Raffaele Mastrolonardo\'s

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La ricchezza della rete dipende da noi. Intervista a Yochai Benkler

Inarticoli, il manifesto su 27 aprile , 2007 a 1:56 pm

testpg.gifLe reti portano ricchezza. Non solo economica ma anche sociale e culturale. Le reti generano autonomia e libertà. Le reti ci regalano una sfera pubblica più inclusiva, articolata e meno soggetta all’influenza del potere statale ed economico. Le reti, insomma, offrono la possibilità di una società migliore. Ma appunto, è bene ripeterlo, si tratta solo di una possibilità. Perché il compito di realizzare la promessa spetta poi, concretamente, a noi. La storia, si sa, è un campo di battaglia, dove non c’è nulla di inevitabile e molto dipende dalle azioni degli individui, meglio se organizzati. I quali, per sapere come comportarsi, devono conoscere i concetti che regolano una questione, e avere degli strumenti per valutarlo in termini di bene, male, meglio, peggio.

The wealth of networks (La ricchezza della Rete) di Yochai Benkler, in uscita anche in Italia per le Università Bocconi Editore, vuole offrire questi strumenti. E lo fa scegliendo la strada del rigore e dell’analisi , anche a scapito della piacevolezza della lettura, in un testo in cui la qualità dell’argomentazione e la mole di dati che si chiedono all’accademico si sposano felicemente alla passione dell’attivista. Qui di seguito un’intervista che ho fatto a Benkler uscita giovedì scorso sul manifesto.

Stato e mercato non sono più soli. I due grandi rivali del Novecento hanno trovato in questo inizio di millennio dei nuovi enigmatici avversari. Sono milioni di individui interconnessi grazie alle nuove tecnologie che operano oltre il governo e fuori dall’impresa lasciando perplesso più di un economista. Non agiscono per motivazioni esclusivamente pecuniarie, eppure sono capaci di dare vita a nuovi business (si pensi al software open source). Sono mossi per lo più da passione, eppure in grado di offrire beni e servizi a milioni di persone (per esempio, Wikipedia). Non posseggono rotative, televisioni e studi di posa, ma stanno trasformando il mondo dei media (accade con i blog e varie forme di giornalismo dal basso).

Fino a poco tempo fa, nessuno si era preso la briga di dare una spiegazione teorica soddisfacente a questa “terza via”, che non ha niente a che fare con Tony Blair ma è caratterizzata dalla cooperazione diffusa. Mancava uno sguardo d’insieme che analizzasse in modo rigoroso le ricadute economiche, sociali e culturali dell’azione di queste masse. A colmare la lacuna ci ha pensato Yochai Benkler, giurista della Yale University con un libro di 500 pagine intitolato The wealth of networks (La ricchezza della Rete). Un tomo ricco di argomenti filosofici, economici e giuridici dove i cooperanti digitali diventano i protagonisti delleconomia dell’informazione a rete. Leggi il seguito di questo post »

C’è partecipante e partecipante

InUncategorized su 24 aprile , 2007 a 5:28 pm

images.jpgSempre in tema di partecipazione e contenuti generati dagli utenti, Nicola Bruno segnala una ricerca di Forrester Research che prova a classificare i vari livelli di partecipazioni possibili in rete.

I partecipanti, in effetti, non sono tutti uguali. E, come ha già ricordato KatyLoghia, inserire un video su YouTube è più complesso tecnicamente e richiede più tempo che modificare una voce di Wikipedia o lasciare un commento su un blog. Giusto distinguere, dunque, tra chi crea, critica, colleziona (cioè tagga o usa gli Rss), è membro di un social network, o fa da semplice spettatore.

Giusto. Anche se poi, come nota Nicola, si può appartenere profili diversi in momenti diversi. E anche se poi è meglio non dimenticare che il fine ultimo di questi servizi è offrire qualcosa di interessante a qualcuno: la partecipazione, invece, è solo il mezzo con cui si pensa di farlo. Lo scopo primario per cui è concepita Wikipedia è regalare a chi ne abbia bisogno degli strumenti di conoscenza. Il fine ultimo di YouTube è mettere a disposizione a degli spettatori dei video interessanti.

Dunque, non ci si può sorprendere che chi frequenta questi siti lo faccia soprattutto per questo. Personalmente, mi capita di contribuire a Wikipedia. Ma la stragrande maggioranza delle volte che vado su quel sito è per lo scopo per cui è stata pensata: trovare delle informazioni.

Insomma, forse non c’è da stupirsi che il 95 per cento delle persone la usi in questo modo. E che faccia lo stesso con YouTube. Semmai, come nota Bruno, fa più riflettere il fatto che, secondo la ricerca Forrester, il 52 per cento del campione non frequenta affatto siti partecipativi. Nemmeno come semplice spettatore.

