mastroblog

29 Settembre , 2006

Google Reader, nuova veste (e non solo)

Archiviato in: internet — raffaele @ 1:42 pm

Proprio ieri chiedevo a Carola quale lettore rss “web based” avrei potuto sperimentare. Google Reader, quello che ho sempre utilizzato, mi stava un po’ annoiando, era “fermo” da tempo e volevo provare qualcosa di nuovo. Oggi (sopresa e fortuna di Google) scopro che il lettore di Mountain View è cambiato radicalmente e, per quel che posso apprezzare dopo averci “giocato” una mattinata, decisamente in meglio.

Interfaccia grafica assai migliorata (e molto più simile a quella di Gmail), lettura per “folder” e per “testata” molto più agevole, possiblità di visualizzare solo i titoli dei feed in una lista (e quindi lettura veloce assai più semplice), più facile accesso alle funzionalità di condivisione: dall’invio per e-mail alla pubblicazione dei post su una propria pagina (qui c’è un esempio della mia).

Insomma, missa’ proprio che ancora per un po’ non cambierò reader.

Due difetti, per adesso. Come lamenta Niall Kennedy ci si poteva aspettare una maggiore integrazione con altri servizi dell’ecosistema Google (gmail, Google calendar o la stessa ricerca). Inoltre, mi pare sparita la possibilità di postare i feed direttamente sul proprio blog (account blogger, ovviamente) che prima campeggiava chiaramente una volta visualizzato l’articolo. Non la trovo io? E’ effettivamente sparita? Perché?

Ne parla anche Zambardino.

Greci più ricchi (anche) grazie alle prostitute

Archiviato in: economia — raffaele @ 11:51 am

cortigiana.jpgCome può il Pil di un Paese aumentare del 25 per cento in un colpo solo? Basta rivedere i meccanismi di conteggio e infilarci dentro anche il sommerso, prostituzione compresa. E’ quello che - lo dice il Financial Times [a pagamento] - hanno fatto i greci. Che si ritrovano così più ricchi, con un debito pubblico improvvisamente sceso all’85 per cento del Pil (contro il 107,5 per cento) e con un deficit saldamente al di sotto dei limiti europei, all’1,9 per cento.

Greece suddenly found itself 25 per cent richer on Thursday after a surprise upward revision of its gross domestic product, the fruit of a change to national accounts designed to capture better a fast-growing service sector – including parts of the black economy such as prostitution and money laundering.

The country’s newfound wealth raised eyebrows in Brussels, because it means Greece will find it easier to bring its budget deficit below the European Union’s 3 per cent of GDP ceiling.

28 Settembre , 2006

Fatica risparmiata

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 7:09 pm

beppe-severgnini.jpgMi accorgo adesso (ore 18.58: sempre sulla notizia, eh?) che sul Corriere di oggi Severgnini ritorna sulla questione blog vs giornali.

Rassicurante, Severgnini prevede la sopravvivenza dei media tradizionali a patto che conquistino “maggiore indipendenza dai capricci della proprietà e del potere (economico, politico), consapevoli che ‘fare la cosa giusta’ sia anche ‘fare la cosa utile’…” eccetera, eccetera. Tutto tanto bello quanto utopistico.

Di malavoglia, stanco dell’ennesima variazione sul tema, stavo quasi per commentare. Poi mi sono reso conto che l’hanno già fatto Mauro Lupi e Stefano Hesse e mi sono risparmiato la fatica.

Gli editorialisti? Non ne abbiamo più bisogno (se mai ne abbiamo avuto…)

Archiviato in: Editorialisti, giornalismo, media — raffaele @ 1:44 pm

In this age of open media, when every voice and viewpoint can be heard, when news is analyzed and overanalyzed, and when we certainly are not suffering a shortage of opinion, do we need editorialists? No.

I media tradizionali sono soto pressione, i giornali sono in crisi e anche gli editorialisti non se la passano tanto bene. Almeno a parere di Jeff Jarvis, autore di un post (”La morte degli editorialisti”) dove la scomparsa degli opinionisti, almeno nella loro forma tradizionale, è tanto predetta quanto auspicata.

Gli opinion maker sono, secondo Jarvis, merce scaduta, figli di un’epoca in cui i quotidiani avevano il monopolio dell’inchiostro e dell’informazione. Ma oggi che ogni utente ha a propria disposizione tonnellate di inchiostro virtuale, hanno ancora un senso? E soprattutto sono economicamente sostenibili per un’industria in crisi?

La risposta è no. Seguita da una proposta di riforma della “professione”. Una ricetta che prevede: smettere di essere la voce dell’istituzione e aprire gli editoriali ad un numero maggiore di nuove voci e punti di vista. Non più proclami dal pulpito ma una collezione dei migliori argomenti sulle varie questioni. In una parola, conversazione.

Certo che se ci penso, un futuro senza Della Loggia, Panebianco, Ostellino e il loro quotidiano dispiego di certezze sarà anche auspicabile, ma senza dubbio molto meno divertente.

