Raffaele Mastrolonardo\'s

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Responsabilità poco sociale

InUncategorized su 30 gennaio , 2007 a 7:02 pm

La responsabilità sociale è, appunto, sociale. E’ una tautologia, lo so. Ma, come spesso accade, una cosa è il mondo della logica, un’altra la realtà concreta. Ci pensavo oggi mentre scrivevo su Visionblog questo post su dotherightthing, un sito che utilizza un sistema alla digg per valutare l’eticità del comportamento di un’impresa.

Uno dei problemi che, mi pare, riguardano la questione è infatti quello di chi decide che cosa è responsabile. Voglio dire: se deve essere “sociale”, l’eventuale responsabilità di un’azione non può essere stabilita – come spesso accade – esclusivamente dal singolo soggetto che la compie sulla base di proprie valutazioni di opportunità e di marketing. Leggi il seguito di questo post »

E se fosse tutta una questione di fiducia?

InUncategorized su 26 gennaio , 2007 a 7:13 pm

trust-reflection.jpgPiù volte l’hanno accusato di essere l’uomo che sta mandando in rovina i quotidiani. Tutta colpa del suo sito, craigslist, che sottrae ai giornali preziosi introiti sul fronte annunci (compravendita di case, ricerche di lavoro, etc.). Lui, Craig Newmark, si è sempre difeso da questa accusa, definendo la stampa il sale della democrazia e augurando ai suoi campioni lunga e prospera vita.

Oggi, per ribadire quanto sia lontano dal voler interpretare la parte dell’ammazza-quotidiani, ha deciso di mettere la sua esperienza (via Social Media) di coltivatore di comunità online al servizio dei suoi presunti “nemici”. Offrendo un po’ di consigli ai professionisti della notizia. Gratis, per giunta.

In poche righe, la lezione del professor Newmark può essere sintetizzata così: tutto, ma proprio tutto, parte dalla costruzione di un cultura della fiducia (trust), vale a dire trattare gli altri come questi vogliono essere trattati. Dunque, massima attenzione nel combattere e correggere tutti quegli elementi di disinformazione che possono incrinare questo rapporto. Ad esempio? Ad esempio, dice Craig, quando ascoltando la risposta di un intervistato alla propria domanda, è evidente che il giornalista è conscio che si tratta di una menzogna e non dice nulla. Questo atteggiamento (che spesso viene adottato per mantenere un rapporto di fiducia con l’intervistato, aggiungo io) compromette però la relazione con l’ascoltatore-lettore-telespettatore. Che non viene trattato come vorrebbe: ma si fa finta che sia un deficiente.

Insomma, ogni atto, scelta, decisione, dovrebbero essere presi tenendo presente che è questo il legame che interessa l’organizzazione, ed è questo il rapporto che la può far prosperare, in rete ancora di più che nel mondo reale. Questa è la lezione che viene da una delle comunità più ampie, attive e vibranti delle Rete, quella di craigslist. E deriva dal fatto che aziende come questa (o imprese come Wikipedia) si fondano sulla partecipazione degli utenti, vivono e muoiono sulla qualità di una simile partecipazione e per questo hanno interiorizzato un rapporto con la loro comunità di riferimento profondo e rispettoso. Non potrebbe essere altrimenti, dopo tutto, visto che la loro stessa esistenza dipende da questo. Cosa che sempre di più accadrà ad ogni organizzazione che sposti il suo baricentro verso la Rete.

Già che ci sono, sempre a porposito di social media, segnalo anche tre regole generali di gestione del rapporto della comunità raccolta da Crowdsourcing:

- Fai le domande giuste

- Ascolta anche quando fa male

- Cambia alla giusta velocità e al momento giusto

Google-Microsoft, lotta all’ultimo mattone

Inarticoli, Finanza & Mercati su 25 gennaio , 2007 a 12:53 pm

testata_fem_180.gif“A.A.A: territorio offresi per costruzione di data center. Inclusi incentivi sotto forma di riduzioni fiscali e fornitura di energia elettrica a prezzi scontati”. Se annunci del genere non si trovano ancora sui giornali americani poco ci manca. Sì, perché l’ultima frontiera della competizione tra stati e contee per aggiudicarsi investimenti pregiati riguarda proprio le cosiddette server farm. Vale a dire, giganteschi edifici pieni di computer in cui i grandi signori della Rete custodiscono informazioni preziose come i dati degli utenti o gli indici che fotografano lo stato del web, insieme a tutte quelle applicazioni che permettono un uso facile e spedito di Internet.

