mastroblog

30 Novembre , 2006

Illusione, ansia e qualità

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 10:32 pm

acf52c3.jpgDa quando uso un aggregatore Rss la mia esperienza di lettura quotidiana delle notizie è nettamente cambiata. E non credo, lo dico subito, che sia mutata in meglio. L’ansia e la sensazione di essere sommersi da una massa di informazioni che non si riesce a gestire cresce infatti quando ci si ritrova ogni santa mattina con qualche centinaio e più di feed da leggere. O meglio: da scorrere velocemente alla ricerca di qualcosa che solletichi l’intuizione, da occhieggiare rapidamente in modo da farsi un’idea quando si creda di avere trovato un che di utile, e da archiviare nella casella giusta per quando sarà il momento in cui servirà. Inutile dire che per la maggior parte delle notizie archiviate questo momento non arriverà mai.

Eppure, nonostante questi problemi, l’aggregatore è diventato uno strumento di lavoro indispensabile nella mia (fallimentare) opera di aggiornamento quotidiano. Aumenta sì la mia ansia ma mi permette al contempo di avere un’idea quantomeno approssimativa di quasi tutto quello che mi può interessare in relazione al mio lavoro. Mi dà l’illusione di non essermi perso nulla di fondamentale, di avere comunque, in qualche modo, di riffa o di raffa, valutato tutta l’informazione che mi può riguardare e di averla classificata alla bellemeglio, considerate le circostanze, e di averlo fatto in un tempo finito (un’ora e mezza, circa). Insomma, compro un’illusione al prezzo di un po’ d’ansia: non esattamente il migliore degli affari.

Fra l’altro, da quando uso l’aggregatore e mi ritrovo sott’occhio centinaia di titoli e di sommari tutti assieme ho finito per apprezzare ancora di più, paradossalmente, le virtù dell’attendiblità, della selezione delle notizie e della sintesi. Ad esempio, negli ultimi tempi sono ritornato ad essere un fan di Slashdot rispetto a Digg. Ogni giorno ringrazio il sistema top down di selezione delle notizie del primo, che porta sul mio schermo solo poche news, rispetto alla caotica ridondanza nel secondo. Il quale, sarà pure una miniera di informazioni altrimenti difficlmente aggregabili ma spesso mi porta informazioni inutili, qualche bufala e molta fuffa geek. Cosa che a volte mi fa perdere un sacco di tempo.

Detto questo, non mi risolvo a togliere Digg dall’aggregatore perchè (per ansia?) mi sembra di non poter fare a meno della sua completezza eccessiva. E così, ogni mattina mi capita di sognare un sito che combini le virtù dei due. Vuoi troppo, mi direte. Forse. Eppure continuo io a sperare. Tanto che tutta questa lunga, autorefereziale e un po’ logorroica tirata in realtà è solo una premessa per dire introdurre NewsTrust (via NewAssignment).

Da quel che leggo si tratta infatti di un sito di segnalazioni (né più né meno che Digg e Slashdot, anche se non è confinato alla tecnologia) in cui gli utenti votano le storie in base a parametri di qualità. Equilibrio, contesto, equità, fonti sono tutti indicatori tenuti in considerazione che vanno a comporre il rating della segnalazione. Allo stesso tempo, la media dei giudizi delle news si aggrega per comporre una valutazione della qualità delle varie testate da cui sono tratte. Non mancano, ovviamente, i giudizi sui recensori stessi. Insomma, al lettore sono offerte tutte le informazioni per consentirgli di valutare non solo l’interesse della segnalzione ma anche la supposta qualità e attendibilità di queste.

Ecco dunque che se il sistema cresce potrei avere allo stesso tempo un sito che mi offre una panoramica niente male su ciò che è rilevante e un’accurata selezione della qualità delle notizie. E a quel punto potrei anche rinunciare all’aggregatore. Tenendomi la mia illusione e risparmiandomi un po’ di ansia.

29 Novembre , 2006

Il mostro degli abissi

Archiviato in: media — raffaele @ 8:23 pm

Questa notizia del Corriere è bellissima. Sia la storia in sé, che come è raccontata, dico. Parla di un pesce, Dunkleosteus terrelli, vissuto probabilmente 400 milioni di anni fa che risulta il predatore con le “fauci più mostruose” della storia della vita. La sua bocca, si legge “era quattro volte più grande di quella del Tyrannosaurus rex”, mentre “la sua dentatura era qualcosa di straordinario”.

Dotato di una “forza incredibile”, pare fosse in grado di “aprire la sua bocca in meno di un quindicesimo di secondo”. Ovviamente, le abitudini di un simile”mostro” erano tutt’altro che pacifiche, tanto che “qualsiasi altro pesce nella sue vicinanze” veniva “risucchiato e mangiato velocemente”. La potenza delle sue fauci, poi, era tale “da spezzare in due uno squalo con un morso”.

Il tutto ovviamente stabilito con criteri scientifici dal momento che gli scienziati “hanno ricostruito i muscoli intorno alla bocca del pesce per calcolare la forza dell’animale quando apriva la bocca”.

La cosa che mi affascina di questa “scoperta” e di come è presentata (non solo dal Corriere, immagino) è che conferma che la tendenza degli esseri umani a creare miti e favole perdura nel mondo contemporaneo. Un animale e una descrizione di questo tipo, infatti, non hanno niente da invidiare alle creature mostruose e terrorizzanti narrate dai mitografi antichi e nelle favole.

E’ un po’ come se ci fosse un bisogno da parte nostra di trovare da qualche parte nello spazio e nel tempo il posto per simili esseri. Evidentemente, mi dico, soddisfano qualche nostra esigenza profonda. E’ un po’ il concetto spiegato da David Quammen nel suo libro Alla ricerca del predatore alfa. Dove sostiene che i grandi carnivori, di cui l’uomo è stato preda per gran parte della sua storia evolutiva, sono in qualche modo ancora presenti nella psiche umana e assolvono una qualche funzione spirituale. Da qui la loro presenza, trasfigurata, nei miti, nelle leggende e, oggi, anche nelle ricostruzioni scientifiche (e giornalistiche).