Intanto, sempre a proposito di editorialisti e ideologia, AngryArab segnala che Thomas Friedman, opinionista principe del New York Times, scrive un pezzo sui “dittatori del petrolio” escludendo dalla categoria la dinastia saudita e mettendoci dentro Chavez (che fino a prova contraria è stato eletto…).

27 Settembre , 2006

Google ai produttori di contenuti: “volemose bene”

Archiviato in: internet, media, tecnologia — raffaele @ 10:58 am

google.gifIn questo periodo convulso, fitto di colloqui con i big dell’intrattenimento e disturbato da fastidi giudiziari di origine belga, Google trova il tempo di precisare la sua posizione sulla questione più cruciale del suo business: i contenuti e i rapporti con chi li produce e ne detiene i diritti. Obiettivo: rassicurare i potenziali partner sulla condotta di Mountain View, che intende - si ribadisce - restare all’interno della propria vocazione naturale, quella di un mero facilitatore dell’accesso alla conoscenza. BigG ribadisce afferma infatti che:

a - rispetta il copyright e si mantiene nei limiti del “fair use”;

b - lascia libero chiunque di rimanere fuori dai suoi indici;

c - desidera lavorare con i produttori di contenuti per esplorare la strada verso comuni benefici.

Insomma - dicono Larry Page e Sergey Brin - cari quotidiani, care etichette, carissimi mogul di Hollywood, non avete da temere nulla da noi: non vogliamo intralciare i vostri affari, anzi. E se vi sentite in posizione di forza, non c’è bisogno di tribunali e ordinanze, non avete altro da fare che sedervi a un tavolo e negoziare. Come ha fatto Associated Press con cui, dopo un conflitto inziale, Google trovato un accordo commerciale che soddisfa entrambi.

Secondo John Battelle (una vita per Google…) una simile precisazione in questo momento delicatissimo per il futuro dei contenuti in Rete è mooolto importante.

I sense that Google is starting to truly declare its position relative to content creation companies, and it’s this: we’re not in your business, and won’t be. We might impact your business, and in significant ways, but you can’t sue us for that, brother. Now, let’s go make tons of money, together….and if our margins are higher than yours, well, that’s not our fault….

Nel frattempo, a ulteriore tesimonianza che la questione dei contenuti è ancora controversa, arriva la notizia che Fox News ha chiesto a YouTube di eliminare un’intervista a Clinton realizzata dal network. E arriva anche il commento di Jeff Jarvis (ripreso e condiviso da Mantellini): idioti!

Slashdot intervista Jay Rosen

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 10:11 am

Slashdot ha in programma di intervistare Jay Rosen, teorico (e pratico) del citizen journalism (anche se lui ora preferisce chiamarlo networking journalism o open source journalism). L’intervista si volgerà nel consueto sitle partecipativo alla Slashdot: chiunque può proporre domande.

26 Settembre , 2006

Muni Wi-Fi, pubblico o privato?

Archiviato in: internet — raffaele @ 2:56 pm

In questi tempi di polemiche sul futuro della Telecom fa piacere constatare che anche altrove si dibatte sulla natura e la proprietà dei beni di pubblica utilità. Solo che in America, almeno in questo caso, si discute di accesso wireless all’internet e dei progetti di copertura Wi-Fi di intere città. Simili progetti possono essere appaltati a privati o devono rimanere in mano a consorzi pubblici?

Lo spunto per questa riflessione tratta da GigaOm, è la sorte per ora non troppo chiara della più famosa di queste iniziative: quella di San Francisco che è stata assegnata a Google in accoppiata con Earthlink. E così mentre, a quanto pare, anche gli executive di Mountain View si stanno stufando della lentezza del processo decisionale pubblico l’Institute for Local Self-Reliance e la Media Alliance hanno pubblicato uno studio secondo il quale una rete in mani municipali garantirebbe il ritorno dell’investimento in poco più di 4 anni, 6.1 milioni di dollari di guadagno in un lustro e 16,8 milioni di dollari nei 5 anni successivi. In dieci anni il network porterebbe nelle casse pubbliche 22,9 milioni di biglietti verdi.

Niente male come numeri. E pazienza se non è abbastanza per attirare gli interessi dei Venture Capitalist: se si ritiene vantaggioso che un progetto che riguarda un bene pubblico rimanga sotto il controllo dei cittadini, si può anche optare per un guadagno minore. L’importante è discuterne. senza pregiudizi e ideologie. Come si farà oggi a San Francisco.

25 Settembre , 2006

Giornalisticamente

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 2:49 pm

incantation_1999_10_06_the_ny_times.gifTre notizie veloci veloci che ci parlano dello stato del giornalismo di questi tempi tra incomprensione della rete, business da rivedere e speranze.

Il tribunale ha rigettato la richiesta di Google di non pubblicare sul sito l’ordinanza con cui si ordina la sospensione dei link ai giornali belgi. Fino ad ora il motore di ricerca aveva pubblicato soltanto un link al testo della corte.

