Se il contesto val più del contenuto

information.jpgNell’intrattenimento digitale il valore si spostano verso il centro. Lo dice un report (questa la presentazione) segnalato da PaidContent. Lo studio analizza la catena del valore nell’intrattenimento alla luce della teoria della coda lunga e profetizza che con la crescita dell’offerta, in conseguenza della moltiplicazione dei produttori di contenuti, il valore si concentrerà sempre di più su chi saprà aggregare e impaccchettare al meglio questa molteplicità di prodotti creativi. Nello stesso tempo, si afferma, sempre più importanti saranno i marchi, in quanto riconoscibili indicatori di credbilità nel caotico mondo dell’offerta infinita che caratterizza l’economia dell’abbondanza.

Da una parte non è niente di nuovo. Si potrebbe dire che questa conseguenza è già tutta dentro il libro di Chris Anderson laddove afferma che uno degli ingredienti chiave dell’economia della coda lunga sono gli strumenti di ricerca e di rating che permettono agli utenti di allontanarsi dal mainstream e addentrarsi nelle profondità della coda alla ricerca di quello che desiderano.

Dall’altra, questa schematizzazione può essere utile, soprattutto se la portiamo fuori dal mondo dell’intrattenimento e la applichiamo a quello dell’informazione. In questo scenario infatti – se solo lo capissero – i grandi quotidiani potrebbero scoprire di avere un grande futuro anche davanti alle loro spalle (e non solo dietro). In fondo, molti di essi sono tuttora dei credibili aggregatori e impacchettatori di notizie e opinioni. E questa loro virtù (insieme al valore del loro marchio) potrebbero efficacemente trasportarli nel futuro prossimo. Dovrebbero però aprirsi ad altre fonti di contenuti e puntare molto di più di quanto non facciano ora nello sforzo di a) entrare in relazione con le nuove masse creative (sfruttando così nuove fonti e nuovi talenti) e b) fornire contesto e dunque senso all’informazione. Quello che il singolo blogger non può fare (e ha difficoltà a farlo anche Technorati, secondo me, pur essendo questa una delle sue ambizioni, credo, e pur facendo un indispensabile lavoro di filtro e organizzazione), lo possono fare istituzioni con un buon numero di risorse dedicate e specializzate e con una grande competenza sviluppata in questo senso.

E’ in questo tipo di creatività, che si potrebbe forse definire narrativa, che i grandi quotidiani (e con loro i settimanali e tutti i media tradizionali) dovrebbero cercare di investire sempre di più. IMHO

image

e-government, Italia a rischio retrocessione

testata_fem_180.gifIl declino è un virus resistente e molto adattabile E’ dunque facile scovarlo anche al di fuori dei settori in cui viene più spesso individuato e diagnosticato. Oltre il prodotto interno lordo, oltre la perdita di quote nel commercio internazionale, la decadenza di un paese emerge spesso anche in ambiti laterali, più lontani dall’occhio dei media.

Per avere una conferma basta dare una letta a una recentissima analisi dei servizi pubblici online europei realizzata dalla società di consulenza Capgemini e prepararsi a una sensazione di deja vu: anche nell’e-government, infatti, l’Italia cresce poco, e quel che è peggio, assai meno di altri. Superato sia dal dinamismo tecnologico dei nuovi membri della Ue sia dall’incedere, meno entusiasmante ma comunque costante, di nazioni come Gran Bretagna e Francia, il nostro Paese innova poco anche in un ambito cruciale per la competitività del sistema come l’erogazione virtuale dei servizi a cittadini e imprese. Vediamo più nel dettaglio. Continua a leggere

I Mapuche contro Bill Gates

250px-mapuche.jpgbillgates.jpgA chi appartiene una lingua? Secondo Reuters, è questa la questione dietro la contesa tra Microsoft e i Mapuche, popolazione indigena sudamericana che in Cile protesta contro la decisione di Bill Gates di commercializzare una versione di Windows in Mapuzugun, la loro lingua madre.

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa, i Mapuche accusano Microsoft di “pirateria intellettuale” per avere utilizzato la lingua indigena senza il loro permesso e si oppongono così a una iniziativa con cui l’azienda contribuisce, parole sue, ad “aprire una finestra così che il resto del mondo possa accedere alla ricchezza culturale di questo popolo indigeno”.

