PayPerPost: virus e zolfo
Il titolo del saggio potrebbe essere: Come provare a distruggere, per amor del profitto, un fenomeno straordinario. Dove la brama di denaro è quella di PayPerPost, società che offre ai blogger dollaroni per parlare di specifici prodotti. E il fenomeno straordinario è, ovviamente, quello di decine di milioni di persone che producono conoscenza, conversazione, beni sociali attraverso i diari online seguendo alcune regole liberamente accettate da una comunità pronta a sanzionare duramente le eventuali deviazioni: prima fra tutti, la mancanza di trasparenza. Ne sanno qualcosa, tra gli altri, Mazda e, più recentemente, Edelman.
In questo scenario PayPerPost minaccia di diffondere un pericoloso virus visto che, mentre con una mano offre biglietti verdi, con l’altra non richiede obbligatoriamente ai blogger di esplicitare il rapporto economico che li lega all’azienda che detiene i diritti del prodotto di cui si scrive.
Già così ci sarebbe da preoccuparsi. Se non fosse che c’è anche qualcosa di più di più, come denuncia Techcrunch. PayPerPost infatti non si accontenta di agire come diavolo tentatore, punta ora anche a spargere cortine di fumo intorno alla sua attività sotto forma di un servizio che permette a ogni blogger di creare in pochi passi la propria disclosure policy, vale a dire di specificare il proprio rapporto con pubblicità, sponsor e inserzioni a pagamento. Fra l’altro, PayPerPost pagherà 10 dollari ogni blogger che inserirà sul sito la sua disclosure. La quale, fa notare Michael Arrington, come nella migliore tradizione di Lucifero e compagni, nasconde l’inganno nei dettagli. Accade infatti che le tre alternative proposte ricadano tutte in un continuum che prevede:
a) esplicitazione del rifiuto di accettare compensi, sponsorizzazioni e pubblicità accompagnato però dall’ammissione che i contenuti del blog sono pieni di pregiudizi dovuti a razza, sesso e religione, etc.;
b) esplicitazione del rifiuto di accettare compensi, sponsorizzazioni e pubblicità accompagnato per dall’ammisione che si accettano regali;
c) esplicitazione dell’accettazione di pubblicità, sponsorizzazioni e inserzioni a pagamento.
Nessuno è innocente, insomma. Io sarò anche peccatore dice il diavolo, ma voi, a guardare bene, non siete certo da meno, perchè, nel migliore dei casi, siete inevitabilmente soggetti a pregiudizi. E se madre natura ci ha fatto intrinsecamente fallibili, un difetto in più o in meno non fa poi tanta differenza. Siamo tutti nella stessa peccaminosa barca nella quale, altro particolare sulfureo, pubblicità e inserzioni a pagamento viaggiano nello stessa cabina.
Che dire? Mi viene in mente un recente post (intitolato significativamente: Corrupting blog) di Jeff Jarvis dove si propone una forma di disclosure un po’ meno infernale:
1. No one can buy my editorial voice or opinion.
2. No one can buy my editorial space; if it’s an ad it will clearly be an ad.
3. No one should be confused about the source of anything on my pages.
4. I will disclose my business relationships whenever it is relevant and possible.

[...] parlava addirittura di “inquinamento della blogosfera”. Anche in Italia ci sono state molte critiche, ma di fatto il servizio non si è mai diffuso, perché ci sono restrizioni linguistiche [...]
Pingback di Un post che vale oro. Se il blogger scopre il marketing » Panorama.it - Cultura e società — 7 Dicembre , 2007 @ 10:45 am