Ad agosto le entrate pubblicitarie della New York Times Company sono calate del 3,8 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (4,2 per cento per le attività legate al quotidiano). Nel frattempo, la pubblicità online è cresciuta del 17,3 per cento, risultato in calo rispetto a maggio (+ 27 per cento), giugno (+ 23 per cento) e luglio (+ 27,5 per cento). Che anche il picolo boom della pubblicità online sia in fase discendente? Forse: dopo tutto nel 2005 il tasso di crescita rispetto al 2004 è stato del 30 per cento.

Si terrà a Londra tra il 26 e il 27 ottobre prossimo la World Digital Publishing Conference and Expo organizzata dalla World Association of Newspapers.

22 Settembre , 2006

Il wiki di Reuters e la regola 1:10:89

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 3:16 pm

Anche l’agenzia di stampa Reuters ha il suo wiki: un glossario di termini finanziari. Ben fatto, nota cyberjournalist.net, anche se poco partecipato. E proprio sulle alchimie della socialità online c’è un interessante post di The Mu Life, intitolato “L’importanza del 10%”. Dove 10 è la percentuale di coloro che, nel contesto di un media sociale, mediamente, contribuiscono con commenti, manifestazioni di approvazione o di critica rispetto ai contenuti inseriti.

Secondo una regola emergente (e, per la verità, non so quanto empiricamente testata) in8020_0_1.png un sistema partecipativo solo l’1 per cento dei soggetti contribuisce con contenuti propri (originali o segnalazioni), un po’ di più (il 10 per cento appunto) sono coloro che svolgono un attività di commento, mentre la stragrande maggioranza (l’89 per cento) si limita a godere del risultato. Di qui la formalizzazione della regola, 1:10:89, che fa il verso al più famoso 80:20 teorizzato da Pareto.

Il post di The Mu Life sottolinea proprio l’importanza dell’azione di filtro e di organizzazione dellla conoscenza svolta da quel 10 per cento, senza la quale i media partecipativi si perderebbero in una caotica accozzaglia di materiale ingestibile e poco fruibile. Ma quali sono le motivazioni di costoro? Mentre le ragioni che spingono l’1 per cento a contribuire, per quanto non del tutto chiare, sono state esplorate e risultano anche intuitivamente comprensibili (tra queste ci sono sicuramente l’autopromozione e il narcisismo) molto meno evidente è perché qualcuno si debba prendere la briga di commentare e qualcosa prodotto da altri. Quale è il suo ritorno?

Secondo The Mu Life, le ragioni di questo 10 per cento sono simili a quelle degli elettori: votando le storie che li interessano le promuono e aumentano le probabilità che si sviluppi una discussione. Inoltre, così facendo, incoraggiano l’1 per cento a proporre storie di quel tipo, un modo per aumentare le chances che le future esperienze in una comunità virtuale corrispondano maggiormente alle proprie aspettative.

Conclusione un po’ provocatoria: forse Jason Calcanis di Netscape non dovrebbe pagare solo chi contribuisce, ma anche quel 10 per cento che svolge un’altra, altrettanto preziosa, attività.

By voting on submissions that are appealing to you, you can help promote those stories and ensure that a discussion ensues. Furthermore, if you help promote stories that interest you, the 1% will take note and submit more stories of that nature. This is one way to ensure that your future experience in a particular community is more in line with your expectations.

Considering the importance of the 10% ultimately makes me wonder:

Was it right for Jason Calacanis to just hire the top users from the 1%, or should he also have hired some people out of the 10%?

(via digg)

21 Settembre , 2006

Quotidiani gelosi di Google News?

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 2:13 pm

Ultimi sviluppi della vicenda “giornali belgi vs Google News” a cui ho accennato qualche giorno fa.

Come spiega Techdirt, Google:

- ha presentato appello (accettato dal tribunale: sarà discusso il prossimo 24 novembre)

- ha rimosso i link alle testate belghe;

- si è rifiutato di pubblicare in homepage (come era richiesto dal tribunale) l’ordinanza, giudicando la richiesta eccessiva, e ha provveduto solo con un link.

Nel frattempo Danny Sullivan si è preso la briga di fare un po’ di indagini supplementari e di sentire Copiepresse, l’associazione di editori belgi che ce l’ha con Google. Ed è giunto alla conclusione che l’associazione di fatto vuole comparire nei motori di ricerca di Google ma pretende che Mountain View negozi con lei i termini della presenza nell’indice del search engine californiano. Dal momento che in questo modo il motore diventa più ampio ed esaustivo, ragionano i quotidiani, è giusto che Google ci ricompensi per questo.

Alla fine dei giochi, dunque, la sostanza è: guadagna più Google ad avere i giornali belgi nel suo indice o i giornali belgi a ricevere traffico tramite Google?

Ma questa, come conclude Sullivan, è una questione che può essere risolta fuori dai tribunali. Basta fare una prova, togliere i link alle testate, e vedere come va a finire.

L’informazione politica scorre su internet

Archiviato in: Stati Uniti, giornalismo, internet, media — raffaele @ 1:22 pm

Cresce il numero degli utenti che usano l’Internet per informarsi sulla politica. Sarebbero 26 milioni, secondo l’utimo rapporto del Pew Internet & American Life Project, gli statunitensi che si sono rivolti al web in un tipico giorno del mese di agosto per trovare notizie sulle prossime elezioni di mid-term. Vale a dire, praticamente un quinto degli adulti che navigano in rete, pari al 13 per cento della popolazione americana sopra i 18 anni.