Ma i Mapuche, che Reuters definisce “famosi per la loro ferocia”, non sembrano gradire tanta generosità, anche a rischio di subire la reprimenda di “molti cileni” che “ritengono assurdo” da parte loro “reclamare i diritti intellettuali sul linguaggio”.

Eppure, sempre stando all’articolo, quel che fa arrabbiare i Mapuche pare essere soprattutto il fatto di non essere stati coinvolti nell’inziativa. Microsoft e il Ministero dell’educazione cileno, prima di procedere alla traduzione del software, hanno infatti insediato un comitato di studi senza però chiedere il permesso dei nativi, senza invitarli e senza consultarli in proposito.

Si tratta dello stesso governo, fra l’altro, con cui, leggo sempre su Wikipedia, i Mapuche hanno tradizionalmente rapporti tesi e a cui chiedono, senza successo, di far diventare il Mapuzugun lingua ufficiale dello stato accanto allo spagnolo.

Il punto, insomma, per quel che mi è dato di capire dall’articolo, potrebbe anche non essere l’astratta questione se i Mapuche (o qualunque altro popolo) ha i diritti di proprietà intellettuale sulla sua lingua (problema che, così impostato, suscita facilmente il sorriso ironico dei cileni non Mapuche e non solo) . Potremmo cioè invece chiederci se è giusto che un governo ostile, per suoi interessi propagandistci, e una multinazionale, per suoi interessi economici, traggano vantaggi da una decisione che hanno preso senza coinvolgere gli interessati e senza concordare con essi una spartizione equa degli eventuali benefici.

Sempre, ovviamente, che le cose siano andate così come le racconta Reuters (che sull’argomento per ora è la mia unica fonte).

UPDATE: di questa cosa ne parla anche PeaceReporter con un pezzo che, mi segnala via mail l’autore, Alessandro Grandi, è uscito un paio di settimane fa su Left e dunque si sofferma più sulla notizia e le politiche di Microsoft nei confronti delle lingue indigene che sulla protesta dei Mapuche.

Espropri 2.0

marx.gifArrivano i primi commenti da D-Day di Dada, altri ne arriveranno tra stasera e domani visto che nei panel e in platea i blogger non mancavano (anche se, a quanto pare, la connessione era a pagamento e le procedure di profilazione non troppo immediate: non proprio l’ideale se vuoi che la blogosfera parli dell’evento…).

Comunque, grande spazio, comprensibilmente, è stato dato al Web 2.0 e ai contenuti generati dagli utenti, un fenomeno che tutti si dicono entusiasti di abbracciare e ansiosi di monetizzare.

Nel caso questo evento si verificasse, – commenta Luciano Lombardi – non assisteremmo però ad un esproprio? Dopo tutto, gli altri creano e producono e io ci faccio i soldi (qualche estremista direbbe che è così che funziona il capitalismo).

In effetti, il problema esiste e qualcuno comincia a porselo non solo come battuta. Ad esempio, Bob Garfeld su Wired si domanda come reagiranno gli utenti quando i profitti cominceranno inizieranno ad entrare nelle casse di YouTube/Google: non è che a quel punto qualche user fin lì solo generoso generatore di contenuti avrà la bella idea di mettere su una class action (le cause collettive che in America sono molto di moda) per chiedere una fetta della torta?

Fino ad ora l’equilibrio tra produttori di contenuti e piattaforme si è retto su un reciproco (equo) scambio. Da una parte la creatività degli utenti con la loro voglia di produrre e mettere in mostra i parti del loro ingegno, dall’altra i servizi alla YouTube che offriono strumenti di soddisfazione a di questi bisogni attraverso facili tool per la pubblicazione e piattaforme sulle quali essere visti e trovati (principio importante nell’economia della coda lunga).

Insomma, fino ad ora tutto è filato liscio anche perché, evidentemente, le parti hanno giudicato che ci fosse una reciproca convenienza. Ma cosa succederà quando i soldi cominceranno a scorrere copiosi prevalentemente in una sola direzione? Si sa che gli esseri umani mostrano una certa propensione (innata?) all’equità e sono inclini a punire, quando gliene venga data la possibilità, un interlocutore che proponga loro un accordo iniquo. Senza contare che, come segnala Garfeld, laddove non arrivasse la natura, arriverebbero sicuramente gli avvocati.