Un web poco partecipativo? Dipende dai punti di vista

InUncategorized su 18 aprile , 2007 a 6:09 pm

Il titolo di Reuters parla chiaro: “La partecipazione ai siti Web 2.0 resta debole”. E anche i numeri, sintetizzati da Tommaso Poggiali (se ne parla anche qui), sembrano esprimersi in modo inequivocabile:

  • YouTube: solo lo 0,16% dei visitatori partecipa alla creazione di contenuti
  • Wikipedia: il 4,6% degli utenti contribuisce all’enciclopedia collettiva
  • Flickr: 0,2% dei visitatori pubblica le proprie foto

Di qui il commento di Poggiali:

Sembrano indebolire i numerosi costrutti filosofici-economici-sociologici attorno alla buzzword tecnologica sicuramente più abusata da blogger, giornalisti e studiosi: Web 2.0. La partecipazione della base è tutta qui?

Certo, se assumiamo come metro di paragone i “costrutti filosofici-economici-sociologici” non si può che concordare con le conclusioni di Poggiali. E forse, rispetto alla più sguaiata enfasi 2.0, simili cifre possono portare a una salutare diminuzione della retorica “partecipativa” che caratterizza quest’ultimo scorcio di storia dell’internet. Dopo tutto, questi numeri sono la conferma empirica di considerazioni sull’effettiva estensione della partecipazione in Rete in circolazione da tempo.

Esiste però anche un altro metro di paragone possibile rispetto al quale cercare di dare un significato a queste percentuali: vale a dire l’universo dei media prima dell’avvento della rete di massa e dei servizi aperti ai contributi degli utenti. Rispetto a questo contesto mediatico, il fatto che esistano dei siti in grado di raccogliere un’audience straordinaria e crescente (+ 668 per cento in due anni, per un risultato totale che corrisponde il 12 per cento dell’attività Web americana) pur essendo costituiti esclusivamente (o quasi) da contenuti prodotti dagli utenti, resta un fenomeno stupefacente. Ancora tutto da analizzare nei suoi significati, nelle sue conseguenze più profonde e nelle sue potenzialità.

In questo senso, se le percentuali di cui sopra (0.16%, 4,6%, 0,2%) fossero confrontate anche con analoghe percentuali che illustrano il rapporto produttori/meri consumatori sui i media tradizionali, ho l’impressione che farebbero tutt’altra impressione. E racconterebbero dunque un’altra storia. Che non è quella di una serie di costrutti filosofici-economici-sociologici distrutti dal confronto con i fatti (avvenimento da salutare comunque con favore), ma di una progressiva diffusione dei mezzi di produzione della creatività tra coloro che fino a un lustro addietro erano solo audience passiva.

Insomma, le storie possibili rispetto a questa notizia sono (almeno) due, mi pare. E ciascuno può scegliere quella che ritiene più adeguata. Oppure utilizzarle entrambe contro avversari differenti per sostenere una visione più bilanciata delle trasformazioni a cui stiamo assistendo.

Il peccato di Craig

Inarticoli, Linus, ritratti su 15 aprile , 2007 a 6:56 pm

craigslist_1.jpglogolinus.gifC’è chi dice che sta seduto su una montagna di denaro e non lo sa. C’è chi lo chiama scemo, e chi pensa sia un ipocrita. Quelli che ci vanno giù più duri di tutti però lo definiscono “quasi-socialista”. Come la rivista Fortune, bastione del capitalismo globale, che ha rispolverato l’epiteto novecentesco per rendere ragione del suo vero grande peccato: non fare tutti i soldi che potrebbe.

Il destinatario di tante attenzioni si chiama Craig Newmark, 54 anni, originario del New Jersey, californiano d’adozione. Ex programmatore Ibm, con tanto di pancetta, occhiali e pelata di ordinanza, Craig è il fondatore di cragslist.org, il più importante sito di annunci degli Stati Uniti (e non solo). Appartamenti, box per auto, biciclette, ammenicoli vari, offerte e ricerche di lavoro, anime gemelle e sesso estremo.

Non c’è richiesta che non trovi posto nelle 450 spartanissime comunità (dedicate ad altrettante città o regioni d’America e del mondo) della galassia craigslist. Un coacervo di cose e persone che suscita ogni mese l’interesse di 10 milioni di utenti che cliccano su 5 miliardi di pagine rendendolo l’ottavo sito più popolare degli Stati Uniti e il 34esimo del mondo… continua

I due emisferi del Web

Inarticoli, il manifesto su 11 aprile , 2007 a 1:45 pm

testpg.gifI media di massa? Sono destinati a una nuova giovinezza. I blogger non sono dei narcisi; semmai l’opposto. Mentre la Rete del futuro funzionerà come il cervello umano: grazie a due emisferi opposti e complementari. Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan program dell’Università di Toronto e già collaboratore di Marshall McLuhan, è così: spiazzante e laterale rispetto alle opinioni dominanti. L’abbiamo incontrato a Roma la scorsa settimana in occasione dell’Idc Innovation Forum 2007 dove è venuto a parlare di Web 2.0.

