mastroblog

22 Febbraio , 2007

Povera Italia(.it)

Archiviato in: e-government — raffaele @ 7:17 pm

logo.gif45 milioni di investimento (7 solo per l’infrastruttura, come ha scoperto MorBlog) . Un paio d’anni di gestazione. E infine eccolo: www.italia.it, il nuovo portale nazionale del turismo. Con tanto di logo fresco di conio (valore della gara per il simbolo: 100 mila euro).

Sarà per la sfortunata coincidenza (nascere il giorno dopo le dimissioni del primo ministro non è proprio il massimo); sarà l’essere figlio di due, forse tre, governi (bandito sotto Berlusconi, preso in consegna da Rutelli e ora chissà da chi), ma la prima impressione è quella di prodotto raffazzonato. Un progetto che, nonostante il tempo che ci è voluto per vederlo nascere (la travagliata storia è ben documentata da Punto Informatico), sembra sia stato ultimato in fretta e furia, con alcuni contenuti inseriti all’ultimo momento e un po’ come veniva, giusto perché qualcuno ha deciso che non si poteva andare oltre con i tempi.

Fatto sta che al di là della scarsa ottimizzazione per Firefox (il pulsante che permette di saltare l’introduzione risulta quasi invisibile con il browser open source), del massiccio ricorso a Flash sottolineato da molti, della lentezza complessiva, quello che lascia più insoddisfatti è la qualità dei contenuti e la loro organizzazione. (continua…)

20 Febbraio , 2007

Ma perché non ci legge più nessuno?

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 11:43 am

Molto americano ma anche molto divertente.

(via NewAssignment)

15 Febbraio , 2007

Terrorismo: stiamo perdendo la guerra. Parola di esperti.

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 7:21 pm

chart1.pngUna rivista come Foreign Policy, periodico americano di affari esteri, sembra fatta apposta per dare ragione alla tesi di Chomsky, secondo cui più sono lontani dal grande pubblico e diretti a lettori ricchi, potenti e influenti, più i media tendono a rappresentare la realtà in modo accurato, senza pemettere all’ideologia di influenzare il racconto dei fatti. Quelli che pagano, infatti, pretendono anche. E’ questo uno dei motivi per cui, secondo Chomsky, al di fuori di qualche periodico marxista, uno dei pochi luoghi in cui si possono ancora trovare descrizioni della società in termini di classe è il Wall Street Journal (uno dei miei quotidiani preferiti, tra parentesi).

Foreign Policy, dicevo, conferma a questa ipotesi perché, pur essendo un periodico per l’establishment, contiene spesso posizioni (di solito circostanziate e ben argomentate) che non sfigurerebbero in bocca a critici radicali della politica americana e che offrono ai suoi altolocati lettori una rappresentazione della realtà non edulcorata e non compiacente. Tutto il contrario, giusto per fare un paragone, di quello che solitamente si legge sugli editoriali del Corriere della sera quando si parla di politica estera.

Si vedano, ad esempio, gli ultimi risultati del FOREIGN POLICY/Center for American Progress Terrorism Index, un indice promosso dalla rivista stessa per giudicare i risultati della politica antiterrorismo degli Stati Uniti attraverso le opinioni di un campione bi-partisan di 100 esperti, gente che ha lavorato per il governo, l’esercito o l’intelligence.

Bene, a quanto pare, l’81 per cento di costoro vede un mondo sempre più pericoloso per gli Stati Uniti e , il 75 per cento di questi pensa che l’America stia “perdendo la guerra al terrorismo”. L’80 per cento è convinto che nel giro di dieci anni si verificheà un attacco al suolo americano paragonabile all’11 settembre.

Interrogati poi sulle singole priorità, gli esperti sono altrettanto impietosi. L’87 per cento giudica del tutto insufficienti le performance gli Stati Uniti per quanto riguarda la public diplomacy, vale a dire quell’insieme di strumenti e di azioni che servono per “vincere il cuore e le menti” di altre popolazioni, migliorando la percezione dell’America. Quanto all’Iraq, solo il 19 per cento dei rispondenti pensa che quella di inviare più truppe sia una buona idea, mentre il 92 per cento concorda che la gestione dell’Iraq da parte di Bush sia stata insufficiente (il 60 per cento la definisce “la peggiore possibile”).

Una bocciatura impietosa. Che non viene da uno sparuto gruppo di radicali di sinistra. Ma da rispettabili signori di tendenze, nel complesso, moderate su una rivista moderata che non ha paura di offrire ai suoi lettori una visione accurata della realtà.

