Google-Microsoft, lotta all’ultimo mattone

testata_fem_180.gif“A.A.A: territorio offresi per costruzione di data center. Inclusi incentivi sotto forma di riduzioni fiscali e fornitura di energia elettrica a prezzi scontati”. Se annunci del genere non si trovano ancora sui giornali americani poco ci manca. Sì, perché l’ultima frontiera della competizione tra stati e contee per aggiudicarsi investimenti pregiati riguarda proprio le cosiddette server farm. Vale a dire, giganteschi edifici pieni di computer in cui i grandi signori della Rete custodiscono informazioni preziose come i dati degli utenti o gli indici che fotografano lo stato del web, insieme a tutte quelle applicazioni che permettono un uso facile e spedito di Internet.

La lotta per il privilegio di soddisfare la bulimica fame di potenza di calcolo (e di spazio) di Google e Microsoft si combatte a suon di milioni dollari. Il 18 gennaio scorso, per esempio, la società di Bill Gates ha annunciato la costruzione di un data center a San Antonio, Texas. Investimento da 550 milioni che, una volta ultimato, dovrebbe portare 75 nuovi posti di lavoro hi-tech nell’area e, da subito, circa 10 milioni di dollari all’anno in tasse da destinare a scuole e ospedali. Per conquistare l’azienda di Redmond la città texana ha messo sul piatto un “regalo” fiscale da 20 milioni di dollari in 10 anni e uno “sconto” sull’energia elettrica di circa 5 milioni di biglietti verdi.
Non meno generosa, in questo caso con l’arci-rivale Google, la Contea di Caldwell (North Carolina) dove il motore di ricerca costruirà, per il costo di 600 milioni di dollari, una nuova struttura destinata ad ospitare i suoi server. Da quelle parti si vocifera che gli incentivi per attirare la Grande G raggiungeranno i 100 milioni di dollari in 30 anni. Dopo tutto, nei prossimi 12 anni un simile progetto contribuirà al prodotto interno lordo dello stato per circa 1 miliardo di dollari, ha fatto notare il Dipartimento di stato a quegli scettici che si chiedevano se un’azienda floridissima si meritasse simili favori.

Poco o nulla, invece, si sa di quanto hanno offerto recentemente due località della South Carolina per ospitare altrettanti data center dell’azienda di Larry Page e Sergey Brin (investimento complessivo vicino al miliardo). Ma è certo che non devono avere lasciato nulla di intentato pur di attirare l’azienda dei miracoli.

La fame di Google

Quel che è ogni giorno più evidente, è che Google è sempre più insaziabile anche nel mondo degli atomi, e non solo in quello dei bit. Centri di calcolo, appunto, ma anche tubi in cui i bit devono scorrere. La società di Mountain View da anni, infatti, fa incetta di fibra ottica, alimentando speculazioni su questa sua silenziosa espansione nel regno delle telecom. C’è chi sostiene che l’obiettivo sia di rendersi indipendente dalle grosse società di telecomunicazione. Le quali, ora che in rete scorrono contenuti pregiati, sognano il giorno in cui potranno chiedere a Google & c. un pedaggio per far arrivare i servizi agli utenti con una qualità sufficiente.

Sia come sia è lo stesso business a spingere l’impresa californiana verso investimenti nel mondo fisico. L’ambizione di diventare un vero e proprio sistema operativo virtuale, grazie ad applicazioni online, impone di ridurre al minimo i tempi di latenza delle connessioni perché questa possano essere abbracciate con entusiasmo dagli utenti. Senza contare la necessità di alzare i costi di entrata sul mercato per i concorrenti. Oggi, per imporsi nel settore dei motori di ricerca non basta più un algoritmo, per quanto rivoluzionario. Ci vogliono infrastrutture. Che costano molto di più e non sono alla portata di tutti. Tanto meno di giovani start-up.

(Finanza & Mecati, 27 gennaio 2007)

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