Un’altra cosa che mi affascina, e qui chiudo ché è tardi, è il ruolo che i media di massa hanno nella propagazione di simili storie. Il che mi fa venire in mente che un anno fa ho comprato un libro che parlava proprio di questo, della funzione di narratori di miti dei media contemporanei. Un anno e non l’ho ancora letto. Forse è l’ora di farlo.

28 Novembre , 2006

Se il contesto val più del contenuto

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 6:04 pm

information.jpgNell’intrattenimento digitale il valore si spostano verso il centro. Lo dice un report (questa la presentazione) segnalato da PaidContent. Lo studio analizza la catena del valore nell’intrattenimento alla luce della teoria della coda lunga e profetizza che con la crescita dell’offerta, in conseguenza della moltiplicazione dei produttori di contenuti, il valore si concentrerà sempre di più su chi saprà aggregare e impaccchettare al meglio questa molteplicità di prodotti creativi. Nello stesso tempo, si afferma, sempre più importanti saranno i marchi, in quanto riconoscibili indicatori di credbilità nel caotico mondo dell’offerta infinita che caratterizza l’economia dell’abbondanza.

Da una parte non è niente di nuovo. Si potrebbe dire che questa conseguenza è già tutta dentro il libro di Chris Anderson laddove afferma che uno degli ingredienti chiave dell’economia della coda lunga sono gli strumenti di ricerca e di rating che permettono agli utenti di allontanarsi dal mainstream e addentrarsi nelle profondità della coda alla ricerca di quello che desiderano.

Dall’altra, questa schematizzazione può essere utile, soprattutto se la portiamo fuori dal mondo dell’intrattenimento e la applichiamo a quello dell’informazione. In questo scenario infatti - se solo lo capissero - i grandi quotidiani potrebbero scoprire di avere un grande futuro anche davanti alle loro spalle (e non solo dietro). In fondo, molti di essi sono tuttora dei credibili aggregatori e impacchettatori di notizie e opinioni. E questa loro virtù (insieme al valore del loro marchio) potrebbero efficacemente trasportarli nel futuro prossimo. Dovrebbero però aprirsi ad altre fonti di contenuti e puntare molto di più di quanto non facciano ora nello sforzo di a) entrare in relazione con le nuove masse creative (sfruttando così nuove fonti e nuovi talenti) e b) fornire contesto e dunque senso all’informazione. Quello che il singolo blogger non può fare (e ha difficoltà a farlo anche Technorati, secondo me, pur essendo questa una delle sue ambizioni, credo, e pur facendo un indispensabile lavoro di filtro e organizzazione), lo possono fare istituzioni con un buon numero di risorse dedicate e specializzate e con una grande competenza sviluppata in questo senso.

E’ in questo tipo di creatività, che si potrebbe forse definire narrativa, che i grandi quotidiani (e con loro i settimanali e tutti i media tradizionali) dovrebbero cercare di investire sempre di più. IMHO

image

27 Novembre , 2006

Se pagare diventa di moda

Archiviato in: internet — raffaele @ 8:10 pm

Sempre a proposito di espropri ed equi compensi per i contenuti generati dagli utenti va segnalato questo post su GigaOm che offre una interessante rassegna di varie strategie di retribuzione di video (più o meno) amatoriali.

Si parte da Break, che oggi ha alzato le tariffe fino a 2 mila dollari.

Si continua con Metacafe che paga  5 dollari per ogni 100 visioni.

Si prosegue con Revver che, pare, mette sul piatto una torta compresa tra i 0,75 e 1 dollaro per click.

Insomma, pagare si comincia a pagare. E lo fanno, per ora, soprattutto i servizi di seconda fascia, quelli che ancora non possono competere con YouTube/Google, MySpace e compagnia. E’ una delle strategie per stare sul mercato.

Il problema si chiede

25 Novembre , 2006

e-government, Italia a rischio retrocessione

Archiviato in: Finanza & Mercati, articoli, e-government — raffaele @ 6:53 pm

testata_fem_180.gifIl declino è un virus resistente e molto adattabile E’ dunque facile scovarlo anche al di fuori dei settori in cui viene più spesso individuato e diagnosticato. Oltre il prodotto interno lordo, oltre la perdita di quote nel commercio internazionale, la decadenza di un paese emerge spesso anche in ambiti laterali, più lontani dall’occhio dei media.

Per avere una conferma basta dare una letta a una recentissima analisi dei servizi pubblici online europei realizzata dalla società di consulenza Capgemini e prepararsi a una sensazione di deja vu: anche nell’e-government, infatti, l’Italia cresce poco, e quel che è peggio, assai meno di altri. Superato sia dal dinamismo tecnologico dei nuovi membri della Ue sia dall’incedere, meno entusiasmante ma comunque costante, di nazioni come Gran Bretagna e Francia, il nostro Paese innova poco anche in un ambito cruciale per la competitività del sistema come l’erogazione virtuale dei servizi a cittadini e imprese. Vediamo più nel dettaglio. (continua…)

24 Novembre , 2006

I Mapuche contro Bill Gates

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 5:07 pm

250px-mapuche.jpgbillgates.jpgA chi appartiene una lingua? Secondo Reuters, è questa la questione dietro la contesa tra Microsoft e i Mapuche, popolazione indigena sudamericana che in Cile protesta contro la decisione di Bill Gates di commercializzare una versione di Windows in Mapuzugun, la loro lingua madre.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa, i Mapuche accusano Microsoft di “pirateria intellettuale” per avere utilizzato la lingua indigena senza il loro permesso e si oppongono così a una iniziativa con cui l’azienda contribuisce, parole sue, ad “aprire una finestra così che il resto del mondo possa accedere alla ricchezza culturale di questo popolo indigeno”.

