Se il contesto val più del contenuto

information.jpgNell’intrattenimento digitale il valore si spostano verso il centro. Lo dice un report (questa la presentazione) segnalato da PaidContent. Lo studio analizza la catena del valore nell’intrattenimento alla luce della teoria della coda lunga e profetizza che con la crescita dell’offerta, in conseguenza della moltiplicazione dei produttori di contenuti, il valore si concentrerà sempre di più su chi saprà aggregare e impaccchettare al meglio questa molteplicità di prodotti creativi. Nello stesso tempo, si afferma, sempre più importanti saranno i marchi, in quanto riconoscibili indicatori di credbilità nel caotico mondo dell’offerta infinita che caratterizza l’economia dell’abbondanza.

Da una parte non è niente di nuovo. Si potrebbe dire che questa conseguenza è già tutta dentro il libro di Chris Anderson laddove afferma che uno degli ingredienti chiave dell’economia della coda lunga sono gli strumenti di ricerca e di rating che permettono agli utenti di allontanarsi dal mainstream e addentrarsi nelle profondità della coda alla ricerca di quello che desiderano.

Dall’altra, questa schematizzazione può essere utile, soprattutto se la portiamo fuori dal mondo dell’intrattenimento e la applichiamo a quello dell’informazione. In questo scenario infatti – se solo lo capissero – i grandi quotidiani potrebbero scoprire di avere un grande futuro anche davanti alle loro spalle (e non solo dietro). In fondo, molti di essi sono tuttora dei credibili aggregatori e impacchettatori di notizie e opinioni. E questa loro virtù (insieme al valore del loro marchio) potrebbero efficacemente trasportarli nel futuro prossimo. Dovrebbero però aprirsi ad altre fonti di contenuti e puntare molto di più di quanto non facciano ora nello sforzo di a) entrare in relazione con le nuove masse creative (sfruttando così nuove fonti e nuovi talenti) e b) fornire contesto e dunque senso all’informazione. Quello che il singolo blogger non può fare (e ha difficoltà a farlo anche Technorati, secondo me, pur essendo questa una delle sue ambizioni, credo, e pur facendo un indispensabile lavoro di filtro e organizzazione), lo possono fare istituzioni con un buon numero di risorse dedicate e specializzate e con una grande competenza sviluppata in questo senso.

E’ in questo tipo di creatività, che si potrebbe forse definire narrativa, che i grandi quotidiani (e con loro i settimanali e tutti i media tradizionali) dovrebbero cercare di investire sempre di più. IMHO

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e-government, Italia a rischio retrocessione

testata_fem_180.gifIl declino è un virus resistente e molto adattabile E’ dunque facile scovarlo anche al di fuori dei settori in cui viene più spesso individuato e diagnosticato. Oltre il prodotto interno lordo, oltre la perdita di quote nel commercio internazionale, la decadenza di un paese emerge spesso anche in ambiti laterali, più lontani dall’occhio dei media.

Per avere una conferma basta dare una letta a una recentissima analisi dei servizi pubblici online europei realizzata dalla società di consulenza Capgemini e prepararsi a una sensazione di deja vu: anche nell’e-government, infatti, l’Italia cresce poco, e quel che è peggio, assai meno di altri. Superato sia dal dinamismo tecnologico dei nuovi membri della Ue sia dall’incedere, meno entusiasmante ma comunque costante, di nazioni come Gran Bretagna e Francia, il nostro Paese innova poco anche in un ambito cruciale per la competitività del sistema come l’erogazione virtuale dei servizi a cittadini e imprese. Vediamo più nel dettaglio. Continua a leggere

I Mapuche contro Bill Gates

250px-mapuche.jpgbillgates.jpgA chi appartiene una lingua? Secondo Reuters, è questa la questione dietro la contesa tra Microsoft e i Mapuche, popolazione indigena sudamericana che in Cile protesta contro la decisione di Bill Gates di commercializzare una versione di Windows in Mapuzugun, la loro lingua madre.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa, i Mapuche accusano Microsoft di “pirateria intellettuale” per avere utilizzato la lingua indigena senza il loro permesso e si oppongono così a una iniziativa con cui l’azienda contribuisce, parole sue, ad “aprire una finestra così che il resto del mondo possa accedere alla ricchezza culturale di questo popolo indigeno”.

Ma i Mapuche, che Reuters definisce “famosi per la loro ferocia”, non sembrano gradire tanta generosità, anche a rischio di subire la reprimenda di “molti cileni” che “ritengono assurdo” da parte loro “reclamare i diritti intellettuali sul linguaggio”.