Secondo il Pew, si tratterebbe di un record. Il precedente primato risale infatti al novembre 2004 in occasione delle elezioni presidenziali quando gli americani alla ricerca di news politiche virtuali furono 21 milioni.

Dal punto di vista demografico, il navigatore interessato alla politica è prevalentemente maschio (62 per cento contro 48 per cento), con educazione universitaria (55 per cento contro una media degli utenti internet del 36 per cento) e dotato di connessione veloce (77 per cento contro il 66 per cento della media degli utenti).

On a typical day in August, 26 million Americans were using the internet for news or information about politics and the upcoming mid-term elections. That corresponds to 19% of adult internet users, or 13% of all Americans over the age of 18.

This is a high-point in the number of internet users turning to cyberspace on the average day for political news or information, exceeding the 21 million figure registered in a Pew Internet Project survey during the November 2004 general election campaign.

Demographically, those who said they got political news online on the typical day in August 2006 are more likely than the average internet user to be male (62% versus 48% for all online users), college graduates (55% versus 36% for all online users), and home broadband users (77% versus 61% for all online users). “Typical day” political surfers are only slightly younger than average internet users.

Bin Laden promosso, Bush bocciato

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 12:21 pm

bushhome.jpgLo dice il New York Times. Lo conferma, da un punto di vista tecnico, Toni Muzi Falconi (che ha anche un suo blog) in un editoriale sul sito di Ferpi, la federazione italiana relatori pubblici. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi la battaglia della comunicazione la sta vincendo il leader di Al Qaeda.

Se per relazioni pubbliche intendiamo

il governo consapevole delle relazioni fra una organizzazione e i suoi pubblici influenti, realizzato con comportamenti, anche (ma non solo) comunicativi, capaci di tenere conto delle aspettative di quegli stessi pubblici per attirarne l’attenzione e il sostegno alle proprie finalità ‘

appare difficile non pensare che Bin Laden e la sua tecnostruttura’ si siano dimostrati assai più competenti, efficaci, e soprattutto, dotati di uno straordinario senso dello spettacolo e di una raffinata scelta dei tempi.

Se invece per relazioni pubbliche intendiamo

la pervicace, pervasiva e impetuosa spinta comunicativa di una organizzazione, realizzata con ingente impiego di risorse finanziarie e professionali, per persuadere i pubblici influenti - con la propaganda, la corruzione e la forza delle armi - che i propri comportamenti sono condivisibili perché dichiarati comunque coerenti con il bene comune…’

..allora possiamo soltanto dire che i due soggetti: Bin Laden e Bush giocano due partite diverse, con carte e regole diverse, inconfrontabili fra loro, se non nella valutazione oggettiva dell’efficacia dei programmi adottati che vanno in ogni caso a vantaggio del primo.

Intanto, il periodico americano Foreign Policy dà un’occhiata a come il terrorismo è utilizzato nella campagna elettorale per il Congresso. 5 video, di destra e di sinistra, per conquistare i voti degli americani.

..five recent ads that hope to sway your vote in November, either by inspiring raw fear, stoking your anger, or appealing to your sense of patriotism.

20 Settembre , 2006

NewAssignment.net assume il suo primo editor

Archiviato in: giornalismo, internet, media — raffaele @ 1:22 pm

Prove di giornalismo open source in corso. NewsAssignment.net, l’esperimento promosso da Jay Rosen, riceve 100 mila dollari di donazione da parte di Reuters (via BuzzMachine).

Grazie a questo finanziamento, l’iniziativa potrà assumere il suo primo editor, figura che nell’architettura del progetto ricoprirà un ruolo centrale di gestione della comunità e di raccordo tra comunità e il giornalista a cui sarà assegnato il pezzo in questione.

Nel caso di NewAssigment.Net, l’approccio open source applicato al giornalismo funziona grosso modo così. Gli argomenti degli articoli sono scelti da comunità di utenti che contribuiscono alla definizione della storia, sollevano gli interrogativi a cui pensano si debba dare risposta, mettono in comune eventuali fonti e materiali di supporto.

Quando la storia raggiunge, a parere di un redattore, un sufficiente livello di struttura si passa ad un secondo livello, quello della pubblica raccolta di fondi: coloro che desiderano che l’oggetto del pezzo sia sviscerato in un articolo secondo le linee definite possono contribuire con donazioni.

Raggiunto il budget stabilito, il redattore affiderà infine il lavoro ai reporter professionisti giudicati più adatti. I giornalisti dovranno rispondere a tutte le questioni definite dalla comunità impegnandosi a restare in contatto e a collaborare con questa.

Ne parlo più diffusamente qui

19 Settembre , 2006

Web 3.0?

Archiviato in: internet, tecnologia — raffaele @ 7:08 pm

cover_vision11.jpgQuesto post rilanciato da Digg pone due questioni: 1) che cosa è il Web 3.0? 2) merita un articolo tutto suo su Wikipedia o deve essere assorbito nella voce Web semantico?