Ma i Mapuche, che Reuters definisce “famosi per la loro ferocia”, non sembrano gradire tanta generosità, anche a rischio di subire la reprimenda di “molti cileni” che “ritengono assurdo” da parte loro “reclamare i diritti intellettuali sul linguaggio”.

Eppure, sempre stando all’articolo, quel che fa arrabbiare i Mapuche pare essere soprattutto il fatto di non essere stati coinvolti nell’inziativa. Microsoft e il Ministero dell’educazione cileno, prima di procedere alla traduzione del software, hanno infatti insediato un comitato di studi senza però chiedere il permesso dei nativi, senza invitarli e senza consultarli in proposito.

Si tratta dello stesso governo, fra l’altro, con cui, leggo sempre su Wikipedia, i Mapuche hanno tradizionalmente rapporti tesi e a cui chiedono, senza successo, di far diventare il Mapuzugun lingua ufficiale dello stato accanto allo spagnolo.

Il punto, insomma, per quel che mi è dato di capire dall’articolo, potrebbe anche non essere l’astratta questione se i Mapuche (o qualunque altro popolo) ha i diritti di proprietà intellettuale sulla sua lingua (problema che, così impostato, suscita facilmente il sorriso ironico dei cileni non Mapuche e non solo) . Potremmo cioè invece chiederci se è giusto che un governo ostile, per suoi interessi propagandistci, e una multinazionale, per suoi interessi economici, traggano vantaggi da una decisione che hanno preso senza coinvolgere gli interessati e senza concordare con essi una spartizione equa degli eventuali benefici.

Sempre, ovviamente, che le cose siano andate così come le racconta Reuters (che sull’argomento per ora è la mia unica fonte).

UPDATE: di questa cosa ne parla anche PeaceReporter con un pezzo che, mi segnala via mail l’autore, Alessandro Grandi, è uscito un paio di settimane fa su Left e dunque si sofferma più sulla notizia e le politiche di Microsoft nei confronti delle lingue indigene che sulla protesta dei Mapuche.

22 Novembre , 2006

Espropri 2.0

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 7:58 pm

marx.gifArrivano i primi commenti da D-Day di Dada, altri ne arriveranno tra stasera e domani visto che nei panel e in platea i blogger non mancavano (anche se, a quanto pare, la connessione era a pagamento e le procedure di profilazione non troppo immediate: non proprio l’ideale se vuoi che la blogosfera parli dell’evento…).

Comunque, grande spazio, comprensibilmente, è stato dato al Web 2.0 e ai contenuti generati dagli utenti, un fenomeno che tutti si dicono entusiasti di abbracciare e ansiosi di monetizzare.

Nel caso questo evento si verificasse, - commenta Luciano Lombardi - non assisteremmo però ad un esproprio? Dopo tutto, gli altri creano e producono e io ci faccio i soldi (qualche estremista direbbe che è così che funziona il capitalismo).

In effetti, il problema esiste e qualcuno comincia a porselo non solo come battuta. Ad esempio, Bob Garfeld su Wired si domanda come reagiranno gli utenti quando i profitti cominceranno inizieranno ad entrare nelle casse di YouTube/Google: non è che a quel punto qualche user fin lì solo generoso generatore di contenuti avrà la bella idea di mettere su una class action (le cause collettive che in America sono molto di moda) per chiedere una fetta della torta?

Fino ad ora l’equilibrio tra produttori di contenuti e piattaforme si è retto su un reciproco (equo) scambio. Da una parte la creatività degli utenti con la loro voglia di produrre e mettere in mostra i parti del loro ingegno, dall’altra i servizi alla YouTube che offriono strumenti di soddisfazione a di questi bisogni attraverso facili tool per la pubblicazione e piattaforme sulle quali essere visti e trovati (principio importante nell’economia della coda lunga).

Insomma, fino ad ora tutto è filato liscio anche perché, evidentemente, le parti hanno giudicato che ci fosse una reciproca convenienza. Ma cosa succederà quando i soldi cominceranno a scorrere copiosi prevalentemente in una sola direzione? Si sa che gli esseri umani mostrano una certa propensione (innata?) all’equità e sono inclini a punire, quando gliene venga data la possibilità, un interlocutore che proponga loro un accordo iniquo. Senza contare che, come segnala Garfeld, laddove non arrivasse la natura, arriverebbero sicuramente gli avvocati.

Dunque, il problema dell’esproprio segnalato da Lombardi (che suggerisce anche un acrostico per definirlo: User generated revenue) esiste ed è difficile immaginare come reagiranno all’ingiustizia i proletari del Web 2.0. Forse la “contraddizione” (il termine marxisteggiante è d’obbligo) non esploderà oggi che i profitti YouTube & C. ancora non li producono. Ma domani, certamente, si farà sentire. Con quali risultati pratici, al momento, nessuno lo può sapere. Quantomeno non io.

Il creazionismo avrà il suo museo

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 4:08 pm

creationism3.jpgQuesta storia è affascinante. Un bell’articolo sul Guardian descrive il primo museo creazionista del mondo in corso di allestimento negli Stati Uniti, nel Kentucky più precisamente (il pezzo è del 13 novembre, per la verità ma io ci arrivo solo oggi via Slashdot). Obiettivo dell’iniziativa: illustrare la storia dell’uomo e della terra dal punto di vista della Bibbia.

Non si tratta, a quanto pare, di un’impresa di poco conto. Costato 25 milioni di dollari (quasi tutti provenienti da donazioni private), il museo si trova, spiega l’articolo, a 6 ore di auto dai due terzi della popolazione americana (di cui fanno parte 50 milioni di individui che credono alla verità letterale della Creazione della Bibbia).

C’è proprio tutto, si legge nel pezzo, dalla nascita di Eva al diluvio, passando per i dinosauri che nella cronologia biblica (secondo la quale il mondo ha solo 6 mila anni) convivono con Egizi, Babilonesi e altre civiltà antiche. Mentre altre specie umane che ci hanno preceduto (o che hanno convissuto con noi per qualche tempo) non sono mai esistite: si tratta di scheletri di individui deformi.