Dunque, il problema dell’esproprio segnalato da Lombardi (che suggerisce anche un acrostico per definirlo: User generated revenue) esiste ed è difficile immaginare come reagiranno all’ingiustizia i proletari del Web 2.0. Forse la “contraddizione” (il termine marxisteggiante è d’obbligo) non esploderà oggi che i profitti YouTube & C. ancora non li producono. Ma domani, certamente, si farà sentire. Con quali risultati pratici, al momento, nessuno lo può sapere. Quantomeno non io.

Conformismi, ignoranze e bullismo

Sulla vicenda del video del ragazzo down picchiato e dei vari episodi di “bullismo” trasportati su internet si sentiva il bisogno di opinioni rinfrescanti. Il fatto è che uno legge i giornali, guarda la televisione e resta con l’impressione che il punto della faccenda sia che queste cose sono finite in rete.

Segui la ridda di editoriali e interviste sugli eventi e te ne vai con l’impressione che gli atti incriminati siano comunque meno gravi della loro presenza su internet e dunque del fatto che c’è un medium così cattivo, così deregolato, così anarchico che osa ospitare (anzi diventa ricettacolo di) simili brutture.

Ovvio che se la rete non la conosci (e in Italia, a quanto pare, su questo fronte non stiamo messi molto bene a confronto dei nostri cugini europei)  finisci per pensare che sia davvero un deposito di mostruosità e non ti viene in mente che, magari, proprio il fatto che lì dentro ci sta di tutto possa essere anche un valore positivo.
Meno male che a riportare un po’ di ordine in questa faccenda ci pensano Massimo Mantellini e Franco Carlini, entrambi impegnati in una appassionata difesa delle virtù della rete e della forza educativa della sua molteplicità.

Così Mantellini:

Eppure, non sarebbe difficile capire che Internet è il luogo dell’alterità. Il contesto in cui possono convivere gli estremi e dove la concomitanza delle diversità si trasforma in valore. E maggiore libertà per tutti. E abitudine al contraddittorio e alla tolleranza. Non è cosi difficile capire che molti degli “al lupo al lupo” che impegnano le energie di polizia e magistrati oggi in questo paese, terz’ultimo nelle graduatorie dell’Europa dei 25 per la diffusione della rete, ricordano la barzelletta della vecchietta che chiama la polizia perchè nel condominio di fronte una coppia sta facendo l’amore nella propria stanza a finestre aperte e che alla contestazione dei poliziotti sul fatto che da lì non si veda nulla, risponde con leggerezza: “Da lì no, agente, ma se si arrampica in cima a quell’armadio vedrà perfettamente tutto”.

E così Carlini:

A tutti loro, ai ministri dei giovani e dello sport, agli psicologi tuttologi, si consiglia fortemente un’ora di navigazione al giorno in rete, corso di educazione per adulti, sì che conoscano il mondo. La facciano a caso, un link via l’altro: vadano su YouTube.com, inseriscano una parola chiave a caso, per esempio school, per esempio peace, per esempio war, e seguano le suggestioni. Troveranno una moltitudine di idee in forma di video, ingenue, entusiasmanti, respingenti. E’ come un bagno antropologico nel mondo. Una ricerca segnala che le pagine pornografiche in rete sono solo una su cento, e allo stesso modo si scoprirà che dalle scuole non vengono solo seggiole spaccate e professori umiliati, ma anche tenerissime storie, oltre a tutto girate e montate benissimo, di vite normali e allegre, e che una banale gita scolastica, fatta solo di foto cellulari sfumate e accostate, ma accompagnata da musiche adatte, può dire molto di questi sedicenni di oggi (la si trova battendo « Classe IV O»), così come l’ultimo giorno di liceo della III D, girato da Prisca Amoroso, la stessa diciottenne di Lanciano che come pri_angel182 organizza degli Street Team per la sua band preferita (e chi non sapesse di che si tratta, per favore si faccia un giro sull’enciclopedia online Wikipedia).