Eppure, sempre stando all’articolo, quel che fa arrabbiare i Mapuche pare essere soprattutto il fatto di non essere stati coinvolti nell’inziativa. Microsoft e il Ministero dell’educazione cileno, prima di procedere alla traduzione del software, hanno infatti insediato un comitato di studi senza però chiedere il permesso dei nativi, senza invitarli e senza consultarli in proposito.

Si tratta dello stesso governo, fra l’altro, con cui, leggo sempre su Wikipedia, i Mapuche hanno tradizionalmente rapporti tesi e a cui chiedono, senza successo, di far diventare il Mapuzugun lingua ufficiale dello stato accanto allo spagnolo.

Il punto, insomma, per quel che mi è dato di capire dall’articolo, potrebbe anche non essere l’astratta questione se i Mapuche (o qualunque altro popolo) ha i diritti di proprietà intellettuale sulla sua lingua (problema che, così impostato, suscita facilmente il sorriso ironico dei cileni non Mapuche e non solo) . Potremmo cioè invece chiederci se è giusto che un governo ostile, per suoi interessi propagandistci, e una multinazionale, per suoi interessi economici, traggano vantaggi da una decisione che hanno preso senza coinvolgere gli interessati e senza concordare con essi una spartizione equa degli eventuali benefici.

Sempre, ovviamente, che le cose siano andate così come le racconta Reuters (che sull’argomento per ora è la mia unica fonte).

UPDATE: di questa cosa ne parla anche PeaceReporter con un pezzo che, mi segnala via mail l’autore, Alessandro Grandi, è uscito un paio di settimane fa su Left e dunque si sofferma più sulla notizia e le politiche di Microsoft nei confronti delle lingue indigene che sulla protesta dei Mapuche.

Espropri 2.0

marx.gifArrivano i primi commenti da D-Day di Dada, altri ne arriveranno tra stasera e domani visto che nei panel e in platea i blogger non mancavano (anche se, a quanto pare, la connessione era a pagamento e le procedure di profilazione non troppo immediate: non proprio l’ideale se vuoi che la blogosfera parli dell’evento…).

Comunque, grande spazio, comprensibilmente, è stato dato al Web 2.0 e ai contenuti generati dagli utenti, un fenomeno che tutti si dicono entusiasti di abbracciare e ansiosi di monetizzare.

Nel caso questo evento si verificasse, – commenta Luciano Lombardi – non assisteremmo però ad un esproprio? Dopo tutto, gli altri creano e producono e io ci faccio i soldi (qualche estremista direbbe che è così che funziona il capitalismo).

In effetti, il problema esiste e qualcuno comincia a porselo non solo come battuta. Ad esempio, Bob Garfeld su Wired si domanda come reagiranno gli utenti quando i profitti cominceranno inizieranno ad entrare nelle casse di YouTube/Google: non è che a quel punto qualche user fin lì solo generoso generatore di contenuti avrà la bella idea di mettere su una class action (le cause collettive che in America sono molto di moda) per chiedere una fetta della torta?

Fino ad ora l’equilibrio tra produttori di contenuti e piattaforme si è retto su un reciproco (equo) scambio. Da una parte la creatività degli utenti con la loro voglia di produrre e mettere in mostra i parti del loro ingegno, dall’altra i servizi alla YouTube che offriono strumenti di soddisfazione a di questi bisogni attraverso facili tool per la pubblicazione e piattaforme sulle quali essere visti e trovati (principio importante nell’economia della coda lunga).

Insomma, fino ad ora tutto è filato liscio anche perché, evidentemente, le parti hanno giudicato che ci fosse una reciproca convenienza. Ma cosa succederà quando i soldi cominceranno a scorrere copiosi prevalentemente in una sola direzione? Si sa che gli esseri umani mostrano una certa propensione (innata?) all’equità e sono inclini a punire, quando gliene venga data la possibilità, un interlocutore che proponga loro un accordo iniquo. Senza contare che, come segnala Garfeld, laddove non arrivasse la natura, arriverebbero sicuramente gli avvocati.

Dunque, il problema dell’esproprio segnalato da Lombardi (che suggerisce anche un acrostico per definirlo: User generated revenue) esiste ed è difficile immaginare come reagiranno all’ingiustizia i proletari del Web 2.0. Forse la “contraddizione” (il termine marxisteggiante è d’obbligo) non esploderà oggi che i profitti YouTube & C. ancora non li producono. Ma domani, certamente, si farà sentire. Con quali risultati pratici, al momento, nessuno lo può sapere. Quantomeno non io.

Conformismi, ignoranze e bullismo

Sulla vicenda del video del ragazzo down picchiato e dei vari episodi di “bullismo” trasportati su internet si sentiva il bisogno di opinioni rinfrescanti. Il fatto è che uno legge i giornali, guarda la televisione e resta con l’impressione che il punto della faccenda sia che queste cose sono finite in rete.