Comunque. Non so perchè (sarà forse per il tono ironicamente partenalista dell’articolo) ma a me le reazioni europee all’offensiva in atto in America da parte delle sette evangeliche per (ri)diffondere la versione biblica della storia del mondo ricordano un po’ ciò che accadeva qualche anno addietro (parlo dei primi anni ‘90) con quella cosa chiamata “politically correct”.

In Italia, quando se ne parlava, serviva soprattutto per ridere di quei bigotti degli americani che, non contenti di essere puritani e ossessionati dal sesso, adesso se la prendevano anche con il linguaggio e con le parole. Tanta ilarità per poi scoprire che dietro a quel fenomeno (o meglio la rappresentazione ideologica di quel fenomeno che è cosa diversa come spiega un mio maestro) c’era molto altro. Tanta ironia per poi scoprire che l’accusa di essere politically correct sarebbe diventata consueta anche nel nostro dibattito pubblico e che sarebbe stata usata efficacemente contro la sinistra nostrana (come sempre pronta, per altro, ad interiorizzarlafacendo così il gioco degli avversari). Il tutto, con buona pace della nostra supposta superiorità intellettuale.

Ecco, chissà che tra ironie, battute e sorrisini condiscendenti tra qualche anno non ci ritroviamo con una versione tricolore del creazionismo. Soprattutto se, come nel caso della correttezza politica, dietro alla superficie (in questo caso religiosa) non ci sia in realtà una potente e organizzata offensiva politico-culturale (che usa la religione in modo spudorato quanto strumentale).

Per ora, a questo proposito, non posso che rimandare a un altro libro del maestro.

20 Novembre , 2006

Conformismi, ignoranze e bullismo

Archiviato in: internet — raffaele @ 8:19 pm

Sulla vicenda del video del ragazzo down picchiato e dei vari episodi di “bullismo” trasportati su internet si sentiva il bisogno di opinioni rinfrescanti. Il fatto è che uno legge i giornali, guarda la televisione e resta con l’impressione che il punto della faccenda sia che queste cose sono finite in rete.

Segui la ridda di editoriali e interviste sugli eventi e te ne vai con l’impressione che gli atti incriminati siano comunque meno gravi della loro presenza su internet e dunque del fatto che c’è un medium così cattivo, così deregolato, così anarchico che osa ospitare (anzi diventa ricettacolo di) simili brutture.

Ovvio che se la rete non la conosci (e in Italia, a quanto pare, su questo fronte non stiamo messi molto bene a confronto dei nostri cugini europei)  finisci per pensare che sia davvero un deposito di mostruosità e non ti viene in mente che, magari, proprio il fatto che lì dentro ci sta di tutto possa essere anche un valore positivo.
Meno male che a riportare un po’ di ordine in questa faccenda ci pensano Massimo Mantellini e Franco Carlini, entrambi impegnati in una appassionata difesa delle virtù della rete e della forza educativa della sua molteplicità.

Così Mantellini:

Eppure, non sarebbe difficile capire che Internet è il luogo dell’alterità. Il contesto in cui possono convivere gli estremi e dove la concomitanza delle diversità si trasforma in valore. E maggiore libertà per tutti. E abitudine al contraddittorio e alla tolleranza. Non è cosi difficile capire che molti degli “al lupo al lupo” che impegnano le energie di polizia e magistrati oggi in questo paese, terz’ultimo nelle graduatorie dell’Europa dei 25 per la diffusione della rete, ricordano la barzelletta della vecchietta che chiama la polizia perchè nel condominio di fronte una coppia sta facendo l’amore nella propria stanza a finestre aperte e che alla contestazione dei poliziotti sul fatto che da lì non si veda nulla, risponde con leggerezza: “Da lì no, agente, ma se si arrampica in cima a quell’armadio vedrà perfettamente tutto”.

E così Carlini:

A tutti loro, ai ministri dei giovani e dello sport, agli psicologi tuttologi, si consiglia fortemente un’ora di navigazione al giorno in rete, corso di educazione per adulti, sì che conoscano il mondo. La facciano a caso, un link via l’altro: vadano su YouTube.com, inseriscano una parola chiave a caso, per esempio school, per esempio peace, per esempio war, e seguano le suggestioni. Troveranno una moltitudine di idee in forma di video, ingenue, entusiasmanti, respingenti. E’ come un bagno antropologico nel mondo. Una ricerca segnala che le pagine pornografiche in rete sono solo una su cento, e allo stesso modo si scoprirà che dalle scuole non vengono solo seggiole spaccate e professori umiliati, ma anche tenerissime storie, oltre a tutto girate e montate benissimo, di vite normali e allegre, e che una banale gita scolastica, fatta solo di foto cellulari sfumate e accostate, ma accompagnata da musiche adatte, può dire molto di questi sedicenni di oggi (la si trova battendo « Classe IV O»), così come l’ultimo giorno di liceo della III D, girato da Prisca Amoroso, la stessa diciottenne di Lanciano che come pri_angel182 organizza degli Street Team per la sua band preferita (e chi non sapesse di che si tratta, per favore si faccia un giro sull’enciclopedia online Wikipedia).

Da leggere entrambi.

Discolosure: Franco è anche il mio capo…

La zietta paga

Archiviato in: internet — raffaele @ 4:26 pm

bbc-news-generic-2003-1.jpgLa zietta (auntie), come la chiamano gli inglesi, è la Bbc che, ancora una volta, si rivela all’avanguardia quando si tratta di utilizzare al meglio le tecnologie e i meccanismi del mondo digitale. L’emittente britannica ha deciso infatti che, in determinate circostanze, quando il materiale sia particolarmente meritevole, pagherà i contributi fotografici inviati dagli utenti.