Da leggere entrambi.

Discolosure: Franco è anche il mio capo…

La zietta paga

bbc-news-generic-2003-1.jpgLa zietta (auntie), come la chiamano gli inglesi, è la Bbc che, ancora una volta, si rivela all’avanguardia quando si tratta di utilizzare al meglio le tecnologie e i meccanismi del mondo digitale. L’emittente britannica ha deciso infatti che, in determinate circostanze, quando il materiale sia particolarmente meritevole, pagherà i contributi fotografici inviati dagli utenti.

Un riconoscimento al crescente ruolo dei non professionisti nella produzione di informazione contemporanea. Un incoraggiamento ulteriore (e cauto: la Bbc invita le redazioni a non far passare il pagamento come la norma) alla collaborazione tra dilettanti e giornalisti di professione che segnala, una volta di più, come i media tradizionali possano sfrutare le potenzialità della rete e delle tecnologie abilitanti che hanno messo in mano a milioni di persone strumenti che fino a poco tempo fa erano privilegio di pochissimi.

Arroccarsi in difesa di rendite di posizione significa solo ritardare il momento in cui si dovrà affrontare una realtà che dice che gli antichi monopoli fondati sul possesso esclusivo dei mezzi di produzione dell’informazione sono finiti. Meglio cominciare fin da subito, come fa la Bbc, a sperimentare nuovi modelli si relazione con le masse attive e intelligenti. Si può rischiare di sbagliare, si può essere costretti a rivedere profondamente i processi di lavoro delle redazioni, ma non si può fingere, come fanno molti media qui da noi, che non stia succedendo niente.

Se ne parla anche qui.

Ingrati

bush_god.jpgQuando si dice irricononescenza. Robert Fisk fa notare come nell’establishment americano, e in particolare nelle file (un po’ demoralizzate, di questi tempi) neoconservatrici, sia in atto una nuova tendenza: incolpare gli iracheni per il fallimento della guerra:

…the “experts” on the mainstream U.S. East Coast press are preparing the ground for our Iraqi retreat — by blaming it all on those greedy, blood-lusting, anarchic, depraved, uncompromising Iraqis.

Nel complesso, afferma Fisk – che cita una serie di esponenti dell’intelighenzia di destra a stelle e strisce e di editorialisti dei maggiori giornali americani – si percepisce in questi commenti “l’assunto razzista che l’ecatombe in Iraq è tutta colpa degli iracheni, che la loro intrinseca arretratezza, immoralità, incapacità di apprezzare i frutti della nostra civilità li rende indegni di una nostra ulteriore attenzione”.

Può essere consolante (o preoccupante) per la cultura nazionale sapere che qui da noi c’è qualcuno che queste cose la ha capite (e affermate) già un paio di anni fa. Mi riferisco all’allora responsabile della pagina della posta dei lettori del Corriere della sera e oggi direttore del giornale Paolo Mieli. Il quale, in un ripensamento complessivo sulle guerre di Kosovo, Afghanistan e Iraq si risolse infine a dichiarasi favorevole alla “opizione non violenta”. E per una peculiare ragione: l’incapacità dei beneficiati di apprezzare il nostro aiuto.

In tutti e tre i casi, infatti, spiegava il Mieli convertito, “potenze straniere hanno varcato i onfini di Stati sovrani per portare l’aiuto umanitario dell’Occidente a popolazioni vessate e abbattere pericolose tirannidi”. Purtroppo, concludeva amaramente, in quei paesi non abbiamo trovato “neanche il barlume di classi dirigenti pronte a cogliere il frutto di quel nostro aiuto militare, talché in tutti e tre casi dopo la fine delle operazioni militari si è costruito assai meno di quanto avevamo auspicato cosicché la situazione è allo stato attuale ben lungi dall’essersi normalizzata”.

Insomma, come commentavo allora in una inviata lettera allo stesso Mieli, gli iracheni, come i kosovari e gli afgani prima di loro (e forse anche i nativi americani e gli indios, chissà), si sono rivelati clamorosamente impreparati alla civiltà, a “raccogliere il frutto” che ci eravamo mossi per portar loro. E noi, una volta di più, abbiamo dovuto prendere atto che ci siamo sbagliati: abbiamo sopravvalutato la propensione al progresso di un popolo. E ammazzato tante persone per niente. Con ottime intenzioni, però.