La discussione è in corso. Il tema è un po’ specialistico, ammetto, e io non saprei dare una risposta. Lo segnalo, però, sperando in un’illuminazione dalla mia amica (e collega) Carola, che ha appena pubblicato su Vision un articolo dedicato proprio al Web. 3.0.

Ma Dio è autoritario o benevolo?

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 5:11 pm

who-is-god.jpgE’ vero, di questi tempi si preferisce discutere della razionalità di Dio piuttosto che del suo atteggiamento nei confronti degli esseri umani. Però questo sondaggio riportato dall’Economist è troppo stuzzicante. Secondo l’indagine, realizzata da Gallup per conto del Baylor University’s Institute for Studies of Religion di Waco (Texas) gli americani optano per la severità.

Il 31 per cento degli statunitensi pensa infatti a un Dio che tutto controlla e sempre pronto a punire il peccato. Un’immagine più soft, quella di una divinità benevola e incline al perdono, appartiene invece al 23 per cento dei credenti a stelle e strisce. Un essere superiore “critico” (guarda il mondo ma non interviene, un po’ come l’Osservatore dei fumetti Marvel) è la scelta del 16 per cento dei rispondenti; mentre una versone “distante” (una forza cosmica a cui non importa nulla di noi) raccoglie il 24 per cento delle preferenze.

The survey, by Baylor University’s Institute for Studies of Religion in Waco, Texas, via Gallup, found four broad views of God in America. Homer’s Authoritarian God is the most popular. There then follow, in descending order of intrusiveness, Benevolent God (23%, rising to 29% in the Midwest), who still gives orders but will forgive, rather than smite; Critical God (16%, but 21% in the relativist East), who watches the world but does not intervene; and lastly Distant God (24%), a cosmic force without interest in human matters. This God is especially popular in the wide open West, with its huge views of the stars.

Le inesattezze di Ratzinger

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 4:29 pm

Il mantra predominante intorno a discorso di Ratisbona è: “leggetelo con attenzione prima di giudicare”. C’è chi lo ha fatto (oltre a Lex Wtc, ovviamente, su questa piattaforma) e ha trovato qualche errore (via AngryArab) o meglio qualche semplificazione. Glenn Reynolds mette in fila, invece, una serie di commenti favorevoli al Papa.

His allegation is incorrect. Surah 2 is a Medinan surah revealed when Muhammad was already established as the leader of the city of Yathrib (later known as Medina or “the city” of the Prophet). The pope imagines that a young Muhammad in Mecca before 622 (lacking power) permitted freedom of conscience, but later in life ordered that his religion be spread by the sword. But since Surah 2 is in fact from the Medina period when Muhammad was in power, that theory does not hold water.

18 Settembre , 2006

Google morsica la mela?

Archiviato in: internet, media — raffaele @ 10:29 pm

C’era da aspettarselo. Da quando Eric Schmidt siede nel board di Apple qualsiasi mossa di di Google o della Mela viene vista alla luce di una potenziale allenza. Non poteva NON succedere, dunque nel caso di iTv, l’ultima trovata di Steve Jobs.

Secondo uno dei blog di ZDNet (via Slashdot), il dispositivo “ponte” tra Pc e televisione di Cupertino preluderebbe allo sbarco sul nostro televisore di contenuti forniti in streaming proprio che da Mountain View. Ovviamente, con tanto di pubblicità contestuale.

Per ora, mi sembrano speculazioni che lasciano il tempo che trovano. Anche perché io continuo a fidarmi di più di chi di Apple se ne intende e vede nell’approdo di Schmidt nel consiglio di amministrazione della mela solo un piano di riserva.

It’s not hard to imagine a Gapple iTV that that would not only allow you to consume media files on your home theater system, but also stream television content and display relevant advertisements from Google — especially since this device requires a network to do anything useful.

UPDATE: Secondo la Bbc, però, qualcosa di più solido bollerebbe in pentola.

Niente link, siamo belgi

Archiviato in: internet — raffaele @ 6:02 pm

hercule-poirot.gifIncredibile: c’è ancora qualcuno che sembra non avere capito come funzionano i meccanismi della Rete. Quelli più elementari dico, come i link, e come il fatto che essere linkati da qualcuno è un bene. Tra quelli più duri di comprendonio c’è, a quanto pare, un tribunale belga.

Secondo Tichdirt la corte, dando ragione alla Associazione degli editori belgi, ha chiesto a Google News di rimuovere tutti i link a testate (sia in tedesco che in francese) del paese di Hercule Poirot. La richiesta riguarderebbe anche la normale cache di Google.

I dettagli non sono chiari. Quel che emerge, però, è che il tribunale non sembra del tutto a conoscenza del funzionamento dell’aggregatore di notizie di Mountain View. Il ragionamento del giudice scorre infatti come segue: essendo un portale (!) piuttosto che un motore di ricerca, Google News finisce per avere un impatto negativo sui proventi della pubblicità delle testate locali. Sembra, dunque, che la corte non sappia che Google News mostra soltanto un piccolo estratto della notizia e poi rimanda alla fonte originale.