Un riconoscimento al crescente ruolo dei non professionisti nella produzione di informazione contemporanea. Un incoraggiamento ulteriore (e cauto: la Bbc invita le redazioni a non far passare il pagamento come la norma) alla collaborazione tra dilettanti e giornalisti di professione che segnala, una volta di più, come i media tradizionali possano sfrutare le potenzialità della rete e delle tecnologie abilitanti che hanno messo in mano a milioni di persone strumenti che fino a poco tempo fa erano privilegio di pochissimi.

Arroccarsi in difesa di rendite di posizione significa solo ritardare il momento in cui si dovrà affrontare una realtà che dice che gli antichi monopoli fondati sul possesso esclusivo dei mezzi di produzione dell’informazione sono finiti. Meglio cominciare fin da subito, come fa la Bbc, a sperimentare nuovi modelli si relazione con le masse attive e intelligenti. Si può rischiare di sbagliare, si può essere costretti a rivedere profondamente i processi di lavoro delle redazioni, ma non si può fingere, come fanno molti media qui da noi, che non stia succedendo niente.

Se ne parla anche qui.

17 Novembre , 2006

La storia (collaborativa) dei network sociali

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 7:42 pm

Una storia, in progress e inevitabilmente aperta al contributo di tutti, dei social networks.

Dai primi profili pubblici lanciati nel 1988 da Aol alla “apertura” a tutti di Facebook nel 2006. Passando per il lancio di CyWorld (1999) e di MySpace (2003).

(via)

Ingrati

Archiviato in: Editorialisti, Iraq, Stati Uniti, giornalismo — raffaele @ 11:15 am

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk - che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani - si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

15 Novembre , 2006

Fai quel che dico, non fare quel che faccio

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 7:17 pm

youtube.gifMentre Google mette da parte 200 milioni per far fronte a eventuali questioni legali relative al copyright dei contenuti presenti su YouTube, il sito di video più popolare del pianeta se la prende con il celebre blog TechCrunch. L’accusa? Avere messo a punto un tool con il quale è possibile scaricare sul proprio Pc i video presenti sul sito da poco acquisito dal motore di Mountain View.

Secondo quanto afferma TechCrunch, nella lettera di diffida YouTube sostiene che le condizioni di uso del servizio “consentono l’accesso ai video solo tramite le funzionalità del sito di YouTube attraverso streaming via Web, e non permettono il download del video”.

Il blog ha buon gioco però a far notare come nelle stesse condizioni d’uso sia presente una frase in contrasto con l’affermazione presente nella missiva:

“If you download or print a copy of the Content for personal use, you must retain all copyright and other proprietary notices contained therein”.

Insomma, non tutto è chiaro. Come non è chiaro se questo sia solo un involontariamente ironico incidente di percorso, oppure il segno di un nuovo corso, in una parola, il segnale inviato da Google, attraverso una lettera ad un blog influente, al mondo dei titolari dei diritti sui contenuti. YouTube, è questo il senso messagio, si impegna d’ora in poi a stare ben dentro i confini della legalità e a evitare ogni ambiguità.

UPDATE: pare che YouTube sia vicina a stringere il suo primo importante accordo con una lega professionistica dello sport americano: la Nhl, il campionato di Hockey che si è già accordato, recentemente con Google Video. Secondo PaidContent, la strategia di MountainView potrebbe essere la seguente: clip da condividere su YouTube e download a pagamento su Google Video, con promozione dei prodotti incrociata.

La sottile linea rossa

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 4:13 pm

Mentre si parla sempre più spesso di crisi dei quotidiani e dei media tradizionali c’è anche chi, nelle file mainstream, prova a rendere ancora più tenue la linea che separa l’informazione paludata e i blog. Tra questi c’è Reuters che ha deciso di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst e di distribuire i contenuti offerti dal network di blog selezionati della socetà texana (come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian).

E mentre da noi c’è ancora chi discute della differenza sostanziale tra blog e media old style, l’agenzia di stampa sembra, molto laicamente, intenzionata a cogliere il meglio delle novità che emergono dalla rete per aggiungere valore ai suoi servizi. “La nostra idea generale - spiega Chris Ahearn, presidente della divisione Media di Reuters - è che una notizia sia una notizia. Non pensiamo che ci sia un solo punto di vista che sia affidabile e che sia il nostro”. Più chiaro (e sottoscrivibile) di così, non si può.

14 Novembre , 2006

Antichi amori

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 12:19 am

panebianco.jpg

Se scopro che Pippo Russo (antico amore dai tempi di pallonate sul manifesto) ha scritto su Linus un pezzo in cui prende meravigliosamente in giro Angelo Panebianco (antico “amore” dei tempi dell’università), come faccio a non linkarlo?

13 Novembre , 2006

Neutralità premiata

Archiviato in: internet — raffaele @ 11:53 pm

danger.gifFine anno, tempo di classifiche. Tra queste anche quella di Scientific American (che, fra parentesi, presenta uno dei siti meno navigabili, più confusi e con le pubblicità posizionate nei posti più irritanti in cui mi sia capitato di imbattermi ultimamente).

Ad ogni modo, vincendo il nervosismo che mi avrebbe indotto ad abbandonare il sito dopo 3 minuti, segnalo (via Slashdot), che tra i 50 nominativi scelti dal periodico c’è anche Tim Wu, menzionato per la sua attività di studioso e di attivista in favore della cosiddetta network neutrality. Da notare che proprio la questione neutralità della rete è stata recentemente inclusa dal Project Censored della Sonoma State University tra le news più censuare negli Stati Uniti nel 2006.

Secondo Scientific American, Wu è stato in prima fila “nell’articolare e riarticolare il valore della neutralità”.

Phone and cable companies have recently begun floating the idea of charging major Internet content providers such as Google and Vonage for “premium” access to bandsize. Outraged at the proposed tampering with so-called network neutrality-the concept that all Internet traffic should be carried and charged for in the same way–consumer groups lobbied the Federal Communications Commission to enshrine neutrality as a regulatory principle. Columbia University law professor Timothy Wu has been a leader in articulating and articulating the value of neutrality. Unfortunately, this June the House of Representatives voted down the Network Neutrality Act of 2006, introduced by Edward Markey of Massachusetts, one of several proposed bills to consolidate the principle of network neutrality as law.