Se qualcuno ha voglia di leggere la lettera per intero, eccola.

La sottile linea rossa

Mentre si parla sempre più spesso di crisi dei quotidiani e dei media tradizionali c’è anche chi, nelle file mainstream, prova a rendere ancora più tenue la linea che separa l’informazione paludata e i blog. Tra questi c’è Reuters che ha deciso di investire 7 milioni di dollari in BlogBurst e di distribuire i contenuti offerti dal network di blog selezionati della socetà texana (come già fanno, fra gli altri, il Washington Post e il Guardian).

E mentre da noi c’è ancora chi discute della differenza sostanziale tra blog e media old style, l’agenzia di stampa sembra, molto laicamente, intenzionata a cogliere il meglio delle novità che emergono dalla rete per aggiungere valore ai suoi servizi. “La nostra idea generale – spiega Chris Ahearn, presidente della divisione Media di Reuters – è che una notizia sia una notizia. Non pensiamo che ci sia un solo punto di vista che sia affidabile e che sia il nostro”. Più chiaro (e sottoscrivibile) di così, non si può.

Neutralità premiata

danger.gifFine anno, tempo di classifiche. Tra queste anche quella di Scientific American (che, fra parentesi, presenta uno dei siti meno navigabili, più confusi e con le pubblicità posizionate nei posti più irritanti in cui mi sia capitato di imbattermi ultimamente).

Ad ogni modo, vincendo il nervosismo che mi avrebbe indotto ad abbandonare il sito dopo 3 minuti, segnalo (via Slashdot), che tra i 50 nominativi scelti dal periodico c’è anche Tim Wu, menzionato per la sua attività di studioso e di attivista in favore della cosiddetta network neutrality. Da notare che proprio la questione neutralità della rete è stata recentemente inclusa dal Project Censored della Sonoma State University tra le news più censuare negli Stati Uniti nel 2006.

Secondo Scientific American, Wu è stato in prima fila “nell’articolare e riarticolare il valore della neutralità”.

Phone and cable companies have recently begun floating the idea of charging major Internet content providers such as Google and Vonage for “premium” access to bandsize. Outraged at the proposed tampering with so-called network neutrality-the concept that all Internet traffic should be carried and charged for in the same way–consumer groups lobbied the Federal Communications Commission to enshrine neutrality as a regulatory principle. Columbia University law professor Timothy Wu has been a leader in articulating and articulating the value of neutrality. Unfortunately, this June the House of Representatives voted down the Network Neutrality Act of 2006, introduced by Edward Markey of Massachusetts, one of several proposed bills to consolidate the principle of network neutrality as law.

Il New York Times lancia il Web 3.0

semantic_web.jpgQuando scende in campo sua maestà il New York Times è bene intendere l’orecchio. Tale è il potere di influenza del quotidiano della Grande mela che anche quando quel che scrive può apparire approssimativo o magari un po’ riscaldato, il rischio è di ritrovarselo di qui a pochi mesi come un dato da tutti accettato.

E dunque se John Markoff decide di chiamare il web semantico Web 3.o, è meglio segnarselo e tenerlo a mente. Chissà che nel prossimo futuro non sia defintivamente questo il significato dell’espressione che si imporrà nel pubblico dibattito tecnologico.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century. Referred to as Web 3.0, the effort is in its infancy, and the very idea has given rise to skeptics who have called it an unobtainable vision.

Nella versione di Markoff, il Web 3.0 è un Web popolato di agenti intelligenti che sono in grado di svolgere da soli alcune funzioni utili per gli esseri umani.

Their goal is to add a layer of meaning on top of the existing Web that would make it less of a catalog and more of a guide — and even provide the foundation for systems that can reason in a human fashion. That level of artificial intelligence, with machines doing the thinking instead of simply following commands, has eluded researchers for more than half a century.