Segui la ridda di editoriali e interviste sugli eventi e te ne vai con l’impressione che gli atti incriminati siano comunque meno gravi della loro presenza su internet e dunque del fatto che c’è un medium così cattivo, così deregolato, così anarchico che osa ospitare (anzi diventa ricettacolo di) simili brutture.

Ovvio che se la rete non la conosci (e in Italia, a quanto pare, su questo fronte non stiamo messi molto bene a confronto dei nostri cugini europei)  finisci per pensare che sia davvero un deposito di mostruosità e non ti viene in mente che, magari, proprio il fatto che lì dentro ci sta di tutto possa essere anche un valore positivo.
Meno male che a riportare un po’ di ordine in questa faccenda ci pensano Massimo Mantellini e Franco Carlini, entrambi impegnati in una appassionata difesa delle virtù della rete e della forza educativa della sua molteplicità.

Così Mantellini:

Eppure, non sarebbe difficile capire che Internet è il luogo dell’alterità. Il contesto in cui possono convivere gli estremi e dove la concomitanza delle diversità si trasforma in valore. E maggiore libertà per tutti. E abitudine al contraddittorio e alla tolleranza. Non è cosi difficile capire che molti degli “al lupo al lupo” che impegnano le energie di polizia e magistrati oggi in questo paese, terz’ultimo nelle graduatorie dell’Europa dei 25 per la diffusione della rete, ricordano la barzelletta della vecchietta che chiama la polizia perchè nel condominio di fronte una coppia sta facendo l’amore nella propria stanza a finestre aperte e che alla contestazione dei poliziotti sul fatto che da lì non si veda nulla, risponde con leggerezza: “Da lì no, agente, ma se si arrampica in cima a quell’armadio vedrà perfettamente tutto”.

E così Carlini:

A tutti loro, ai ministri dei giovani e dello sport, agli psicologi tuttologi, si consiglia fortemente un’ora di navigazione al giorno in rete, corso di educazione per adulti, sì che conoscano il mondo. La facciano a caso, un link via l’altro: vadano su YouTube.com, inseriscano una parola chiave a caso, per esempio school, per esempio peace, per esempio war, e seguano le suggestioni. Troveranno una moltitudine di idee in forma di video, ingenue, entusiasmanti, respingenti. E’ come un bagno antropologico nel mondo. Una ricerca segnala che le pagine pornografiche in rete sono solo una su cento, e allo stesso modo si scoprirà che dalle scuole non vengono solo seggiole spaccate e professori umiliati, ma anche tenerissime storie, oltre a tutto girate e montate benissimo, di vite normali e allegre, e che una banale gita scolastica, fatta solo di foto cellulari sfumate e accostate, ma accompagnata da musiche adatte, può dire molto di questi sedicenni di oggi (la si trova battendo « Classe IV O»), così come l’ultimo giorno di liceo della III D, girato da Prisca Amoroso, la stessa diciottenne di Lanciano che come pri_angel182 organizza degli Street Team per la sua band preferita (e chi non sapesse di che si tratta, per favore si faccia un giro sull’enciclopedia online Wikipedia).

Da leggere entrambi.

Discolosure: Franco è anche il mio capo…

La zietta paga

bbc-news-generic-2003-1.jpgLa zietta (auntie), come la chiamano gli inglesi, è la Bbc che, ancora una volta, si rivela all’avanguardia quando si tratta di utilizzare al meglio le tecnologie e i meccanismi del mondo digitale. L’emittente britannica ha deciso infatti che, in determinate circostanze, quando il materiale sia particolarmente meritevole, pagherà i contributi fotografici inviati dagli utenti.

Un riconoscimento al crescente ruolo dei non professionisti nella produzione di informazione contemporanea. Un incoraggiamento ulteriore (e cauto: la Bbc invita le redazioni a non far passare il pagamento come la norma) alla collaborazione tra dilettanti e giornalisti di professione che segnala, una volta di più, come i media tradizionali possano sfrutare le potenzialità della rete e delle tecnologie abilitanti che hanno messo in mano a milioni di persone strumenti che fino a poco tempo fa erano privilegio di pochissimi.

Arroccarsi in difesa di rendite di posizione significa solo ritardare il momento in cui si dovrà affrontare una realtà che dice che gli antichi monopoli fondati sul possesso esclusivo dei mezzi di produzione dell’informazione sono finiti. Meglio cominciare fin da subito, come fa la Bbc, a sperimentare nuovi modelli si relazione con le masse attive e intelligenti. Si può rischiare di sbagliare, si può essere costretti a rivedere profondamente i processi di lavoro delle redazioni, ma non si può fingere, come fanno molti media qui da noi, che non stia succedendo niente.

Se ne parla anche qui.