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28 Marzo , 2007

L’intelligenza collettiva, l’individuo e Rousseau

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 11:19 pm

crowd.jpgJeff Howe, che sta scrivendo un libro sul crowdsourcing (oltre, ovviamente, ad essere coinvolto in AssignmentZero), fa notare come le considerazioni sul software open source svolte da Eric Raymond nel celebre saggio The Cathedral and the Bazaar possano essere efficacemente applicate a quei progetti che intendono sfruttare l’intelligenza collettiva coinvolgendo le masse della rete.

L’ultimo suggerimento, “Troppa collaborazione può non essere una buona cosa”, può suonare strano in un discorso che appare invece tutto impregnato di spirito collaborativo. In realtà, il punto messo in luce da Howe (e da Raymond) è che all’interno di simili progetti non si cerca tanto una media delle opinioni dei partecipanti, quanto la creatività e l’originalità che promanano dalla somma delle intelligenze dei singoli. Insomma, meglio 100 persone che lavorano individualmente che 10 gruppi di dieci persone: l’intelligenza delle masse, spiega, “deriva da una massa di individui che pensano e lavorano indipendentemente, non da una massa che pensa come una singola unità, fatto che porta alla dittatura della piazza (mobocracy)”.

Per ottenere l’intelligenza collettiva bisogna dunque favorire l’intelligenza individuale preservandola dalla nefasta influenza dei gruppi. Un tipo di ragionamento che mi ha fatto tornare in mente Rousseau. Il quale, nel Contratto Sociale (linko a una versione inglese perché, di fretta, non ne ho trovata una integrale in italiano) afferma che per ottenere la vera volontà generale, è necessario che ogni cittadino pensi in solitudine.

Se il popolo - dice Rousseau - tenesse le sue deliberazioni, fornito di adeguata informazione e i cittadini non avessero comunicazione l’uno con l’altro, allora il totale delle piccole differenze darebbe sempre la volontà generale e la decisione sarebbe sempre buona. Ma quando nascono le fazioni e si formano associazioni parziali a spese della più grande associazione, la volontà di ciascuna di queste associazioni diventa generale in relazione ai suoi membri, mentre resta particolare in relazione allo stato…

L’accostamento è ardito, me ne rendo conto, al limite dell’inconsistenza. Mi piace però il fatto che sia Howe che Rousseau, sembrano avere una grande fiducia nel lavoro delle masse, ma ritengono che la bontà del risultato prodotto dipenda dalla tutela dell’individualità. Per entrambi sembra che il “bene” stia nell’individuo e che il problema sia quello di massimizzare questo bene aggregando quanti più individui possibile (nel caso di Rousseau tutta una data comunità, nel caso di Howe tutti coloro che sono interessati a un progetto). Evitando però che il valore si diluisca a causa delle dinamiche di gruppo che pervertono la volontà e la creatività dei singoli.

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3 Commenti »

  1. Mi permetto anche di ricordarti il concetto di ‘forcedsourcing’, caro Mastro….

    Per quanto riguarda Rousseau, stante pur il fatto che ho sempre trovato il Contratto Sociale un testo sconclusionato, concordo col filosofo francese (e con Howe, vabé… ;) sul fatto che il Bene stia nell’individuo. Al fine di massimizzare questo Bene terrei però gli individui separati sia per quanto riguarda le piccole che le medie che le grandi o le massime associazioni (per quest’ultime intendasi polis, stati, nazioni o affini): insomma, a voler essere logici e per affrontare il problema radicalmente, andrebbe rigettata del tutto qualsiasi forma d’aggregazione.
    Paraltro la teoria d’una grande aggregazione d’individui, priva di intermedie e più o meno grandi aggregazioni di rompicoglioni, era già stata formulata da Stalin e da Hitler: il quale ultimo sosteneva che solo nel Nazismo l’Individuo (colla I maiuscola) è realmente libero e creativo.

    Sul crowdsourcing aggiungo che occorre riflettere su quello che è un principio fondamentale su cui si son rette e si reggono le società umane: “Dell’Untermensch non si butta niente”.

    Un salutone

    Commento di luca — 29 Marzo , 2007 @ 12:22 am

  2. Beh, però nel caso di Hitler, scusate il commento al commento, direi che la sua distanza da Rousseau è fin troppo evidente, dove il primo, alla faccia della libertà dell’individuo, si poneva, appunto, come Fuhrer garante della realizzazione di una libertà abdicata “per il prorpio bene” da tutti e da ciascuno. Direi il contrario dell’utopia del secondo.
    Saluti

    Commento di Domenico — 2 Aprile , 2007 @ 8:45 am

  3. A dire il vero Hitler non si poneva a garante d’una libertà abdicata, ma d’una libertà realizzata; questo a voler prestar ascolto alle sue parole e a quelle dei teorici del nazismo. Peraltro, sia lui che i vari teorici, riescono a tratti persino convincenti…Un po’ come Rousseau.

    Sappi comunque che stiamo parlando a vuoto, dato che Mastro, ierlaltro, a cena, m’ha confessato di non leggere mai i commenti al suo blog. Peraltro credo che tale atteggiamento derivi proprio dalla sua formazione rousseau(v)iana.

    P.S. Ho visitato il tuo blog e l’ho trovato interessante, a dispetto (se lo scherzo mi è consentito) dell’allarmante foto-shock che hai apposto a ‘Chi sono’. Tra i gli altri ho trovato di particolare interesse, nonché utile per i link, il post sul Festival Biblico. Ti leggerò con piacere…

    Un saluto

    Commento di luca — 2 Aprile , 2007 @ 2:10 pm

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