La lotta per il privilegio di soddisfare la bulimica fame di potenza di calcolo (e di spazio) di Google e Microsoft si combatte a suon di milioni dollari. Il 18 gennaio scorso, per esempio, la società di Bill Gates ha annunciato la costruzione di un data center a San Antonio, Texas. Investimento da 550 milioni che, una volta ultimato, dovrebbe portare 75 nuovi posti di lavoro hi-tech nell’area e, da subito, circa 10 milioni di dollari all’anno in tasse da destinare a scuole e ospedali. Per conquistare l’azienda di Redmond la città texana ha messo sul piatto un “regalo” fiscale da 20 milioni di dollari in 10 anni e uno “sconto” sull’energia elettrica di circa 5 milioni di biglietti verdi. Leggi il seguito di questo post »

I turbamenti del giovane Ilvo

InUncategorized su 22 gennaio , 2007 a 7:22 pm

ilvodiamanti.gifNon c’è partita. Tanto più se l’informazione locale, gli imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra catalogano l’opposizione alla base, tutta insieme, nel segno dell’antiamericanismo non global. [...] Le ragioni di chi teme per la sicurezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il paesaggio: sepolte dall’antiamericanismo, dalla minaccia all’economia. (la repubblica 18 gennaio 2007)

Anni passati ad esaminare gli umori dell’Italia e a raccontarli su uno dei più influenti quotidiani nazionali. Una vita spesa ad auscultare da un osservatorio mediatico privilegiato le passioni degli italiani. Lustri di onorato servizio come interprete del ventre profondo dello stivale. E proprio quando credi di sapere tutto su questo Paese ecco che un bel giorno, zac!, fai una scoperta disarmante: ci sono vicende in cui la politica (di destra e di sinistra), i media e l’industria (che la politica la influenza e i media, spesso, li controlla) si ritrovano tutti d’accordo per rapresentare la realtà in modo distorto (cioè conforme agli interessi dominanti). Dopo una simile rivelazione come vuoi sentirti? Quantomeno “stupito, sconfitto e un poco stupido”. Che è un po’ come dire preso per il culo.

Eppure non si può dire che Ilvo Diamanti gli strumenti per capire questo curioso fenomeno non li avesse. Bastava, per esempio, chiedere a quelli che manifestavano contro la globalizzazione nel 2001 e dintorni, oppure fare un paio di telefonate al movimento No Tav.

E’ proprio vero: certe volte un’esperienza vale più di mille libri. E di mille sondaggi.

Come ti informatizzo la pubblica amministrazione

Inarticoli, il manifesto su 18 gennaio , 2007 a 6:03 pm

testpg.gifBack-office e cooperazione. Sono un’espressione inglese e una parola molto di moda di questi tempi i due assi portanti dell’e-government italiano prossimo venturo. Li ha enunciati il ministro per le Riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione martedì scorso a Roma presentando le sue strategie per il governo elettronico nazionale. Dopo avere disseminato indizi in convegni, norme della finanziaria, audizioni al Senato, disegni di legge e documenti vari, Luigi Nicolais ha dato così corpo e unità a una filosofia di innovazione fin qui apparsa promettente ma un po’ disorganica.

Sette linee d’azione e altrettanti obiettivi per portare, entro cinque anni, il tempo di una legislatura, “la piena informatizzazione della Pa italiana”. Sette indirizzi e due cardini, appunto, che segnano una svolta rispetto al predecessore Lucio Stanca. Se l’ex manager di Ibm aveva puntato sulla visibilità dei provvedimenti (magari a scapito della sostanza), quasi ci fosse bisogno di far toccare con mano la tecnologia agli italiani, la linea scelta dal ministro-scienziato prende una strada opposta per concentrarsi su quello che succede dietro lo sportello, il cosiddetto back-office. Leggi il seguito di questo post »

Citizen journalism, il tramonto dell’iperlocale?