Ed è proprio dai tratti caratteristici di questa creatura che comincia la chiacchierata. “Il Web 2.0 – spiega – compie il destino dell’Internet. Quando mandiamo un’email, tecnicamente, il messaggio viene spezzettato in tanti pacchetti di bit, ognuno con un suo tag, un’etichetta, che permette ai singoli pezzi di ricongiungersi a destinazione. Allo stesso tempo, in superficie, il Web 2.0 permette agli utenti di fare uso dei tag per etichettare le informazioni. Il secondo aspetto saliente del Web 2.0 sono i contenuti generati dagli utenti e le relazioni tra le persone. E’ più che semplice interazione: è creatività, archiviazione di contenuti, distribuzione, pubblicazione”.

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Gli architetti dei servizi

Inarticoli, Finanza & Mercati su 10 aprile , 2007 a 10:46 am

testata_fem_180.gifNon tutti se ne sono accorti ma nel 2006 si è verificato un evento storico nel più ampio senso della parola. L’agricoltura non è più il settore che impiega il maggior numero di esseri umani. A spodestarla non è stato è l’avversario più accanito degli ultimi due secoli, l’industria. Ma un comparto più sfuggente e decisamente più immateriale, i cosiddetti servizi.

Secondo i dati del Global Employment Trends 2007 dell’International labour organization (Ilo) gli individui impegnati nella coltivazione della terra nel mondo sono il 38,7 per cento della forza lavoro globale; quelli impiegati nei servizi il 40 per cento. Quanto all’industria, è ferma al 21,73 per cento. Un’occhiata ai Paesi sviluppati conferma che il futuro viaggia in una direzione precisa: terziario e affini raccolgono il 72,7 per cento dei lavoratori e hanno un’incidenza sul prodotto interno lordo che raggiunge in molti casi l’85 per cento. Leggi il seguito di questo post »

Attenzioni virtuali

InUncategorized su 4 aprile , 2007 a 5:35 pm

Con un po’ di ritardo segnalo questa notizia su EyeTrack07, uno studio realizzato dal Poynter Insititute, scuola di giornalismo. Oggetto dell’indagine è il livello di attenzione dei lettori sul web e sulla carta. A sorpresa, pare che consumatori di news virtuali dimostrino un’attenzione maggiore. I lettori online, infatti, completano la lettura del 77 per cento di quello che hanno scelto di leggere, contro il 62 per cento dei lettori di quotidiani e il 57 per cento degli appassionati di tabloid.

Il risultato sembra contraddire, almeno a prima vista, l’opinione comune che vuole i lettori della Rete più distratti e saltellanti. “Questo la dice lunga sul potere del giornalismo espresso in forma lunga”, ha detto Sara Quinn, responsabile del progetto EyeTrack07. Anche, se per la verità, almeno nella notizia, non è specificato di quali dimensioni fossero i testi scelti dai lettori online. Omissione che lascia spazio a qualche dubbio.

Da notare, e questo non sorprende, che i lettori su Internet si sono rivelati meno metododici di quelli sulla carta. Vale a dire meno inclini a leggere un testo dall’alto verso il basso senza svariare troppo con lo sguardo sul resto della pagina.

Della Loggia Web 2.0

InCommenti su 2 aprile , 2007 a 7:48 pm

Di per sé sarebbe già una notizia: un editoriale in prima pagina del Corriere della sera, a firma di Ernesto della Loggia, nomina YouTube alla terza riga. Non solo. Quasi tutta la prima colonna dell’autorevole commento altro non è che una trascrizione del dialogo avvenuto su un video postato sul sito che vede protagonisti una professoressa “abusata” verbalmente e lo studente abusatore. Con tanto di passaggi come “ha mai provato a mettersi un dito nel culo?” o “pensa che guadagnerebbe di più facendo la puttana?”.

Non ho accesso all’archivio del Corriere, ma sarebbe interessante scoprire se nella più che secolare storia del giornale, le parole “culo” e “puttana” hanno mai trovato posto in un editoriale di apertura. Ad ogni modo, se c’era ancora bisogno di esempi di come la Rete e le nuove tecnologie possono irrompere nella sfera pubblica di un Paese questo commento del più prestigioso quotidiano italiano arriva come ultima importante conferma. Si discute di un fenomeno (in questo caso, il degrado della scuola e i problemi di comunicazione tra le generazioni) a partire da un documento messo a disposizione del dibattito pubblico su una piattaforma Internet. Il tema irrompe nell’agenda (con tanto di appello al ministro: “si svegli, onorevole Fioroni, si svegli!”) attraverso una canale laterale, molto recente, fino a qualche mese fa ignorato da media tradizionali e alimentato in massima parte dagli utenti. E per di più, forse sull’onda dell’indignazione, si lascia spazio a un lessico inusuale per quello scranno. Leggi il seguito di questo post »

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