12 Novembre , 2006

Il New York Times lancia il Web 3.0

Archiviato in: internet — raffaele @ 10:14 pm

semantic_web.jpgQuando scende in campo sua maestà il New York Times è bene intendere l’orecchio. Tale è il potere di influenza del quotidiano della Grande mela che anche quando quel che scrive può apparire approssimativo o magari un po’ riscaldato, il rischio è di ritrovarselo di qui a pochi mesi come un dato da tutti accettato.

E dunque se John Markoff decide di chiamare il web semantico Web 3.o, è meglio segnarselo e tenerlo a mente. Chissà che nel prossimo futuro non sia defintivamente questo il significato dell’espressione che si imporrà nel pubblico dibattito tecnologico.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century. Referred to as Web 3.0, the effort is in its infancy, and the very idea has given rise to skeptics who have called it an unobtainable vision.

Nella versione di Markoff, il Web 3.0 è un Web popolato di agenti intelligenti che sono in grado di svolgere da soli alcune funzioni utili per gli esseri umani.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century.

E così, mentre l’elemento definitorio del Web 2.0 è il “mash-up”, l’utilizzo da parte degli utenti di differenti piattaforme e applicazioni per creare nuovi servizi,

The classic example of the Web 2.0 era is the “mash-up” — for example, connecting a rental-housing Web site with Google Maps to create a new, more useful service that automatically shows the location of each rental listing.

il Web3.0 è dunque un’Internet in grado di rispondere a domande banali ma molto utili e precise per l’utente come una vacanza per due persone al di sotto di una determinata cifra.

In contrast, the Holy Grail for developers of the semantic Web is to build a system that can give a reasonable and complete response to a simple question like: “I’m looking for a warm place to vacation and I have a budget of $3,000. Oh, and I have an 11-year-old child.”

Insomma, per quel che mi è dato di capire, nella interpretazione del Times il Web 3.0 è il web semantico sposato ai web services.

(Via Digg)

Enogastronomia australe

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 1:44 pm

Si parlava un po’ di tempo fa di marketing territoriale e di turismo. Oggi, con sorpresa, scopro dall’Economist [a pagamento] che la Nuova Zelanda si sta posizionando sempre di più nel mercato turistico internazionale come meta ambita dai gourmet.

Il maggiore problema del governo neozelandese in questa impresa, pare, sono i lunghi voli necessari per raggiungere il Paese. Si tratta di tragitti molto inquinanti e il pubblico degli appassionati di cibo è molto sensibile all’argomento.

New Zealand famously promoted itself as a tourist destination using the dramatic landscapes seen in “The Lord of the Rings” films. Now that the magic has faded, it has started emphasising its food and wines in addition to its natural beauty. One approach is to reach out to potential visitors in other foodie hubs. At last year’s “Maori Art Meets America” event in San Francisco, New Zealand pinot noirs, breads, meats and cheeses were served. “All this helps grow the food and wine sector tremendously,” says George Hickton of Tourism New Zealand. Michael Hall, professor of tourism at the University of Canterbury, predicts that saffron, walnuts, truffles and olive oils will be the next Kiwi foods to be marketed abroad in an effort to develop food tourism.

Salari e sindacati, le preoccupazioni del business

Archiviato in: Stati Uniti, economia — raffaele @ 1:29 pm

storyinternetlabor.jpgI democratici conquistano la Camera e il Senato e il mondo del business comincia a preoccuparsi. Dopo un decennio abbondante di profitti in ascesa senza corrispondenti aumenti dei salari, la vittoria al Congresso di un partito , almeno sulla carta, più favorevole ai sindacati spinge le testate economiche più importanti ad interrogarsi sul prossimo futuro del rapporto capitale-lavoro.

Dietro queste riflessioni la preoccupazione, alimentata dal successo delle battaglie sull’innalzamento del salario minimo, che ci possa essere un’inversione di rotta. Comincia BusinessWeek con un servizio significativamente intitolato “The return of workers’ rights?”. Risponde l’Economist con un articolo [a pagamento] su Sarah Horowitz, giovane sindacalista, fondatrice della Freelancers Union, dedicata alla protezione del mondo dei lavoratori mobili, autonomi e precari (37 mila membri nello stato di New York). Al settimanale inglese questa attivista moderna e dinamica, che applica alcuni principi presi dal business alla tutela dei lavoratori sembra piacere molto. Tanto da definirla una “imprenditrice sociale”, una tipa così moderna da applicare “lo spirito innovativo e la disciplina di business di una start-up della Silicon Valley per risovere i più spinosi problemi della società”.

A rassicurare il modo degli affari ci pensa però Patrick Cockburn, codirettore della newsletter radicale Counterpunch, in un’ intervista (online, ahinoi, solo per i prossimi 7 giorni) a Marco D’Eramo sul manifesto di ieri. Sui Democratici al Congresso Cockburn non si fa illusioni: “… porteranno il salario minimo a 7,55 dollari, che comunque è ridicolo: se adesso al vicino di casa adolescente offri 7 dollari l’ora per tagliare l’erba del tuo prato ti sputa in un occhio. Le lavoratrici immigrate clandestinamente dal Messico percepiscono un salario di 15 dollari l’ora per fare le collaboratrici domestiche”.

10 Novembre , 2006

Censura all’occidentale

Archiviato in: giornalismo, media — raffaele @ 8:28 pm

Di ritorno dalla Sardegna. Stanco morto. Giusto il tempo di una veloce segnalazione: come ricorda (e commenta) Carola, la californiana Sonona State University ha pubblicato il suo annuale elenco delle news più censurate dell’anno. Dove per censura si deve intendere qualcosa di più raffinato rispetto al divieto di pubblicazione imposto da un’autorità superiore: la non adeguata evidenza data a certe news di interesse pubblico o il loro trattamento in modo eccessivamente ideologico e fuorviante. Con il risultato che notizie rilevanti restano fuori dal dibattito pubblico o vi arrivano formulate all’interno di un contesto inadeguato.