InUncategorized su 17 gennaio , 2007 a 6:20 pm

Quando l’espressione citizen journalism cominciava a diventare popolare (non si parlava ancora di “Web 2.0″ e Dan Gillmor lasciava il San José Mercury per contribuire allo sviluppo di Bayosphere) era uno dei progetti su cui si concentrava maggiore attenzione. Si trattava infatti di una delle prime inizitive che puntava seriamente sul matrimonio tra giornalismo dal basso e iper-localismo, scommetendo sul desiderio delle persone di leggere e di scrivere su quello che accadeva nel loro quartiere.

Oggi, passato l’entusiamo di quei giorni, a quanto pare, Backfence è in crisi (via Social Media). Dopo avere aperto 13 comunità (e avere, fra l’altro, acquistato proprio Bayosphere) ha perso tre executive, tra i quali la co-fondatrice Susan DeFife e dal punto di vista finanziaro non naviga in buone acque. La pubbilcità sognata, soprattutto quella di attività commerciali che non avrebbero potuto permettersi inserzioni su testate più celebri, non si è materializzata.

Forse c’è stata un piccola bolla nel citizen journalism, così piccola che è passata quasi inosservata e presto assorbita nell’entusiasmo del Web 2.0. Backfence e la sua crisi sono uno dei prodotti di quell’euforia iniziale, contagiosa e anche un po’ sgangherata: quando si pensava che tutti, ma proprio tutti avessero una voglia matta di produrre informazione, bastava un pc, una piattaforma e un progetto a dimensione locale.

Vision, dalla carta al bit…

InUncategorized su 16 gennaio , 2007 a 7:36 pm

cover_vision15.jpgL’avventura cartacea di Monthly Vision, il mensile per cui ho scritto nell’ultimo anno (qui alcuni articoli), finisce. Domani uscirà in edicola l’ultimo numero.

Dire che spero sia una pausa temporanea è superfluo: a me la carta piace, inebria e senza quotidiani e riviste non saprei davvero vivere. Figuriamoci quando si tratta di un periodico che sento “mio”. Dunque, sono triste. E lo sono ancora di più perché è stata davvero una bella avventura che ha costruito, credo, un bel prodotto sotto la guida, per dare a Cesare quel che è di Cesare, di Franco Carlini e Luciano Lombardi.

In attesa del (rapido, spero) ritorno nel mondo degli atomi, molte energie finiranno impiegate nelVision di bit. Per ora, con aggiornamenti più frequenti e consistenti; fra un po’ con un progetto editoriale completamente nuovo e ambizioso.

Nel frattempo, allego di seguito l’editoriale di addio di Franco Carlini e Ugo Bertone. Non so se condivido tutto il loro ottimismo sulle sorti progressive dei bit. Sicuramente, in quello che dicono c’è tanto di vero e molto su cui discutere.

Dalla carta al bit e ritorno

I titoli clamorosi che annunciavano la fine della carta stampata hanno prodotto molto fragore, ma immediatamente temperato dalle reazioni incredule e tranquillizzanti di tutti quelli, giornalisti ed editori, che non riescono a immaginare un mondo della comunicazione diverso da quello che fino a oggi hanno frequentato.

Le linee concettuali di tale difesa dell’esistente sono state: 1) nessun medium di comunicazione è mai stato totalmente soppiantato da quelli nuovi emergenti, e dunque non succederà nemmeno in questo caso; 2) l’internet ha reso disponibile una grande abbondanza di informazioni, le quali continueranno a crescere vertiginosamente; per questo ci sarà sempre bisogno, anzi più bisogno, di giornalisti ed editori, ovvero di soggetti che organizzano con intelligenza quelle news, dando loro un ordine e un senso; 3) quindi noi, editori e giornalisti, restiamo tranquilli al nostro posto, a garantire la qualità dell’informazione, al servizio dei lettori.