Piccoli quotidiani crescono

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 11:12 am

testpg.gif2043, 2014 o 2012. L’ultima copia cartacea del New York Times sarà venduta in uno di questi anni, a sentire tre differenti ipotesi. La prima è proposta dallo studioso di editoria Philip Meyer. La seconda è il frutto di una ricerca della Columbia University. La terza, in realtà, non è una previsione, quanto la deduzione derivata da un’affermazione di Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, che la settimana scorsa ha fatto il giro del mondo: “non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”.

A seconda dei punti di vista, al caro vecchio quotidiano di carta resterebbe dunque un lasso di vita compreso tra i 5 e 35 anni. Bisogna iniziare a vestirsi a lutto, allora? Può darsi. Ma solo dopo avere considerato che la scomparsa di un oggetto così diffuso e da così tanto nelle abitudini degli individui è soprattutto una bella storia. Che parla dell’inesorabile avanzare del tempo condendolo con un pizzico di millenarismo ed evoca paura del cambiamento insieme a malinconici pensieri su un’epoca al tramonto. L’immagine dell’ultima copia del giornale più famoso del mondo e del progressivo addio alla cellulosa è, in questo senso, più che altro una metafora giornalistica. Non c’è bisogno di immaginare un futuro senza carta, infatti, per avere qualche timida indicazione sull’avvenire; basta guardare qui ed ora. Da tempo, i tradizionali bastioni dell’informazione provano a cambiare mentre si confrontano con il nuovo ambiente e le sue leggi. Producendo tentativi, esperimenti, pratiche che si sviluppano lungo molteplici linee. (continua…)

14 Febbraio , 2007

Wikipedia, fu vera crisi?

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:44 pm

nohat-logo-nowords-bgwhite-200px.jpgChe ne sarà di Wikipedia? Il futuro dell’enciclopedia online più popolare del pianeta è oggetto di un’intensa discussione. All’origine di tutto, una frase attribuita a Florence Devourad, presidente della Wikipedia Foundation, che avrebbe messo in dubbio la sopravvivenza dell’iniziativa in caso non fossero arrivati in breve tempo soldi freschi.

Come spiega blogs4biz, tuttavia, non c’è da temere: l’esistenza di Wikipedia non è a rischio. I soldi richiesti servono infatti per la “crescita ed il possente adeguamento strutturale che tale crescita esige”. Resta comunque utile, come fa notare Ubik, interrogarsi sulla sostenibilità “di tutti quei prodotti editoriali che si basano sull’effetto rete a prescindere se basati sul volontariato, come ad esempio i blog, o impostati come forme di nanopublishing”.

Neanche il tempo per i fan (come chi scrive) di tirare un sospiro di sollievo che sulla creatura di Jimmy Wales arriva un altro colpo. Slashdot segnala infatti un saggio (che compare all’interno di Wikipedia ma è cosa differente rispetto alle voci vere e proprie dell’eciclopedia) che si interroga sull’incapacità dell’impresa di essere all’altezza della sua missione.

Intitolato Wikipedia is failing, il contributo fa notare come, almeno nell’edizione inglese, gli articoli di alta qualità (giudicati secondo il sistema di valutazione interno) siano una percentuale minima: il “99,8 per cento di tutti gli articoli su Wikipedia non sono considerate ben scritti, verificabili o vasti o esaustivi”. Il giudizio, alla luce di 6 anni di lavoro e oltre 1 milione e mezzo di voci, è drastico: fallimento. Ovviamente, si tratta solo di un’opinione. E altrettanto ovviamente, come da costume di Wikipedia, il dibattitto è intenso.

If Wikipedia just aimed to be a social site where people with similar interests could come together and write articles about anything they liked, it would certainly be succeeding. However, its stated aim is to be an encyclopaedia, and not just that but an encyclopaedia of the highest quality. Six years of work has resulted in 3,000 articles of good or excellent quality, at which rate it will take many decades to produce the quantity of good or excellent articles found in traditional reference works. Almost 1.6 million articles are mediocre to poor to appalling in quality.