E soprattutto sembra ignorare del tutto l’idea che traffico generato dal servizio possa essere un beneficio per le testate in questione. Mah.

Its reasoning is that Google News is actually a portal, rather than a search engine, and thus is impacting ad revenue. This ignores, of course, that Google News shows barely an excerpt of the story and sends plenty of people clicking through those links to the original news story. The court also seems to confuse Google’s regular “cache” with Google News at points, never noting that Google does not offer cached versions on its News site.

Su questa vicenda anche CNet e PaidConten.org

15 Settembre , 2006

Pessimismo made in Usa

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 3:03 pm

Meno del 50 per cento degli americani è convinto che fra 5 anni la sua vità sarà migliore di quella che conduce oggi. Lo dice il Financial Times che riporta una ricerca del Pew Research Center. 4 anni fa la percentuale degli ottimisti raggiungeva il 61 per cento. Si tratta del maggiore declino degli ultimi 40 anni.

Da notare, inoltre, che anche in questa speciale classifica è aumentato il divario tra ricchi e poveri. Nel 2002, il 45 per cento dei rispondenti nella fascia di reddito più bassa era convinto di avere compiuto dei progressi, contro il 57 per cento degli abitanti delle zone alte: 12 punti di differenza. Qest’anno, il divario è salito a 20 punti, dal momento che solo il 39 per cento di coloro che appartengono alle classi meno abbienti pensa che la sua condizione sia migliorata.

Tutto questo ci riporta alla discussione innescata dalla Ehrenreich.

In 2002, 45 per cent of those with the lowest income saw themselves as having made progress, compared with 57 per cent of those in the highest income bracket. This year, that 12-point gap grew to 20 points, with just 39 per cent in the lowest bracket saying they had made progress.

Votate bene, gente…

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 11:33 am

nicaragua.jpgA proposito di democrazia, ingerenze sulla politica interna di altri stati, interessi geo-strategici. In un’intervista al Financial Times l’ambasciatore americano in Nicaragua, Paul Trivelli, lancia un avvertimento agli elettori del Paese centro-americano: non votate per Daniel Ortega, storico leader sandinista in corsa per le prossime presidenziali del Paese.

L’intervista, che il quotidiano londinese (non il manifesto) definisce un “vigoroso avvertimento” è anche una franca (e per questo insolita) esposizione delle preoccupazioni americane per quanto riguarda l’America Latina.

1) Si comincia dall’effetto domino, il rischio che il germe nazionalista e progressista si spanda in tutto il sub-continente:

Secondly, elections here can also affect the fate of the entire Central American region. You only have to go back to the 1980s to see that problems here quickly spread to the rest of the region.

2) Si prosegue con la paura per un modello economico “misto”:

First, he [Oriega] has and continues to employ some very strong anti-American rhetoric in his campaign. But he has also said that he wants to reintroduce subsidies, forgive debt, control remittances from Nicaraguans living abroad, reintroduce a mixed economy. And those are things that would be worrisome to the private sector here, to Nicaraguans, to potential domestic, international and regional investors. (continua…)

OpenDocument, nuovo sito

Archiviato in: tecnologia — raffaele @ 10:47 am

E’ online il nuovo sito ufficiale della comunità di OpenDocument, il formato promosso da Oasis - consorzio guidato da Ibm e Sun - come alternativa “aperta” ai formati proprietari.

Ancora sulla coda lunga: una recensione (mia)

Archiviato in: internet — raffaele @ 10:37 am

L’avevo annunciata giovedì scorso. Poi, per ragioni di foliazione del giornale, era saltata a questa settimana. Ora, chi fosse interessato alla mia recensione di The long tail sul manifesto può leggerla sul sito del quotidiano (per una settimana).

UPDATE: la recensione ora la si può trovare qui

14 Settembre , 2006

La Pa e quei 36 milioni di euro in licenze

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 6:40 pm

photo-money-5.jpg36 milioni di euro all’anno. A tanto ammonta la spesa delle amministrazioni pubbliche locali del nostro Paese per licenze d’uso del software. Il quasi 5 per cento della spesa totale It dei Comuni, il 2 per cento delle regioni, l’1,81 delle comunità montane.

Le cifre sono fornite da una ricerca targata Netics che si propone di offrire strumenti per individuare margini di risparmio nell’acquisizione di prodotti software a elevata diffusione. Su questo argomento e sull’opportunità da parte delle Pa di passare all’open source ne discutiamo nello speciale Pa sul numero di Vision in edicola questo mese.