Le prime due affermazioni sono giuste e ragionevoli, ma è sulla terza che la linea di resistenza della carta ai bit vacilla, perché i lettori verificano tutti i giorni che la qualità e autorevolezza declamate spesso non ci sono, nei giornali di oggi, per non dire nelle tv di oggi. È successo per una infinità di motivi, che vanno dalla vocazione spinta alla pubblicità come fonte prevalente di fatturato, agli interessi “vestiti” di molti editori che usano i quotidiani come raffinati strumenti di lobbying, al servizio di altri interessi, legittimi ma diversi. Se dunque le copie vendute calano non è solo per ragioni demografiche (leggono specialmente gli adulti e gli anziani) ma anche perché molti già lettori si sono resi conto che di tanta carta stampata possono benissimo fare a meno: da un lato non porta abbastanza valore di informazione e conoscenza e dall’altro sul web si trova altrettanto se non di più e di meglio (insieme a molta spazzatura, ma i lettori naviganti hanno ormai imparato dove trovare quello che serve loro).

Se le cose stanno così, varrebbe forse la pena di rovesciare le gerarchie dei media, mettendo al centro il web, attivo 24 ore su 24, interattivo con il suo pubblico che genera lui stesso contenuti e condivide conoscenza, e poi declinarli su diversi formati e supporti: carta quotidiana e periodica video, file mp3, tutti quelli che la fantasia consente.

Questa è la strada che anche Vision ha deciso di compiere, ribaltando la propria organizzazione e provando a spostare di colpo l’orizzonte della propria attività, sul terreno che anche tutti gli altri obbligatoriamente seguiranno negli anni a venire. È certamente un azzardo, che ci è reso facile dalla piccolezza e agilità di questa testata. Ma è una strada che intendiamo percorrere con la stessa determinazione con cui The Guardian pochi mesi fa ha ribaltato la gerarchia tra l’edizione internet (che ora pubblica in anteprima gli stessi articoli dell’edizione cartacea) e il giornale tradizionale.

«Io non so quale sia il nostro modello di business – rispose il direttore a chi gli chiedeva come evitare, in questo modo, la cannibalizzazione del quotidiano – ma di una cosa sono certo: il modello tradizionale è destinato a un sicuro deficit».
Sono passati pochi mesi da quella provocazione: The Guardian, che un anno fa faceva fatica a varcare i confini del Galles, oggi vanta nell’edizione online più lettori in America che nel Regno Unito.

Non abbiamo le stesse ambizioni dei colleghi inglesi. Ma la sfida è altrettanto difficile: negli ultimi mesi (che sulla rete valgono anni) è esplosa l’interattività. I lettori vogliono impadronirsi del microfono. Gli addetti ai lavori, i giornalisti (ma anche i portavoce delle aziende come gli intellettuali), resistono perché sanno che dovranno faticare un bel po’ per riconquistare il loro diritto all’ultima parola. Noi ci mettiamo in discussione, pronti a rischiare: forse non è la strada giusta. Ma quella tradizionale di sicuro non porta a nulla.

Enti pubblici informatizzati in 5 anni

Inarticoli, Corriere della sera.it su 16 gennaio , 2007 a 5:55 pm

logo_home_corriere.gifROMA – Alle volte è necessario fare un passo indietro. Serve per prendere lo slancio e spiccare il volo. È quello che cercherà di fare la Pubblica amministrazione italiana nei prossimi 5 anni seguendo le Linee strategiche per l’e-government presentate martedì a Roma dal ministro per le Riforme e l’Innovazione Luigi Nicolais.

Il passo indietro è quello effettuato rispetto al predecessore Lucio Stanca: al posto di una «tecnologizzazione» spinta e un po’ gridata ecco una maggiore attenzione a ciò che accade dietro le quinte, ai processi e alle procedure che spesso sono il vero ostacolo all’erogazione di servizi efficienti per il cittadino. Il salto in alto, che dovrebbe portare all’auspicato volo, è quello sintetizzato dalle Ali – Alleanze locali per l’innovazione – che permetteranno a 4700 piccoli comuni di usufruire e proporre servizi tecnologici in modalità associata, grazie a 30 milioni di euro di finanziamento. Con conseguente risparmio e miglioramento dell’offerta a cittadini e imprese.

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Effetto Google sui quotidiani

InUncategorized su 13 gennaio , 2007 a 2:11 pm

newspaper.jpgApparentemente (e fortunatamente) non esistono solo i quotidiani belgi, quelli che hanno paura di Google. Ci sono anche i giornali che prendono la strada opposta, e invece di portare Brin e Page in tribunale perché il motore di ricerca mostra al mondo i loro articoli, li pagano, invece, proprio per questo

Non solo. A volte fanno anche di più, a quanto pare: insegnano ai loro giornalisti a scrivere articoli in modo che abbiano maggiori probabilità di figurare in alto nei risultati delle ricerche del motore di Mountain View. Lo racconta il Wall Street Journal [a pagamento] (via paidContent).