9 Febbraio , 2007

Gli antichi ateniesi erano più in forma di noi

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 1:13 pm

trireme.jpgQuesta mi piace molto. Gli atleti contemporanei si sottoporranno anche a regimi di allenamento intensi e mirati, seguiranno diete studiate nei minimi dettagli per massimizzare l’efficienza dello sforzo, faranno pure largo uso di aminoaciadi ramificati e altri simili ritrovati, ma nonostante tutto questo dispiego di scienza e tecnologia, richiano di non raggiungere i livelli di prestazione di un ateniese del V secolo a. C. Almeno per quanto riguarda l’abilità nel remare. A queste conclusioni, che gettano un’ombra sulla nostra fiducia nell’inevitabilità del progresso (e sull’utilità di strutture come il tanto strombazzato Milan Lab), arriva una ricerca realizzata dall’Università di Leeds (via Cnet) e pubblicata su New Scientist.

Lo studio ha analizzato le prestazioni, in termini di energia prodotta, di canottieri contemporanei impegnati nella conduzione di una ricostruzione di una trireme ateniesi. Dopodiché ha comparato i risultati con alcune performance deducibili da resoconti di storici come Tucidide e, sorpresa sorpresa, il risultato è che i marinai ellenici avrebbero fatto fare brutta figura ai nostri contemporanei.

La spiegazione suggerita per questa débacle dello spirito moderno è che o i nostri antenati avevano una remata più efficiente per portare una trireme, oppure erano semplicemente più in forma di noi, se non addirittura geneticamente più adatti allo sforzo prolungato di quanto non siano gli Abbagnale dei nostri giorni.

Says Dr Rossiter: “Ancient Athens had up to 200 triremes at any one time, and with 170 rowers in each ship, the rowers were clearly not a small elite. Yet this large group, it seems, would match up well with the best of modern athletes. Either ancient Athenians had a more efficient way of rowing the trireme or they would have to be an extremely fit group. Our data raise the interesting notion that these ancient athletes were genetically better adapted to endurance exercise than we are today.”

Carta addio, il New York Times si prepara al salto nella Rete

Archiviato in: articoli, giornalismo, il manifesto, media — raffaele @ 8:16 am

testpg.gif“Davvero, non so se da qui a cinque anni continueremo a stampare il Times. E sapete una cosa? Non mi interessa”. Così Arthur Ochs Sulzberger Jr, editore e presidente del New York Times, in un’intervista al quotidiano israeliano Haartez, che ha scioccato le redazioni di mezzo globo.

Nel 2012, a sentire l’ultimo discendente della famiglia che da quattro generazioni lo guida, il quotidiano più importante d’America e forse del mondo potrebbe anche avere detto addio alla carta per concentrarsi solo sul Web. “Internet è un posto meraviglioso ed è lì che ci stiamo dirigendo”, ha proclamato, illustrando per il suo gruppo mediatico un percorso verso il mondo virtuale che appare senza ritorno.

È lì, dopo tutto, nell’universo dei bit, che ci sono i numeri (1 milione e mezzo al giorno ormai gli utenti del sito del giornale della Grande Mela), i lettori giovani (37 anni la media dell’edizione online del Times contro i 42 di quella cartacea) e la possibilità di risparmiare sui costi (“L’ultima volta che abbiamo fatto un investimento significativo sulla stampa – ha detto Sulzberger - ci è costato almeno 1 miliardo di dollari. Le spese di sviluppo del sito non arrivano a quel livello”).

Si procede dunque, senza nostalgia, in una transizione che, all’interno dell’organizzazione, passa per l’integrazione della redazione web con quella tradizionale. Un processo non sempre facile, vista la delicatezza dei meccanismi che regolano la produzione di notizie in un giornale, ma che, secondo Sulzberger, “è stato infine abbracciato e supportato dai giornalisti una volta che hanno capito l’idea”.

(continua…)

7 Febbraio , 2007

La riscossa democratica parte dalla scienza?

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 7:24 pm

A quanto pare, ora che hanno riconquistato il Congresso, i democratici americani sono decisi a lanciare un’offensiva molto ambiziosa: ripristinare il valore e la dignità della scienza offesa in questi anni dall’amministrazione Bush sotto la spinta di due componenti fondamentali della sua constituency, la destra religiosa e le grandi multinazionali. Lo racconta Carola Frediani, commentando un articolo del Los Angeles Times che delinea alcune proposte per una strategia progressista di restaurazione dell’integrità della scienza nel dibattito pubblico.

Come sottolinea Carola, uno dei due autori è anche un reduce di quell’aspra battaglia intellettuale (sembra un secolo fa!) che negli anni ‘90 vide il fronte liberal schierato in forze contro il pensiero post-moderno, reo di relativizzare il metodo scientifico e di ridurlo a un “discorso” come tutti gli altri. Il che significava (semplifico spietatamente) un discorso egualmente condizionato da un contesto storico-sociale e dunque vittima di distorsioni e portatore più o meno consapevole di ideologia.

