4:09:43, cronaca di un istante

Il New York Times ci ha abituato a lavori giornalistici per il web di grande complessità. Basti pensare, solo per fare due esempi abbastanza recenti, a Snow Fall, la feature che ha appena vinto il premio Pulitzer  o a 512 paths to the White House, la visualizzazione interattiva che permetteva di capire le chance dei due candidati alla Casa Bianca in caso di vittoria di uno o dell’altro nei singoli stati. Lavori giornalisticamente e tecnologicamente complicati e che, giustamente, sono considerati come lo stato dell’arte dell’innovazione nelle news.

Eppure se dovessi scegliere il progetto più interessante realizzato negli ultimi mesi dal quotidiano americano punterei su un altro, per molti versi, decisamente più semplice. Si chiama 4:09:43  e fotografa, letteralmente, il momento dell’esplosione sul traguardo della maratona di Boston (avvenuta, appunto alle 16.09 e 43 secondi, fuso orario della costa Est degli Stati Uniti). Qui non c’è il lavoro di scavo e approfondimento (anche visivo) di Snow Fall. E nemmeno l’originalità della visualizzazione di 512 paths to the White House (qui un accenno a come è stata realizzata).

C’è invece, nell’ambito un’iniziativa meno ambiziosa, la capacità di versare il vino vecchio della cronaca in nuove botti digitali, senza perdere in qualità anzi guadagnandone. C’è l’intuizione giornalistica di costruire una storia intorno ad una foto (meglio, un fotogramma sgranato di un video) che coglie l’attimo decisivo di una vicenda. C’è il ricorso a Internet per trovare le persone presenti all’evento. E c’è l’antico lavoro del cronista che, come si fa in questi casi, va ad intervistare i sopravvissuti. L’insieme è un mix che, organicamente, lega immagini, testi, voci e, soprattutto, storie accomunate da un istante (si veda, per esempio, quella dei Biagiotti, madre e figlia, quest’ultima in sedia a rotelle). E infine  (aspetto non secondario per la riuscita dell’amalgama) c’è l’eleganza dell’impaginazione. Risultato: niente effetti speciali (o meno di altre volte) ma un pezzo di cronaca digitale efficace e centrato. Perfetto?

Giornalisti buoi e politici asini?

Ieri, lavorando ad un pezzo, mi sono imbattuto in questa ricerca della Società italiana di pediatria pubblicata lo scorso maggio. Tra i vari dati interessanti che offre (per esempio, che il 18 % di adolescenti che vivono in una metropoli ha inviato o pubblicato su Internet una propria foto “provocante”) ce ne è uno che fa riflettere assai, o almeno dovrebbe o almeno mi ha fatto pensare. Alla domanda “ci si può sempre fidare delle seguenti figure?”, infatti, appena il 13 % dei ragazzini intervistati risponde positivamente per quanto riguarda noi giornalisti.

Appena? Sì. Per dare un’idea della performance basti dire che peggio degli uomini dei media fanno soltanto i politici che raggranellano un miserrimo 2,9 % (media alzata dai maschi, le femmine non vanno oltre il 2%). Ma quello che colpisce è che fra gli ultimi e i penultimi della classe e il resto della compagnia c’è un abisso. La terza categoria meno affidabile agli occhi dei teenager, i giudici, comunque raggiunge il 32 % (più del doppio dei giornalisti). Tutti gli altri, veleggiano sopra il 40, dai soldati (44,7 %), ai poliziotti (56,8%), ai medici (62,6%), agli insegnanti (70,9%).

Il dato preoccupa, ovviamente. I ragazzini di oggi sono gli adulti di domani e non si vede perché, domani, dovrebbero comprare i prodotti e i servizi di un settore i cui esponenti non ritengono credibili. Ma il dato fa anche sorridere. Difficile non sogghignare almeno un poco pensando che i giornalisti – che spesso (e con ragione) rampognano la “casta” e discettano della scarsa credibilità della politica – sono (siamo) agli occhi dei ragazzi appena poco sopra di loro (e comunque molto sotto tutti gli altri). Dall’angolo di visuale degli adolescenti il quarto potere che rampogna bacchetta la classe politica rischia, insomma, di assomigliare tanto al bue che dà del cornuto all’asino.

Obama, Michelle e l’amore al tempo degli spin doctor

8165321225_473baebd19“Perché amo mia moglie”. Semplice, no? All’intervistatrice che gli chiedeva perché avesse abbracciato così forte la consorte nella foto usata dal suo staff per celebrare la vittoria alle elezioni e diventata una delle più condivise di sempre online, Barack Obama ha fornito la più ovvia delle motivazioni: l’amore. Michelle, da parte sua, ha confermato precisando che ad aggiungere potenza a quell’effusione c’era anche la lontananza forzata dei due coniugi: “Era un po’ che non lo vedevo”, ha risposto come un’innamorata qualsiasi.

Insomma, così ci racconta la coppia presidenziale, quello scatto diventato icona è frutto della passione che lega i due coniugi e che non è stata intaccata neanche un po’ dallo stress della politica e dalle vertigini del potere. Il che – per quanto funzionale alla narrazione che gli spin doctor di Obama hanno deciso di proiettare all’esterno – sarà sicuramente vero. E’ vero anche, però, che quello documentato dalla celeberrima foto non è stato l’unico abbraccio di quella giornata. La foto-icona è stata infatti scattata durante un comizio a Dubuque, in Iowa, nell’agosto 2012: come mostra anche un video, Michelle ha preso per prima la parola per poi passare il microfono al diletto marito non prima però di stringersi a lui. Quello che gli Obama hanno omesso nell’intervista è che quel giorno hanno ripetuto lo stesso canovaccio in (almeno) un altro comizio, a Davenport, sempre in Iowa. Anche lì, come è testimoniato da un altro scatto, che non ha avuto la stessa fortuna, i due si sono intrecciati con il medesimo, sognante trasporto.