Rapportando il volume di spesa in licenze d’uso per prodotti “client base” alla spesa totale in Information Technology (IT) della Pubblica Amministrazione Locale italiana, si evince che Comuni e Province destinano al pagamento di licenze “base” quasi il 5% della propria spesa totale IT; le Regioni si attestano intorno al 2% della propria spesa totale, mentre le Comunità Montane rimangono al di sotto di tale soglia con un 1,81%.
La notizie è stata segnalata anche da Paolo, vera autorità in materia di per tutto ciò che riguarda tecnologie e amministrazioni pubbliche.

iTv al settaccio

Archiviato in: tecnologia — raffaele @ 6:23 pm

470_applejobs130.jpgSteve Jobs did it gain. Il boss di Apple ancora una volta ha preso in contropiede il mondo lanciando iTv, il dispositivo che permetterà di godere sullo schermo tv dei film scaricati sul proprio Pc. Almeno così pare. Passato il momento di stupore, ora è tempo di analisi. E i dubbi non mancano. Dai motivi che stanno dietro ad un annuncio così anticipato (il prodotto non sarà in vendita prima del 2007) alle effettive dotazioni tecnologiche del dispositivo (tipo quale versione di Wi-Fi adotterà per il trasferimento wireless dei film dal Pc alla tv?).

In attesa che qualche maccofilo vero (Antonio?) mi illumini, la migliore analisi che ho trovato fino ad ora è un botta e risposta tra due giornalisti del settimanale americano BusinessWeek. Dove, nel complesso, sembra prevalere lo scetticismo.

Steve: Forgive my skepticism, but this is all on the come. It could be really important, assuming it delivers what is promised, works simply, meets Hollywood’s demands for content protection, etc. But the devil is in the details. Devices of this sort are called digital media adapters, and I think I have tried every one of them. I have yet to see one that I would buy, or even use if it was given to me.

Cliff: People might call this vaporware because it was announced so far ahead of when it will be sold. Personally, I think Apple did that to blunt criticism that its new movie-download service does not let you burn DVDs or do anything but watch on a PC or tiny iPod screen. Apple hopes you come away from this event with the impression that you can buy movies to your heart’s content and, in time, enjoy them on TV.

Microsoft “rilancia” con Live Search

Archiviato in: Corriere della sera.it, articoli, internet — raffaele @ 5:46 pm

logo_home_corriere.gifCome a «guardie e ladri». Con i ruoli che si invertono di volta in volta . Esattamente come nel popolare gioco da bambini (nell’era pre-PlayStation ovviamente), Microsoft e Google giocano a inseguirsi. E a seconda del terreno della competizione, ora sono i due ragazzi terribili di Mountain View a rincorrere (come nel caso delle applicazioni per la produttività in ufficio), ora è il vecchio Bill Gates che si affanna per colmare la distanza, come succede quando si parla di motori di ricerca.

E’ proprio questo infatti il settore in cui il fiato del fondatore della Microsoft appare più corto al confronto con gli agguerriti rivali. E appunto nel campo più avverso Microsoft spera oggi di recuperare terreno con una nuova mossa: il lancio del nuovo search engine della casa, Live Search che esce oggi dalla fase di test pubblico cominciata il marzo scorso.

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It’s the poverty, stupid!

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 1:09 pm

ehrenreich-0121.jpgPovertà. Insieme a “classe” una delle parole tabù del dibattitto pubblico americano (ma non solo di quello). Tra i pochi intellettuali a stelle e strisce che pensano che le condizioni di vita dei meno abbienti siano un argomento degno di essere seguito e trattato con costanza e competenza c’è Barbara Ehrenreich, autrice dello strepitoso Una paga da fame, un viaggio (in prima persona) nell’America che non arriva alla fine del mese: colf, impiegati di Wal Mart, cameriere. Novella Jack London, la Ehrenreich ha trascorso un anno nei panni dei delusi del sogno americano. E li ha descritti meravigliosamente.

Ne parlo oggi perchè ho scoperto che ora Ehrenreich ha anche un blog (più o meno: nel senso che è più che altro una raccolta dei suoi pezzi. Ci accontentiamo lo stesso). L’ultimo post è un attacco, come sempre splendidamente scritto, a quei commentattori a stelle e strisce che non si capacitano di come le persone possano sentirsi più povere e insicure quando l’economia cresce. La responsabilità, sostengono, è di quei populisti (di sinistra evidentemente) che seminano disinformazione dalle aule universitarie.

Tutta colpa della congiura liberal, insomma. E non ad esempio di una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua. Come ricorda Ehrenreich, la percentuale di prodotto interno lordo Usa che va ai salari è al suo minimo da 59 anni a questa parte, mentre la fetta dei profitti delle aziende ha raggiunto il punto più alto degli ultimi 40 anni. Nel frattempo, il numero di americani senza assicurazione sanitaria è salito di 1,5 milioni nel 2005.

Real wages are declining, in fact the share of the GDP that goes to wages and salaries has reached a 59 year low, while the share going to corporate profits is at a 40 year high. Meanwhile the number of Americans without health insurance rose by 1.3 million in 2005. And while the unemployment rate is admirably low, it fails to take account of the large numbers of people who have given up looking for work or who are working at low-paid jobs for which they may be far overqualified. Odd, isn’t it, that in a “knowledge-based economy” so many college graduates are waiting tables and laid-off engineers are driving airport limos?

13 Settembre , 2006

Democrazie riluttanti atto II: il testamento di Riotta (che se ne va al tg1)

Archiviato in: Editorialisti — raffaele @ 3:48 pm

0j5j915m-180x140.jpgGianni Riotta è stato appena nominato nuovo direttore del Tg1. Se ne andrà dunque dal Corriere. Non prima, però, di averci lasciato un’altra testimonianza (la seconda in pochi giorni) del suo credo: la “riluttanza” delle democrazie alla guerra. Un’avversione, molto consolante, che questa volta scopriamo essere nota al mondo da “antica” data.