Originata con astuzia da menti di destra (il Los Angeles Times cita Dinesh D’Souza e altri, a me viene in mente Allan Bloom) la polemica si trasformò ben presto in un’aspra diatriba tutta interna alla sinistra accademica. E sembra quasi un’ironia della storia il fatto che mentre l’universo progressista consumava le proprie energie litigando su questioni filosofiche ed epistemologiche di varia sottgliezza, c’era chi, a destra, molto più prosaicamente ed efficentemente, agiva: organizzando campagne per seminare il dubbio sull’intervento umano nel riscaldamento globale oppure occupando le poltrone chiave di prestigiosi organi consultivi in materia scientifica.

They proceeded to attack evidence demonstrating a human role in climate change, all as well as in the depletion of the ozone layer as part of a sweeping attempt to undermine environmental regulation. Simultaneously, they dismantled Congress’ world-renowned scientific advisory body, the Office of Technology Assessment, which had provided our elected representatives with reliable scientific counsel for more than two decades.

Azioni molto efficienti i cui risultati li vediamo chiaramente oggi. Quando, una volta finito di azzannarsi a vicenda, i reduci di quella contesa un po’ masochista e fratricida si sono risvegliati in un mondo che qualcuno nel frattempo ha prepotentemente trasformato in modo conforme ai suoi interessi e alle sue strategie.

6 Febbraio , 2007

Quel titolo piace. A Google

Archiviato in: Corriere della sera.it, articoli, giornalismo, internet, media — raffaele @ 10:56 am

logo_home_corriere.gifFantasia, creatività, giochi di parole. E un solo obiettivo: catturare con un colpo ad effetto l’attenzione del lettore. L’arte del titolo, coltivata nelle redazioni con il rispetto che si deve a una disciplina di grande tradizione, è in crisi. Tutta colpa, a leggere un articolo del magazine online Cnet, dei motori di ricerca che, in quanto macchine, sono dei lettori un po’ ottusi: non vogliono farsi stupire e nemmeno appaiono inclini a ridere di un’ardita associazione. Anzi, preferiscono un linguaggio piano e termini strettamente correlati con il contenuto della notizia.

Addio fantasia, dunque? Forse. Anche perché, sempre più spesso, è a questi clienti artificiali che un giornalista online pensa quando deve decidere come titolare un pezzo. La ragione è semplice: una crescente quantità di traffico (e, grazie a questo, di pubblicità) arriva sui siti Web delle maggiori testate passando attraverso Google e compagni. Risultato: su Internet, per farsi trovare dai lettori in carne ed ossa bisogna mettere in soffitta le pratiche tramandate negli anni tra una scrivania di un giornale e l’altra e seguire le regole di una disciplina più fredda ma molto efficace, la Search Engine Optimization (SEO), che raccoglie tutti quegli accorgimenti per massimizzare le probabilità di un sito di figurare in alto nei risultati di una ricerca Internet.

Continua a leggere

1 Febbraio , 2007

Ribaltamenti: da Linkedin al flip test

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 3:27 pm

Se c’è una cosa che ho scoperto negli ultimi anni, e che apprezzo da morire, è il piacere del ribaltamento di prospettiva. Capita, ad esempio, quando si è nelle fasi iniziali della costruzione di un progetto, di avere la sensazione che qualcosa, alla base, non torni nel modo in cui si è fin lì impostato il lavoro. Può essere l’impressione di una discrasia tra gli strumenti impegati e i fini che ci si è proposti, o anche solo la percezione che ci stia sfuggendo qualcosa di fondamentale. Il risultato è che l’ideazione non procede più in modo fluido, balbetta, si ferma, come se ci fosse un blocco.

Certe volte, e sono le volte che mi danno più soddisfazione, il passo in avanti si rivela possibile solo dietro un ribaltamento di visuale. Grazie a un cambio del punto di osservazione che sconvolge il modo in cui ci si è mossi fin lì. Quando questo accade è come se si rompesse un argine, con le idee che ricominciano a scorrere e a intrecciarsi felicemente mentre l’energia del gruppo si ricarica. Il tutto condito dal piacere intellettuale di avere superato un ostacolo in modo creativo e originale: cambiando un paradigma. (continua…)

Blog su WordPress.com.