Ora, nessuno dubita che i coniugi più potenti del mondo si amino come il primo giorno. E neanche che per rendere storica l’immagine di un abbraccio ci voglia tanto, tanto amore. Viene però il dubbio che il sentimento da solo, per quanto forte, non basti. Anche avere un copione già scritto da seguire in occasione di una serie di comizi nella stessa giornata può aiutare.

La scimmia che vinse il Pulitzer

Ormai è ufficiale. Il libro su cui abbiamo lavorato nell’ultimo anno insieme a Nicola uscirà il 22 marzo 2011 nella collana Presente Storico di Bruno Mondadori.

Questo comunicato stampa (presto altri aggiornamenti su presentazioni, sito del libro etc…)

Nicola Bruno, Raffaele Mastrolonardo
La Scimmia che vinse il Pulitzer
Personaggi, avventure e (buone) notizie dal futuro dell’informazione

Collana Presente Storico │ Pagine 208 │ Euro 16,00

In libreria il 22 marzo.

Un adolescente olandese vagamente sociopatico lancia notizie via Twitter battendo sul tempo la CNN; un australiano con l’hobby dell’hacking svela dal suo sito gli scheletri nell’armadio dei potenti e diventa l’uomo di cui tutto il mondo parla; un software scrive alla velocità della luce articoli di baseball in un inglese impeccabile…
Mentre molti pronosticano la morte della carta stampata, questo libro ci propone un sorprendente viaggio nel giornalismo di domani attraverso le storie dei suoi nuovi paladini, eroi di tutti i giorni che stanno modificando il nostro modo di vedere il mondo. Le loro parole d’ordine sono precisione, velocità, partecipazione, trasparenza, libertà, bellezza.

Nicola Bruno è cofondatore di Effecinque, agenzia giornalistica specializzata in prodotti e formati innovativi per l’informazione online. È stato Journalist Fellow al Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford.

Raffaele Mastrolonardo da dieci anni si occupa di tecnologia e web per riviste e quotidiani, online e di carta, tra i quali il manifesto, il Corriere della Sera e Sky.it. È cofondatore di Effecinque.

Come funziona il nuovo Google

Basta digitare ip per l’iPhone, bi per Bit Torrent, bob  per scegliere al volo tra Marley e Dylan. Ricevere risposte (giuste) ancora prima di finire la domanda. È il sogno di molti, soprattutto di Google, che proprio a questo mira con Google Instant, presentato ieri a San Francisco.

Il motore di ricerca, che ha fatto della velocità uno dei propri punti distintivi, ha compiuto un ulteriore sforzo in questa direzione con il quale spera di definire un nuovo standard per quanto riguarda il reperimento delle informazioni in Rete. Si tratta, ha detto Marissa Mayer, vice president dell’azienda e uno dei dipendenti storici del colosso, di un “passaggio fondamentale nel modo in cui la gente cerca informazioni”.

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11 settembre: la rabbia fu più forte della paura

Un gruppo di psicologi ha analizzato 500 mila sms inviati in America il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle per indagare le reazioni emotive all’evento. Risultato? Con il passare delle ore la collera ha superato ansia e tristezza

Come si sono sentiti gli americani il giorno dell’11 settembre? Possiamo immaginarlo, e molto è stato scritto in proposito, ma dirlo con certezza non è possibile. Tuttavia, un passo verso una comprensione più scientifica delle reazioni collettive all’evento che ha definito il decennio è arrivato una settimana fa grazie a un gruppo di psicologi tedeschi e a WikiLeaks (www.wikileaks.org), il sito la cui missione è pubblicare documenti segreti.

La risposta degli studiosi è che la rabbia, più che sentimenti come ansia o tristezza, è stata l’emozione che ha maggiormente impregnato il cuore degli statunitensi durante e dopo gli attacchi alle Torri Gemelle. Un fatto che, secondo alcuni, può spiegare molto delle reazioni politiche all’attentato. Come si sia arrivati a questa ipotesi e che cosa abbiano in comune degli accademici tedeschi e il sito che più fa arrabbiare il Pentagono è presto detto: 500 mila messaggi di testo inviati da cerca-persone americani l’11 settembre 2001. WikiLeaks li ha pubblicati lo scorso novembre, un gruppo di psicologi dell’Università di Magonza ha deciso di analizzarli da vicino per realizzare una cronologia degli stati d’animo di quel giorno, a partire dalle 6 del mattino all’una di notte.

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Il guru di WikiLeaks: governi tremate, in arrivo altri scoop

A festeggiare non ci ha nemmeno pensato, nonostante sia responsabile di uno dei maggiori scoop della storia del giornalismo. Da Londra, dove ha messo in piedi un ufficio stampa temporaneo, Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, conferma che non viaggerà negli Stati Uniti per un po’, dopo aver svelato i segreti sulla guerra in Afghanistan. Così rilevanti da aver costretto il Pentagono ad aprire un’inchiesta penale sulla fuga di notizie. Ma rivela: “il mio sito ha più di un ammiratore all’interno della Difesa americana”, avremo nuovi colpi nei prossimi 6 mesi. E agli italiani promette: mandateci le vostre intercettazioni telefoniche. Noi le pubblicheremo sempre.

Partiamo dall’Afghanistan. Quale risultato sperate sortisca l’ultimo vostro scoop?
Speriamo che conduca ad un’ampia soluzione di pace per la nazione. E’ un risultato molto difficile da realizzare ma sembra che l’attenzione in Usa, in Europa, in Pakistan e in Afghanistan si stia concentrando sulla scelta di un nuovo modo di procedere.

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