9 Novembre , 2006

Se la tirannia finanziaria diventa quotidiana

Archiviato in: internet — raffaele @ 9:38 pm

8-leviathan-a.jpgProprio oggi a Cagliari parlavo con un rappresentante di una grossa casa farmaceutica tedesca a proprietà familiare che mi raccontava come il fatto di non essere quotati in borsa sia sempre più un vantaggio per un’azienda. Si sfugge, mi spiegava, alla tirannia delle trimestrali e si riesce a programmare senza pressione, soprattutto per quanto riguarda la ricerca.

Qualche mese fa il boss Emea di una società internazionale che produce sistemi di gestione documentale per le aziende mi diceva la stessa cosa. La sua azienda stava per essere rilevata da un private equity ed era quindi in procinto di tornare “privata”, una prospettiva che mandava in sollucchero l’executive, molto sollevato all’idea di sfuggire liberarsi dalla dittatura della borsa: “essere quotiati non conviene più”, mi disse.

Siccome due pareri raccolti casualmente mi bastano per farmi un’opinione, è con un po’ di stupore che leggo oggi la notizia che 6 grandi società di revisione chiedono che i report finanziari delle aziende diventino nientemeno che “in tempo reale”. Quello che propongono, senza scendere nei dettagli ovviamente, è un sistema di comunicazione dei risultati più adatto, secondo loro, all’era Internet, che non prevede pause.

Mi domando (e non sono l’unico, a quanto pare) se un simile sistema, ammesso che sia realizzabile, risolverebbe il problema messo in luce dai miei interlocutori o se, invece, non finirebbe per aggravarlo rendendo ancora più orientate al breve (anzi, al brevissimo) termine le scelte aziendali.

Six financial heavyweights have called for companies to overhaul financial reporting to maken it more suited to the Internet age. This could potentially mean the scrapping of traditional quarterly and annual reports.

8 Novembre , 2006

Salari minimi

Archiviato in: Stati Uniti, economia — raffaele @ 8:38 pm

Nel martedì elettorale americano (che ha già portato alle dimissioni di Rumsfeld) in alcuni stati si è votato anche per alzare il salario minimo. E, stando alle proiezioni, in 6 di questi la misura sarebbe passata. Lo segnala, ovviamente, Barbara Ehrenreich.

Bio-Sardegna

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 8:27 pm

images.jpgA Cagliari per lavoro.

A seguire questa cosa qui e per scoprire questo posto qui.

Sperando di riuscire a cenare con quel talentaccio di Paolo.

7 Novembre , 2006

La condanna di Saddam secondo Fisk

Archiviato in: Iraq — raffaele @ 4:52 pm

Perché è importante leggere un evento nel suo contesto, senza dimenticare i fatti. Perché è così difficile farlo.

Questi “perché” nell’articolo di Robert Fisk sulla condanna a morte di Saddam Hussein.

E i vincitori sono….

Archiviato in: giornalismo, internet — raffaele @ 4:13 pm

censorship.jpg….Bielorussia, Birmania, Cina, Cuba, Egitto, Iran, Corea del Nord, Siria, Arabia Saudita, Tunisia, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Sono questi i 13 stati inseriti nella nuova lista nera dei nemici dell’Internet stilata da Reporters sans frontieres. Come già accennato, dalle 11 di oggi fino alle 11 di domani, in occasione della presentazione della black-list, l’associazione organizza una protesta virtuale a cui si può partecipare visitando questa pagina e visualizzando così la mappa dei buchi neri della Rete.

Già che ci siamo, se ci va, possiamo anche lasciare un messaggio audio a Jerry Young, co-fondatore di Yahoo!, per chedergli conto dell’ateggiamento compiacente della Internet company americana nei confronti delle pretese censorie del governo cinese.

A proposito di video

Archiviato in: internet — raffaele @ 1:20 pm

Mentre Time nomina YouTube invenzione dell’anno, sul versante video on the Net continuano ad accadere cose. E così se Google e la Nba si lasciano, il motore di Mountain View si consola con un nuovo partner: la Nhl, la lega professionistica americana di hockey. Quel che è interessante in questo caso, come scrive Techdirt, è che che la Nhl ha deciso di inserire i video della partite del campionato a gratis. Sì, gratuitamente. E non solo: come si scopre qui, la lega invita i fan a postare in rete i propri video amatoriali.

Il comportamento è evidentemente un po’ differente da quello di altri colossi dello sport professionistico (a stelle e strisce ma non solo). Certo, è facile dire che la Nhl può pemettersi questo atteggiamento liberale perchè il suo giro di affari e di pubblico è inferiore agli altri giganti dello sport Usa (baseball, football, basket). Insomma, ha meno da perdere e più da guadagnare dalla ricerca della popolarità virale online. Tutto vero, ma l’esperimento, resta da seguire perché apre una breccia nella disposizione, fin qui assai conservativa, delle maggiori associazioni sportive professionistiche. Se funzionasse (al contrario di quello che è accaduto all’accordo tra Google e Nba) potrebbe aprire prospettive interessanti, per gli utenti e per le squadre, per le leghe. Ne riparliamo tra un anno.

Nel frattempo, merita un occhio l’ultima iniziativa di Sun Microsystems che, dopo avere aperto ai blog invitando i dipendenti a creare diari online (ne ho parlato un po’ di tempo fa sul manifesto: l’articolo è disponibile qui), ora indice un concorso tra i lavoratori: vincerà chi riuscirà a creare il miglior video su YouTube in cui si parli di prodotti dell’azienda.