The Daily Telegraph, per esempio, ha acquistato all’interno del programma di pubblicità AdWords di Google la frase “North Korea Nuclear Test” lo scorso ottobre per capitalizzare sulla curiosità degli utenti a proposito degli esperimenti nucleari coreani. Mentre il Times di Londra compra anche dieci parole la settimana, e accade così che fra i due quotidiani si scatenino spesso delle aste per i termini del momento.

Il Times, inoltre, sta insegnando ai propri giornalisti a scrivere i pezzi in modo da massimizzare la probabilità di venire ripresi da Google News. Il consiglio, così sembra, è quello di inserire le frasi cruciali e le parole chiave nel paragrafo iniziale. (Il che – fra parentesi - non mi pare un’innovazione rivoluzionaria, visto che è quello che predicano da sempre capiservizio e capiredattori: si tratta in sostanza di un vecchio principio del giornalismo novecentesco adattato all’era Internet). Da parte sua, il Daily Telegraph paga un consulente per ricevere consigli, racconta il Wall Street, come quello di non cambiare i titoli delle news in per non “confondere” Google News.

Insomma, i quotidiani (almeno quelli più innovativi) non vivono in un altro mondo. E, come hanno sempre fatto (e sempre faranno, almeno fino a che esisterà la stampa commerciale finanziata dalla pubblicità), adattano i propri contenuti ai bisogni dei lettori e alle esigenze degli inserzionisti

Un’influenza, quest’ultima, da tenere sott’occhio, almeno se crediamo che quella dei ricoperta dai media di informazione sia una funzione cruciale all’interno delle nostre società. Non si tratta, in questo caso, di condannare quanto di capire come il nuovo ambiente (Internet) e i nuovi meccanismi di generazione delle entrate pubblicitarie (Google & c.) abbiano cominciato a influenzare e influenzeranno la proposta inormativa dei quotidiani (e degli altri news media). Siamo solo all’inizio ma mi pare un tema interessante da cominciare a esplorare. Magari con una tesi di laurea o con un bell’approfondimento.

Forse per accorgersi (un po’ di ottimismo non guasta) che i nuovi meccanismi consentiranno ai giornali maggiori margini di libertà editoriale rispetto alle inserzioni tradizionali, del cui effetto ingombrante e negativo sulla scelta, selezione e impostazione dei contenuti dei giornali abbiamo troppo spesso esempi lampanti.

Webmail, una guerra a colpi di beta

Inarticoli, Finanza & Mercati su 13 gennaio , 2007 a 11:23 am

testata_fem_180.gifE’ difficile immaginare qualcosa di più centrale nella vita digitale di un individuo della posta elettronica. Secondo la società di analisi e ricerche di mercato The Radicati Group, la caselle di e-mail globali sarebbero 1,1 miliardi, gran parte delle quali sul Web. Non c’è da stupirsi dunque che sia proprio questo uno dei maggiori terreni di scontro tra i grandi signori della Rete, che vedono nella webmail uno strumento indispensabile per generare entrate attraverso la pubblicità, fidelizzare gli utenti e spingerli verso altri servizi delle proprie galassie.

Non a caso Yahoo!, numero uno mondiale quanto a utenti registrati (oltre 250 milioni) e traffico generato (più del 30 per cento di quota di mercato), ha effettuato nel settembre scorso un sostanzioso upgrade dei suoi servizi mail. Una trasformazione dell’interfaccia, quella operata dalla società di Terry Semel, animata da una duplice aspirazione: regalare all’utente un’esperienza simile a quella vissuta sul proprio desktop con i più popolari applicativi di posta elettronica e integrare più strettamente i vari servizi online del cliente: dal calendario alle mappe passando per le news. Leggi il seguito di questo post »

Daylife, il piacere del contesto

InUncategorized su 8 gennaio , 2007 a 6:56 pm

daylife.gifdaylife.gifNicola Bruno fa un’utile rassegna delle reazioni suscitate da Daylife, nuovo servizio di aggregazione di notizie. E, a quanto se ne deduce, l’accoglienza è stata freddina.