E così, mentre l’elemento definitorio del Web 2.0 è il “mash-up”, l’utilizzo da parte degli utenti di differenti piattaforme e applicazioni per creare nuovi servizi,

The classic example of the Web 2.0 era is the “mash-up” — for example, connecting a rental-housing Web site with Google Maps to create a new, more useful service that automatically shows the location of each rental listing.

il Web3.0 è dunque un’Internet in grado di rispondere a domande banali ma molto utili e precise per l’utente come una vacanza per due persone al di sotto di una determinata cifra.

In contrast, the Holy Grail for developers of the semantic Web is to build a system that can give a reasonable and complete response to a simple question like: “I’m looking for a warm place to vacation and I have a budget of $3,000. Oh, and I have an 11-year-old child.”

Insomma, per quel che mi è dato di capire, nella interpretazione del Times il Web 3.0 è il web semantico sposato ai web services.

(Via Digg)

Salari e sindacati, le preoccupazioni del business

storyinternetlabor.jpgI democratici conquistano la Camera e il Senato e il mondo del business comincia a preoccuparsi. Dopo un decennio abbondante di profitti in ascesa senza corrispondenti aumenti dei salari, la vittoria al Congresso di un partito , almeno sulla carta, più favorevole ai sindacati spinge le testate economiche più importanti ad interrogarsi sul prossimo futuro del rapporto capitale-lavoro.

Dietro queste riflessioni la preoccupazione, alimentata dal successo delle battaglie sull’innalzamento del salario minimo, che ci possa essere un’inversione di rotta. Comincia BusinessWeek con un servizio significativamente intitolato “The return of workers’ rights?”. Risponde l’Economist con un articolo [a pagamento] su Sarah Horowitz, giovane sindacalista, fondatrice della Freelancers Union, dedicata alla protezione del mondo dei lavoratori mobili, autonomi e precari (37 mila membri nello stato di New York). Al settimanale inglese questa attivista moderna e dinamica, che applica alcuni principi presi dal business alla tutela dei lavoratori sembra piacere molto. Tanto da definirla una “imprenditrice sociale”, una tipa così moderna da applicare “lo spirito innovativo e la disciplina di business di una start-up della Silicon Valley per risovere i più spinosi problemi della società”.

A rassicurare il modo degli affari ci pensa però Patrick Cockburn, codirettore della newsletter radicale Counterpunch, in un’ intervista (online, ahinoi, solo per i prossimi 7 giorni) a Marco D’Eramo sul manifesto di ieri. Sui Democratici al Congresso Cockburn non si fa illusioni: “… porteranno il salario minimo a 7,55 dollari, che comunque è ridicolo: se adesso al vicino di casa adolescente offri 7 dollari l’ora per tagliare l’erba del tuo prato ti sputa in un occhio. Le lavoratrici immigrate clandestinamente dal Messico percepiscono un salario di 15 dollari l’ora per fare le collaboratrici domestiche”.

Censura all’occidentale

Di ritorno dalla Sardegna. Stanco morto. Giusto il tempo di una veloce segnalazione: come ricorda (e commenta) Carola, la californiana Sonona State University ha pubblicato il suo annuale elenco delle news più censurate dell’anno. Dove per censura si deve intendere qualcosa di più raffinato rispetto al divieto di pubblicazione imposto da un’autorità superiore: la non adeguata evidenza data a certe news di interesse pubblico o il loro trattamento in modo eccessivamente ideologico e fuorviante. Con il risultato che notizie rilevanti restano fuori dal dibattito pubblico o vi arrivano formulate all’interno di un contesto inadeguato.

Se la tirannia finanziaria diventa quotidiana

8-leviathan-a.jpgProprio oggi a Cagliari parlavo con un rappresentante di una grossa casa farmaceutica tedesca a proprietà familiare che mi raccontava come il fatto di non essere quotati in borsa sia sempre più un vantaggio per un’azienda. Si sfugge, mi spiegava, alla tirannia delle trimestrali e si riesce a programmare senza pressione, soprattutto per quanto riguarda la ricerca.

Qualche mese fa il boss Emea di una società internazionale che produce sistemi di gestione documentale per le aziende mi diceva la stessa cosa. La sua azienda stava per essere rilevata da un private equity ed era quindi in procinto di tornare “privata”, una prospettiva che mandava in sollucchero l’executive, molto sollevato all’idea di sfuggire liberarsi dalla dittatura della borsa: “essere quotiati non conviene più”, mi disse.