Come nel caso dei blog, l’idea guida è che Internet, con i suoi meccanismi abilitanti e la capacità di mettere in rete le persone, possa aiutare l’azienda a sfruttare quei giacimenti di creatività nascosti all’interno degli uffici che processi e organigrammi, da soli, non riescono a sfruttare.

Ricostruzione?

Archiviato in: Iraq, Stati Uniti — raffaele @ 11:30 am

Dovevano ricostruire l’Iraq. Hanno incassato milioni di dollari (talvolta miliardi) dal governo americano. Non hanno portato a termine il loro compito. Foreing Policy, rivista di affari internazionali ben dentro l’estabilishment Usa, dà un’occhiata ai casi più clamorosi di missione incompiuta.

Parsons Corp
A Pasadena, California, engineering and construction company
What it’s doing: Rebuilding Iraq’s infrastructure, including healthcare and security facilities and water and sewage systems
Value of contracts in Iraq: More than $5 billion
Major missteps: The Pentagon terminated one of its contracts with Parsons when only six of the 142 health clinics the company was contracted to build were completed after more than two years. The company also cut corners on a $75 million police academy, leaving bathrooms that leak into student barracks.
Parsons’ take: The contractor cites a lack of security in Iraq when explaining its construction shortcomings. The company’s executives also blame subcontractors for the mess.

4 Novembre , 2006

Nba e Google: fine di un amore

Archiviato in: media — raffaele @ 8:30 pm

nba_a_ball_195.jpgE’ già finita la storia tra la Nba, l’associazione del basket professionistico americano, e Google? A quanto pare, sì. I video delle partite del più avvicente campionato di pallacanestro del pianeta al momento non sono più in vendita su Google Video.

Termina così, un po’ alla chetichella, un affaire anunciato con una certa enfasi all’inizio di quest’anno, proprio mentre il motore di Mountain View moltiplica i propri sforzi per trovare accordi con i detentori dei diritti sui contenuti.

Non sono note per ora le ragioni della fine. Ma la Nba, che sta lanciando un nuovo servizio che permetterà di vedere le partire in diretta e in differita via Internet, non deve essere stata molto soddisfatta dei risultati. Per quel che vale, a me, che la Nba la seguo solo in rete su Internet (non avendo il satellite), non è mai venuto in mente di acquistare un video di una partita su Google Video. Mentre Nba Tv Broadband, con sintesi delle partite, migliori azioni e altre curiosità, è una visione pressoché quotidiana.

C’è una morale in questa vicenda? Per ora mi viene da dire che il business model per il video su Internet, nonostante tutti siano sicuri del suo successo, va trovato caso per caso. Che forse certi contenuti non sono (ancora) adatti ad essere veduti in in rete, o almeno non nel formato proposto fino ad ora (tipo un’intera partita di basket). E che davvero, per far fruttare il proprio investimento, oltre a trovare un accordo con i grandi produttori Google deve fare in fretta a mettere a punto (o a comprare sul mercato) algoritmi di ricerca video molto precisi per poter vendere, grazie ad essi, pubblicità contestuale.

3 Novembre , 2006

newassignment.net: online il sito sperimentale

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 8:00 pm

Inizia lentamente a materializzarsi newassignment.net, la creatura di Jay Rosen che sperimenterà una modalità open source di finanziamento e produzione di giornalismo di qualità. Per ora, come segnala Craig Newmark, si tratta ancora di un sito-test. Non sono infatti ancora attivi progetti giornalistici autenticamente partecipativi così come sono prefigurati nell’idea originaria.

Si tratta piuttosto di un ricco blog informativo sui temi del citizen journalism e del networkerd journalism. Si segnala, fra l’atro, un’intervista a Regina Lynn, la regina del sesso 2.0, (scusate l’inciso ma è venerdì: sono stanco) e il ruolo delle smart mob nel suo lavoro.

Da ricordare, sempre in tema di giornalismo partecipativo, questo pezzo di BusinessWeek, sulle difficoltà di crescita, soprattutto sul fronte internazionale, di OhMyNews, il celebre quotidiano online coreano.

This is a temporary site during our “test” phase. You won’t find us doing open source reporting projects with teams of volunteers quite yet. A new site (with the capacity to handle that kind of participation) is being built and will launch with the hiring of our first editor in the first quarter of 2007.

2 Novembre , 2006

Non avete capito un tubo

Archiviato in: internet — raffaele @ 7:39 pm

Si dice che Google avrà bisogno di tutti i suoi tanti avvocati per fare fronte alle cause di copyright che - ora che ha acquistato YouTube - i grandi big dell’intrattenimento sono pronti a intentargli. Nel frattempo, l’ufficio legale del motore di ricerca deve però guardarsi dall’attacco di Universal Tube & Rollform Equipment Corporation, una piccola società produttrice di tubi, che diventa così l’ultima iscritta nella lista degli adepti di una nuova forma di marketing: fare causa a Mountain View.

Niente proprietà intellettuale in questo caso, dunque, ma (pericolose) affinità fonetiche. Sì perchè, come già segnalato, a causa dell’assonanza con l’indirizzo del popolare servizio di video amatoriali (utube.com e youtube.com in inglese si pronunciano allo stesso modo), il sito è stato più volte messo ko (come in questo momento) da un eccesso di richieste da parte gente evidentemente interessata ai video e non ai tubi (l’azienda afferma di avere trasferito il sito ben 5 volte per non restare schiacciata dalla valanga di visite).

E dunque, visto che la cosa sta diventando economicamente insostenibile, ecco il ricorso alle vie legali con una richiesta a YouTube di cessare di usare l’indirizzo incriminato oppure pagare alla Universal Tube & Rollform Equipment Corporation le spese di un nuovo dominio. E il vecchio? Il vecchio, fanno sapere, sarà messo in vendita. Dopo tutto, sperano da quelle parti, dopo una simile pubblicità giudiziaria sarà certamente diventato un asset molto appetitoso.

(Via Slashdot)

Articoli più vecchi »

Blog su WordPress.com.