Pur non avendo ancora “giocato” a lungo con Daylife e potendomi basare solo su impressioni parziali non resisto: devo dire la mia. Anche perché sono d’accordo con gran parte dei rilievi negativio riportati da Nicola (a cominciare dall’assenza di feed Rss e dalla mancata apertura ai commenti), ma penso ci siano almeno due aspetti dell’iniziativa che mi paiono interessanti e andrebbero tenuti sott’occhio.

1) Il primo è il tentativo di aggregare (e dunque di sfruttare la ricchezza della rete) fornendo contesto (merce resa scarsa di questi tempi proprio dagli aggregatori rss e per questo preziosa). Apprezzo cioè lo sforzo di utilizzare i feed e la loro caotica ridondanza non solo per gestire e dare conto della massa di informazioni disponibili in rete, ma anche per cercare di offrire al lettore una cornice attraverso cui interpretare meglio la notizia, senza perdere però per ciò che riguarda la quantità e la velocità dell’informazione. In questo modo, mi pare, si prova a offrire la soluzione a uno dei problemi dell’informazione contemporanea online: il fatto che sia fruita spesso al di fuori dell’ambiente originario (come ha ricordato recentemente Federico Fasce) in cui è stata prodotta e la sua comprensione risulti dunque più problematica.

2) La seconda è l’ampio ricorso alle immagini e il tentativo (si evince fin dalla homepage) di trovare una presentazione alternativa, più visiva, piacevole e meno testuale delle notizie rispetto alla maggior parte dei siti di aggregazione. Quando ci sia abitua alla freddezza dell’aggregazione (lo so per esperienza personale) si corre il rischio di dimenticare che esiste anche una dimensione di piacere nella lettura e questa è spesso data dagli elementi di contorno (e dunque di Daylife mi piacciono molto anche le citazioni in evidenza).

Insomma, ci sono ancora delle pecche in Daylife, ma le intuizioni di cui sopra mi paiono sufficienti per inserirlo nella lista dei progetti da seguire. Aggiungo che un’iniziativa di questo tipo non è necessariamente rivolta ai news junkies, a quelli che il senso sono perfettamente in grado di crearselo da soli con i loro vari strumenti. Ma forse, proprio per questa attenzione al piacere del contesto, ambisce a un pubblico più largo, che di contesto e di piacere ha bisogno (come i news junkies, d’altronde, anche se siamo noi stessi i primi a dimenticarcelo…).

Citizen o non citizen?

InUncategorized su 5 gennaio , 2007 a 7:00 am

crowjason-citizenjournalismdocumentarytrailer532.jpgQualche spunto interessante su citizen journalism e dintorni.

Il punto, afferma Dan Gillmor, non è se i media tradizionali abbracceranno sempre di più i contenuti prodotti dai lettori. Ma se lavoreranno o meno per costruire un ecosistema che ricompensi adeguatamente tutti coloro che partecipano alla produzione dell’informazione. Nel primo caso, afferma Gillmor, il sistema sarà sostenibile. Nel secondo, no.

Reporters segnala un’intervista a Bill Grueskin, direttore del sito internet del Wall Street Journal, che spiega perché per il suo giornale è difficile ipotizzare un futuro partecipativo. E’, afferma, una questione di trasparenza: il quotidiano ha un codice molto stretto che regola il rapporto tra i giornalisti e le aziende di cui scrivono. Una simile regolamentazione sarebbe problematica se il sito si aprisse in modo consistente ai contributi di terzi.

Nel frattempo, Ivan su Infoservi.it propone una distinzione tra participatory journalism e citizen journalism. Dove, se interpreto correttamente, il primo definisce il fenomeno della mera partecipazione degli utenti al processo dell’informazione attraverso la pubblicazione di contenuti che vengono poi selezionati dalle redazioni dei media. Sarebbero esempi di participatory journalism, ad esempio, il video dell’impiccagione di Saddam girato con un telefonino e i contributi fotografici inviati dai cittadini in occasione degli attentati di Londra.

Diverso, se capisco bene, è il caso del citizen journalism che prende forma in strumenti grazie ai quali “il cittadino/reporter è direttamente a contatto con il suo pubblico senza filri o editor”. Penso che Ivan si riferisca soprattutto ai blog nel loro complesso.