Siccome due pareri raccolti casualmente mi bastano per farmi un’opinione, è con un po’ di stupore che leggo oggi la notizia che 6 grandi società di revisione chiedono che i report finanziari delle aziende diventino nientemeno che “in tempo reale”. Quello che propongono, senza scendere nei dettagli ovviamente, è un sistema di comunicazione dei risultati più adatto, secondo loro, all’era Internet, che non prevede pause.

Mi domando (e non sono l’unico, a quanto pare) se un simile sistema, ammesso che sia realizzabile, risolverebbe il problema messo in luce dai miei interlocutori o se, invece, non finirebbe per aggravarlo rendendo ancora più orientate al breve (anzi, al brevissimo) termine le scelte aziendali.

Six financial heavyweights have called for companies to overhaul financial reporting to maken it more suited to the Internet age. This could potentially mean the scrapping of traditional quarterly and annual reports.

A proposito di video

Mentre Time nomina YouTube invenzione dell’anno, sul versante video on the Net continuano ad accadere cose. E così se Google e la Nba si lasciano, il motore di Mountain View si consola con un nuovo partner: la Nhl, la lega professionistica americana di hockey. Quel che è interessante in questo caso, come scrive Techdirt, è che che la Nhl ha deciso di inserire i video della partite del campionato a gratis. Sì, gratuitamente. E non solo: come si scopre qui, la lega invita i fan a postare in rete i propri video amatoriali.

Il comportamento è evidentemente un po’ differente da quello di altri colossi dello sport professionistico (a stelle e strisce ma non solo). Certo, è facile dire che la Nhl può pemettersi questo atteggiamento liberale perchè il suo giro di affari e di pubblico è inferiore agli altri giganti dello sport Usa (baseball, football, basket). Insomma, ha meno da perdere e più da guadagnare dalla ricerca della popolarità virale online. Tutto vero, ma l’esperimento, resta da seguire perché apre una breccia nella disposizione, fin qui assai conservativa, delle maggiori associazioni sportive professionistiche. Se funzionasse (al contrario di quello che è accaduto all’accordo tra Google e Nba) potrebbe aprire prospettive interessanti, per gli utenti e per le squadre, per le leghe. Ne riparliamo tra un anno.

Nel frattempo, merita un occhio l’ultima iniziativa di Sun Microsystems che, dopo avere aperto ai blog invitando i dipendenti a creare diari online (ne ho parlato un po’ di tempo fa sul manifesto: l’articolo è disponibile qui), ora indice un concorso tra i lavoratori: vincerà chi riuscirà a creare il miglior video su YouTube in cui si parli di prodotti dell’azienda.

Come nel caso dei blog, l’idea guida è che Internet, con i suoi meccanismi abilitanti e la capacità di mettere in rete le persone, possa aiutare l’azienda a sfruttare quei giacimenti di creatività nascosti all’interno degli uffici che processi e organigrammi, da soli, non riescono a sfruttare.

newassignment.net: online il sito sperimentale

Inizia lentamente a materializzarsi newassignment.net, la creatura di Jay Rosen che sperimenterà una modalità open source di finanziamento e produzione di giornalismo di qualità. Per ora, come segnala Craig Newmark, si tratta ancora di un sito-test. Non sono infatti ancora attivi progetti giornalistici autenticamente partecipativi così come sono prefigurati nell’idea originaria.

Si tratta piuttosto di un ricco blog informativo sui temi del citizen journalism e del networkerd journalism. Si segnala, fra l’atro, un’intervista a Regina Lynn, la regina del sesso 2.0, (scusate l’inciso ma è venerdì: sono stanco) e il ruolo delle smart mob nel suo lavoro.

Da ricordare, sempre in tema di giornalismo partecipativo, questo pezzo di BusinessWeek, sulle difficoltà di crescita, soprattutto sul fronte internazionale, di OhMyNews, il celebre quotidiano online coreano.

This is a temporary site during our “test” phase. You won’t find us doing open source reporting projects with teams of volunteers quite yet. A new site (with the capacity to handle that kind of participation) is being built and will launch with the hiring of our first editor in the first quarter of 2007.