoto.

Chissà, a ripensarci, forse avrei dovuto lasciarla questa risposta. Anche alla luce di questo articolo di BusinessWeek sul nuovo radicalismo dei campus americani in nome della salvezza del pianeta. Per fortuna che c’è il web dove non si butta via niente.
Sempre in tema, già che ci siamo, pare che la Gran Bretagna stia giocando una nuova carta nella battaglia per far crescere la consapevolezza dei rischi legati al riscaldamento globale. Secondo questo articolo del Financial Times, il governo inglese punta a cercare di convincere gli stati più riluttanti in materia che c’è una diretta correlazione tra cambiamento climatico e sicurezza. Aggiornamenti qui.

4 Aprile , 2007

Attenzioni virtuali

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 5:35 pm

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

3 Aprile , 2007

Il maggiordomo in chat

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:20 pm

Gestire una chat, a volte, può non essere facile. Chi abbia tanti amici e colleghi che usano Gmail lo sa. E sa anche quanto ci si possa sentire in colpa a non rispondere alle sollecitazioni o a segnalarsi “busy” con un bel pallino rosso, a meno che non sia strettamente (ma molto strettamente) necessario.

Per fortuna la tecnologia prova sempre a risolvere i problemi che crea. Lo dimostra Carola Frediani (amica e collega che usa Gmail, tra partentesi) che ha deciso di adottare un gemello virtuale che gestisca le chat in sua assenza. Il servizio si chiama Mycybertwin e, almeno così promette, consente “educare” un software in modo da farlo diventare abbastanza abile da rispondere in modo plausibile alle nostre domande.

Ho conversato un po’ con il maggiordomo elettronico di Carola e, a una prima impressione, non mi è sembrato molto meglio dello storico Eliza. Come quello, poi, ha una fastidiosa tendenza a farti troppe, insistenti domande. Però, forse, se si perde un po’ di tempo a configurarlo, chissà. Per adesso, per chi volesse provare, posso garantire che, di persona, Carola è mooolto meno petulante…

2 Aprile , 2007

Della Loggia Web 2.0

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 7:48 pm

Di per sé sarebbe già una notizia: un editoriale in prima pagina del Corriere della sera, a firma di Ernesto della Loggia, nomina YouTube alla terza riga. Non solo. Quasi tutta la prima colonna dell’autorevole commento altro non è che una trascrizione del dialogo avvenuto su un video postato sul sito che vede protagonisti una professoressa “abusata” verbalmente e lo studente abusatore. Con tanto di passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?”.

Non ho accesso all’archivio del Corriere, ma sarebbe interessante scoprire se nella più che secolare storia del giornale, le parole “culo” e “puttana” hanno mai trovato posto in un editoriale di apertura. Ad ogni modo, se c’era ancora bisogno di esempi di come la Rete e le nuove tecnologie possono irrompere nella sfera pubblica di un Paese questo commento del più prestigioso quotidiano italiano arriva come ultima importante conferma. Si discute di un fenomeno (in questo caso, il degrado della scuola e i problemi di comunicazione tra le generazioni) a partire da un documento messo a disposizione del dibattito pubblico su una piattaforma Internet. Il tema irrompe nell’agenda (con tanto di appello al ministro: “si svegli, onorevole Fioroni, si svegli!”) attraverso una canale laterale, molto recente, fino a qualche mese fa ignorato da media tradizionali e alimentato in massima parte dagli utenti. E per di più, forse sull’onda dell’indignazione, si lascia spazio a un lessico inusuale per quello scranno. (continua…)

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