Mi piace questo tentativo di definizione anche se non sono sicuro che sia una buona mossa individuare, come elemento discriminante, la presenza o meno di un filtro. In questo senso OhMyNews, il quotidiano online coreano, non dovrebbe essere considerato un esempio di citizen journalism perché, nonostante conti più di 40 mila collaboratori, si basa su una redazione di professionisti che, oltre a produrre in proprio le notizie, filtra e organizza i contenuti inviati dai cittadini. Il che, ovviamente, non sarebbe certo una bestemmia: le definizioni non sono scritte nella natura e sono vere anche nella misura in cui ci servono. Mi chiedo però se non si rischia in questo modo di andare troppo oltre rispetto a una definizione che in qualche modo si è già un po’ affermata, per quanto imprecisa e ambigua.

Da parte mia, come contributo alla discussione, offro una schematizzazione che avevo proposto qualche tempo addietro sul manifesto. E’ ovviamente incompleta (manca ad esempio uno spazio per collocare iniziative come NewAssignment) e non mi soddisfa del tutto. Ma, chissa’, forse qualcuno può migliorarla.

Giornalismo partecipativo, citizen journalism, networked journalism, giornalismo dal basso. Tutte espressioni che alludono a un passaggio di ruolo in cui quelli che prima erano solo lettori, diventano oggi anche autori all’interno di sistemi di produzione di news assai differenti tra loro. Vediamoli.

Il modello puro. Il giornalismo dei cittadini nella sua versione più genuina. La produzione di notizie è appannaggio esclusivo dei lettori. Senza l’intervento dall’alto di un filtro editoriale. Accade, ad esempio, nel caso dei blog, nei siti della galassia di Indymedia, oppure nell’esperienza di Wikinews, dove le notizie sono scelte, scritte editate dalla comunità dei lettori. In certi casi, il ruolo dell’editor è svolto da un algoritmo, che elabora le preferenze della comunità. Sono i lettori-autori (Digg o kuro5hin) che «votano» il proprio gradimento a news e segnalazioni contribuendo così a definire ciò che è rilevante o meno (ranking).
Il modello misto. Giornalisti professionisti e semplici cittadini lavorano fianco a fianco. L’esempio più conosciuto (e più di successo) di questo approccio al citizen journalismè OhMyNews, giornale online coreano in cui una redazione di poche decine di professionisti scrive notizie, ma soprattutto si dedica ad un’intensa attività di redazione per gestire contributi di oltre 40 mila semplici cittadini.
Il modello integrato. In questa versione una piattaforma articolata tiene insieme contributi personali, blog, segnalazioni e attività di valutazione delle notizie da parte dei lettori. Nell’esempio più popolare, Newsvine.com, ciascun iscritto dispone di uno spazio personale in cui può scrivere articoli, diffondere notizie, elaborare una lista di media preferiti da tenere sotto osservazione. Il risultato complessivo è un mix caotico ma affascinante di post tipici dei blog, pezzi di semplici cittadini, articoli di testate autorevoli.

Democrazia e politica estera: uno spunto

InIraq su 4 gennaio , 2007 a 12:45 pm

stars-and-stripes.gifThere’s a huge gap between public opinion and public policy. Both political parties are well to the right of the population on a host of major issues

(Noam Chomsky)

Ma in una democrazia chi decide? La domanda, assieme alla considerazione spesso ripetuta da Chomsky (ad esempio, qui) che in genere i governi degli Stati Uniti (democratici o repubblicani) si collocano a destra degli elettori su alcuni temi chiave, mi ritorna in mente quando leggo l’ultimo studio realizzato da WorldPublicOpinion.org.

Scorrendolo, si scopre infatti che, tra la popolazione statunitense, esiste un sostanziale accordo bi-partisan su alcune questioni centrali.

Ad esempio, rivela la ricerca, l’88% dei democratici e il 62% dei repubblicani ritegono che i soldati Usa dovrebbero lasciare l’Iraq entro il 2008. In percentuali analoghe (72% e 82%) poi, i cittadini Usa pensano che il loro governo dovrebbe sancire chiaramente che non intende stabilire delle basi permanenti nel Paese. Leggi il seguito di questo post »

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