La lezione antica è che le democrazie riluttano sempre, fino alla fine, davanti alla guerra: perché gli elettori non la vogliono, e castigano i leader se gli esiti non sono quelli desiderati.

Resta il mistero sulla data a cui dobbiamo fare risalire questa lezione. Dobbiamo fermarci solo un paio di secoli addietro o dobbiamo scendere fino alla Guerra del Peloponneso tra la democratica Atene e l’oligarchica Sparta? Forse Riotta ci risponderà dal teleschermo.

Nel frattempo, quanto agli “esiti” delle guerre, quella al terrore, secondo l’Independent, ha causato “direttamente” la morte di almeno 62.006 persone e creato 4,5 milioni di profughi. Dalla cifra sono esclusi i militari iracheni morti durante l’invasione del 2003, i caduti della guerriglia in Iraq, coloro che sono morti di ferite collegate alla guerra e tutti i decessi non riportati dai media occidentali.

The “war on terror” - and by terrorists - has directly killed a minimum of 62,006 people, created 4.5 million refugees and cost the US more than the sum needed to pay off the debts of every poor nation on earth. If estimates of other, unquantified, deaths - of insurgents, the Iraq military during the 2003 invasion, those not recorded individually by Western media, and those dying from wounds - are included, then the toll could reach as high as 180,000.

12 Settembre , 2006

Tony Blair, il neoconservatore…

Archiviato in: Stati Uniti — raffaele @ 3:07 pm

tony-blair.jpgTony Blar neoconservatore? Sì, proprio lui, l’idolo della sinistra riformista nostrana. Lo afferma l’Independent in un articolo in cui fa il punto su quel che resta (non poco, per la verità) dell’influente movimento politico-intelettuale americano. L’occasione di questo riesame dell’operato di Wolfowitz e compagni la offre un discorso di David Cameron sulla politica estera nel quale il leader dei tories sembra prendere le distanze dal neoconservatorismo e si definisce un “conservatore liberale”. Dopo tutto, se c’è un equivalente britannico dei neoconservatori, afferma l’Independent, questi è semmai, “senza dubbio”, Blair.

Il leader del labour corrisponde sotto vari aspetti all’identikit del neo-con americano. Ovviamente la Gran Bretagna, a differenza dell’America, non ha il potere di plasmare il mondo. E neanche Blair è così smaccatamente pro-israeliano come Bush. Ma è un politico di centro-sinistra che abbraccia una politica estera robusta e idealista, nonostante sia a conoscenza dell’impopolarità del suo alleato principe e dell’opposzione interna alla più importante politica neo-con, l’invasione dell’Iraq. Se questo non è neoconservatorismo, che cosa è?

Nel frattempo il necononservatore di Sua Maestà si prende una bella razione di contestazioni in Libano. Proteste che, a quanto pare, non provenivano sono dai militanti di Hezbollah ma da una più ampia fetta della società civile libanese.

11 Settembre , 2006

Quando fisso e mobile andavano a braccetto

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 12:41 pm

Indovinate un po’ chi diceva queste cose nemmeno un anno fa.

“Convergenza vuol dire trasferire bit - che poi sono servizi di voce, video e dati - attraverso varie piattaforme, fisse, mobili e televisione. Oggi si parla di triple play, ma si arriverà al quadruple play. “

E ancora:

“Il broadband sta abbracciando non solo il fisso, ma anche il mobile. Non ci rendiamo conto di poter contare su una forza enorme avendo insieme in Italia il fisso e il mobile. Quindi, nel giro di un paio d’anni avremo tutta l’Italia coperta dalla banda larga (fra fisso e mobile), e questo permetterà di mettere a disposizione servizi a valore aggiunto per tutti i cittadini: videocall, giochi, collegamenti con l’amministrazione pubblica, per non parlare della telemedicina e delle conseguenti riduzioni di costo che si possono realizzare in tutto il sistema sanitario. C’è, insomma, un’opportunità enorme per rendere più efficiente il sistema.”

Indovinato. Era proprio lui: Marco Tronchetti Provera, al convegno “Telecomunicazioni motore dello sviluppo europeo” tenutosi il 24 ottobre scorso a Roma.

Tim, la follia dello scorporo

Archiviato in: Uncategorized — raffaele @ 9:48 am

619745840tronchetti-provera-marco_blu.jpgAncora sul riassetto di Telecom. Questa mattina su telconews un commento di Franco Carlini definisce la vendita della telefonia mobile una “concettuale follia”. Scrive Carlini:

“Quale concettuale follia: se c’è una cosa di cui si può star certi è che il futuro è tutto mobile e nomadico (con diversi apparati e diverse reti), ma fruibile ovunque per ogni bisogno. Non solo è mobile, ma prevede la piena fruizione dei contenuti testuali e multimediali dell’Internet, come già sta avvenendo per ora ad alti costi e su alcune reti e apparecchi.”

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